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Giancarlo Dell’Antonia. I miei infiniti Alberi

Giancarlo Dell’Antonia
I miei infiniti Alberi

Montebelluna, Villa Romivo
settembre ― novembre 2017

Una folata di aria fresca
Daniele Capra




L’albero è uno dei soggetti naturali più presenti nella storia della pittura, già a partire dalla fine del Duecento. L’albero è per antonomasia l’elemento che caratterizza e rivela l’ambientazione dell’opera in un contesto paesaggistico, talvolta selvaggio, in opposizione alle rappresentazioni in spazi cittadini o in qualche modo antropizzati. Il ciclo giottesco delle Storie di San Francesco della Basilica Superiore di Assisi ne è un esempio lampante: quando il Santo viene rappresentato in contesti urbani caratterizzati dalla presenza di edifici e di altri uomini non vi sono alberi o arbusti; se invece la scena è ambientata fuori le mura cittadine proprio gli alberi, insieme alle rocce, ci danno conferma dello scenario naturale (poiché è già antropologicamente consolidata l’opposizione città / spazio naturale). Si pensi ad esempio all’affresco nel quale Francesco dona il mantello ad un povero o alla commovente Predica agli uccelli, dove l’albero, sotto cui stanno i volatili, è raffigurato realisticamente con grande attenzione ai dettagli del fogliame e della corteccia.


Man mano che dalla metà del XV secolo l’arte si affranca dall’esclusività del soggetto religioso e trova una committenza dagli interessi più mondani, l’albero definisce il contesto anche per innumerevoli soggetti mitologici e con la nascita del genere del paesaggio, diventa esso stesso soggetto pittorico, l’obiettivo al quale mirano gli sforzi dell’artista. Una nuova attenzione verso la natura si registra dalla fine del Settecento per poi fiorire con intensità ancor maggiore nel Romanticismo: l’albero è un simbolo di radicamento alla terra e di resistenza agli eventi meteorologici, alla furia dei venti, ai fulmini e alle tempeste. È insieme scenario e semplice eroe che si contrappone alle smisurate forze della natura, le quali – scatenandosi – ingenerano in chi guarda emozioni, paura, o, secondo le celebri teorizzazioni di Edmund Burke e poi di Immanuel Kant, il senso del sublime.


Progressivamente negli ultimi cinquant’anni la nascita dell’ecologia e la consapevolezza della condizione di sfruttamento e progressivo degrado della terra hanno cambiato la nostra sensibilità nei confronti degli alberi. Essi non sono più solamente delle piante, sono elementi che garantiscono la nostra sopravvivenza, come ad esempio testimoniato dall’uso della parola «polmone verde» per indicare il «bosco», il nome collettivo di albero. Avviene cioè in questa forma linguistica l’estensione della nostra fisiologia verso il mondo vegetale, in un reciproco riconoscersi che è anche di natura chimica, poiché essi si nutrono dei nostri scarti (anidride carbonica) ricambiandoci con ciò di cui abbiamo bisogno (ossigeno). Il progetto di Giancarlo Dell’Antonia I miei infiniti Alberi nasce proprio da tale sensibilità empatica nei confronti dell’albero, soggetto del quale l’artista fornisce un’analisi che è insieme percettiva ed emotiva.


In primo luogo egli mette in luce gli aspetti dimensionali e temporali che lo legano alla pianta. Se da un lato, infatti, la quasi totalità degli alberi misuri almeno due o tre volte l’altezza media di un uomo, frequentemente accade che il fattore moltiplicativo sia quindici o venti. L’artista sottolinea proprio tale elemento, agendo digitalmente sull’immagine in maniera da evidenziare la magnificenza e la tensione verticale, il suo dispiegarsi al cielo come un rotolo infinito che sfugge alla misura del nostro occhio. Allo sguardo dell’uomo – terreno, complanare, volto all’orizzonte e agli aspetti di misurabilità del mondo – l’artista oppone così l’elevazione delle fronde e la perpendicolarità del fusto, incommensurabili al nostro sguardo, perché naturalmente e superbamente distanti dal nostro campo d’azione visivo diretto. Ma la vegetazione rigogliosa e le dimensioni raggiunte dalle piante (sottolineate dall’adozione di una prospettiva verticale nonché dalla manipolazione digitale con un nebuloso e straniante effetto trascinamento che ne rallenta la visione da parte dell’osservatore), indicano anche come la sproporzione albero / uomo si misuri anche nel campo temporale: molti alberi ci preesistono e presumibilmente vivranno più di noi. Su di essi infatti, in maniera lenta ma inesorabile, si addensano il succedersi delle differenti stagioni, gli avvenimenti che scandiscono le nostre vicende personali e il tempo universale che scorre indipendentemente dalla nostra volontà.


In secondo luogo l’artista fa evolvere il proprio sentimento in una relazione emotiva con le piante. Egli umanizza l’albero, rivolgendosi ad esso come ad un amico fraterno, come sottolineato dall’uso della maiuscola nei titoli delle opere. L’albero è così una creatura che, come un nostro vecchio nonno, abbisogna di cure, di attenzioni, di parole, di riconoscenza ed affetto.
Gli interessi dell’artista sono però anche sottilmente rivolti all’albero come elemento politico, che interessa l’uomo in quanto abitante di una città e cittadino della terra, mai come ora vessata da una feroce ed inarrestabile tensione capitalistica a produrre, consumare, distruggere, con scarsissima attenzione alle implicazioni ambientali. Gli alberi diventano così il simbolo della fragilità della nostra vita contemporanea; un monito, cui non prestiamo ascolto, rivolto alla nostra condizione di stoltezza. Gli alberi di Dell’Antonia sono così dei dispositivi che rivelano, con la loro bellezza, la loro misteriosa chioma, la nostra irresponsabile mediocrità nei temi urbanistici, ecologici ed economici. Gli alberi, che nell’immensa maestosità del loro ergersi verso il cielo devono lottare contro le speculazioni edilizie, l’asfalto, l’inquinamento e i cambiamenti climatici sono – nelle sue opere – dei presìdi, dei meravigliosi e delicati simboli di resistenza che si oppongono alla violenza del mondo in cui viviamo. Sono dei maestosi guardiani che combattono al nostro fianco per garantirci parte di ciò di cui abbiamo fondamentale bisogno, come un ritaglio di ombra, una folata di aria fresca.

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De Rerum Natura

De Rerum Natura

Sovramonte, Lab 610 XL
luglio ― agosto 2012

TestoGli artisti
La natura delle cose
Daniele Capra




Nel I secolo a. C. Lucrezio scrive il De Rerum Natura, uno dei capolavori della letteratura latina, che propone sotto forma di poesia il pensiero filosofico di Epicuro. Vivere bene rimuovendo gli eccessi delle passioni, sottraendosi alle ansie del desiderio e alla paura della morte è il fine della dottrina epicurea, e Lucrezio – come egli stesso scrive – ricorre alla dolcezza della poesia per rendere meno impervio il tema, nella stessa maniera in cui si usa il miele per far prendere ad un bambino un’amara medicina. Il De Rerum Natura, il cui titolo significa letteralmente “La natura delle cose”, fornisce così delle risposte al lettore invitandolo a non curarsi degli dei e ad abbracciare il pensiero razionale e materialistico del filoso greco.

La paura del dolore e della morte, la necessità di una spiegazione logica che anteponga una ratio a qualsivoglia forma di religio, ma anche la necessità di analizzare un universo che contiene molte difformità, molti elementi apparentemente incomprensibili o inconciliabili (si pensi solo a termini come bellezza/bruttezza, morte/vita, democrazia/dittatura, ecc.), sono alcuni dei temi più stimolanti della nostra attualità e della pratica artistica contemporanea. In particolare l’opera, che è in grado di sintetizzare molte delle dicotomie apparentemente irrisolvibili della realtà, è un punto di osservazione privilegiato per interrogare il nostro mondo, sempre più caratterizzato da una velocità e da una polverizzazione che sfuggono al nostro sguardo. L’opera, come la filosofia trasformata in poesia da Lucrezio, ci libera così dai nostri limiti, fornendoci l’immagine di mille mondi cui non avevamo ancora pensato.

L’arte dimostra come sia possibile trovare risposta alle domande che ancora non si conoscono. L’arte è cioè un microcosmo che fornisce un’occasione per abbandonare il pensiero semplice e pre-confezionato e per impossessarsi di visioni e prospettive che non sono ancora nostre, di respiri che apparentemente non ci appartengono, di spazi che mai avevamo immaginato esistere.

Epicuro, grazie al miele di Lucrezio, è così l’occasione per capire come l’apparenza sia da abbandonare in favore di una ratio che ci permette di rimuovere ogni dolore e, sopra ogni cosa, la paura della morte. Non rimane che abbandonarsi al piacere, che darsi alla meravigliosa materia che fa ed alimenta il nostro corpo. Ogni giorno potrebbe essere l’ultimo, e potrebbe essere il più bello.
Gli artisti
Daniele Capra




Karin Andersen
Animale ed umano si mischiano e si confondono nelle opere di Karin Andersen, mostrando con ironia i limiti nascosti in ogni tassonomia, siano essi di ordine fisiologico o più squisitamente metodologico. Dentro ogni classificazione, ogni distinzione tra aulico e volgare, tra etico ed amorale, vi è il seme dell’aporia, di una verità non risolutiva che fornisce un’immagine troppo pallida della realtà: conviene quindi godere dell’istante ed accarezzare le grandi questioni senza farsi troppo prendere dall’ansia. Non è importante se per la gioia momentanea ci viene voglia di scodinzolare.


Elena Arzuffi
Tra rebus psicanalitico ed inafferrabile esercizio surrealista, l’opera di Elena Arzuffi combina in piena libertà elementi di natura eterogenea. Sono frammenti, abbagli, pezzi di vita individuale, dei collage visivi in cui disegno e schegge di realtà si combinano per scompaginare lo sguardo all’osservatore. Di fronte a tale provocante incertezza non conviene che rispondere con ratio tagliente, con uno sforzo individuale che consenta di discernere più particolari possibili, più immagini di un puzzle che non si può mai possedere interamente, quasi fosse una coperta troppo corta.


Matteo Attruia
Il sigillo tombale di Matteo Attruia è nel contempo un monito ed una tagliente considerazione sulla nostra condizione umana. Se una risata ci seppellirà, forse è molto meglio che sia con il sorriso sulle labbra piuttosto che nella nera disperazione. L’artista sembra così suggerirci come non dobbiamo temere la morte, quanto piuttosto il nostro quotidiano cattivo umore.
Anche perché non si smette mai di vivere, vista la possibilità di mischiarci coi miti – anche a buon mercato – che il mondo della politica, della religione o della cultura ci regalano. La fama, forse, ci regala l’ebrezza di sembrare eterni. Carpe diem.


Antonio Bardino
La pittura di Bardino mette insieme elementi di lucido realismo con visioni che fanno della meraviglia e della straordinarietà aspetti sorprendenti in cui è necessario sospendere il giudizio. Un ponte saltato per aria o un ghiacciaio desolato dipinti su tela sembrano richiamare alla mente eventi nefasti, delle sciagure ambientali per colpa delle quali è stata cancellata ogni traccia umana. Sono fatti invece a cui sono estranei gli uomini e anche gli dei, che degli uomini non si curano, abitando beati quelli che Lucrezio chiama gli intermundia. Non vale la pena di lasciarsi perturbare, se non dalla pittura attenta e scrupolosa dell’artista.


Filippo Berta
La bandiera italiana, slabbrata, lacerata e contesa a morsi da un branco di lupi. È la metafora della nostra condizione umana, ma nel contempo è allegoria politica di quello che rimane del nostro paese: un deserto battuto da individui-lupi, incapaci di agire se non per istinti primari o di sopraffazione. Il video di Filippo Berta è così una forte ed accorata denuncia dei limiti del nostro sistema, della nostra mentalità, del nostro egoismo individuale che non ci rende solidali, ma – al contrario – ci fa intolleranti ed aggressivi. Le immagini affascinanti e magiche di quegli animali dalla forza smisurata sono così un’aperta e lacerante denuncia di ciò che accade qui ed ora. Ed un cambiamento sembra impossibile.


Valerio Bevilacqua
Le opere di Valerio Bevilacqua sondano i limiti, nel contempo concettuali e materiali, tra presenza naturale ed elemento artificiale. L’artista ricorre così a complesse lavorazioni, memori dell’artigianato artistico veneziano, per costruire in maniera artefatta elementi che sono invece percepiti dallo spettatore come presenti in natura.
Bevilacqua ribalta cioè l’ovvio, denunciando l’inganno abilmente nascosto dell’apparenza, ma anche le infinite possibilità che ci sono concesse di falsificare la realtà: l’opera smette di essere così dispositivo di senso per prendere un ruolo interrogativo e socratico in grado di spiazzare lo spettatore.


Günter Brus
C’è un elemento di magia, di sadismo e di degradazione dell’uomo nelle performance di Günter Brus, e tutto questo sembra interessarci in maniera spudorata. Si avverte la ritualità di una situazione che non è semplicemente il frutto di fantasie altrui, ma che ci appartiene intimamente: attrazione e repulsione coesistono in modo disturbante. Siamo anche noi che vogliamo ferire e ferirci, eppure il dolore apertamente cerchiamo di evitarlo, di espellerlo dalla nostra vita. Ma quel lato oscuro esiste e pare impossibile ignorarlo. Non ci resta che consolarci coi piaceri e non dare peso alle voci oscure.


Luca Casonato
Costa Natura è un progetto che racconta la costa di mare tra il litorale del Cavallino e Caorle. Una successione senza soluzione di continuità di spiaggia, fiumi, condomini, sdrai (di cui in mostra è possibile vedere un frammento). Un luogo in cui elementi antropici si sovrappongono all’ambiente a tal punto da rendere irriconoscibili le tracce umane da quelle naturali.
Luca Casonato fotografa infatti con lo stesso metodo qualunque soggetto gli si ponga di fronte all’obbiettivo, non c’è ormai differenza alcuna, metodologicamente. Ed anche noi dobbiamo ormai renderci conto che un albero ed un ombrellone sono ormai la stessa cosa.


Juan Carlos Ceci
Tracce di piante, germinazioni che nascono dall’estro e dalle libere associazioni visive dell’artista. Sono vegetazioni fantastiche quelle di Juan Carlos Ceci, che racconta con fervida immaginazione – ed una fitta trama di segni sulla carta – un mondo vegetale florido e vivo. Non importa se le varietà siano reali, inventate, o ibride: esistendo nella carta esistono anche nella realtà, e sfidano la vita e la paura della morte. Abbiamo bisogno noi di quelle piante, di quei semi e quelle foglie, anche solo per nutrire il nostro immaginario.


Marco Citron
Una città mineraria di un paese, come l’Ucraina, che conosciamo quasi solo perché affidiamo a persone che da lì provengono i nostri anziani. Un grande paese in cui la storia degli ultimi cinquant’anni è ancora fortemente presente nella struttura urbana, nell’edilizia, in quel paesaggio urbano che ormai è la nostra prima casa.
Basta solamente associare le immagini di un enorme condominio e quelle di una persona per strada per avere un corto circuito di senso. Il fotografo ha agito per sottrazione, e chi guarda non può smettere di elaborare delle ipotesi plausibili. Un uomo sanguina, non sappiamo perché e Marco Citron non si cura di raccontarcelo.


Mauro Cuppone
Morte. Nessuno spazio all’ottimismo della volontà: Mauro Cuppone è lapidario nel farci friggere come insetti che rimangono stecchiti contro le luci di una zanzariera elettrica. In maniera inesorabile l’artista mostra gli animaletti decimati per contatto con la gabbia ad alta tensione, ma in questo – naturalmente – sta raccontando la condizione umana.
Forse però l’artista esagera, forse non vale la pena di farci caso, e, come diceva Epicuro, se ci siamo noi non c’è lei. Non pensiamoci, vale la pena di bere ancora un buon bicchiere di vino invecchiato con gli amici.


Giancarlo Dell’Antonia
La fisiologia del territorio e la continua frizione tra elementi naturali e presenza antropica sono temi cari a Giancarlo Dell’Antonia, che propone per la mostra un’analisi della zona montana che circonda la sede espositiva. In particolare il confine tra area boschiva e pascolo diventa indicativa di una lotta tra mondo selvatico e quello ordinato, piegato alle necessità dell’uomo. In particolare quest’ultimo, con il progressivo abbandono della montagna, ha subito un arretramento a favore del bosco che si è progressivamente ripreso ciò che gli spettava. La tecnologia impiegata nella mappatura diventa paradossalmente il primo elemento indispensabile alla comprensione degli aspetti naturali.


Gianni De Val
Pezzi di cielo, intermundia abitati da dei e lontani dagli uomini. Sono questi ritagli di spazio i (mancati) soggetti di Gianni De Val, che mostrano e nascondono contemporaneamente qualcosa che dovrebbe interessarci, ma di cui conviene non curarci. La pittura risulta così dispositivo che racconta la realtà e fa ragionare sulle scelte filosofiche che devono orientare gli uomini. Incredibilmente una pittura a velature diventa così un inedito conte filosofique che appassiona ed apre la mente.


Elisabetta Di Sopra
Un seno nudo, turgido ed un bambino che piange, da lontano. E poi quello stesso inizia a perdere gocce di latte, con una magia che racconta insieme la maternità ed il legame indissolubile di una donna per il proprio figlio. È la meraviglia della natura, ma anche la propria agghiacciante forza il vero soggetto del video di Elisabetta Di Sopra, che mostra quanto sia impossibile nascondere la realtà, che non tarda a presentarsi e bussare, non appena si cerchi di ignorarla.


Ulrich Egger
È emblematico il titolo dei lavori di Ulrich Egger: Fukushima è infatti il luogo di uno dei più gravi incidenti nucleari della storia, un’area in cui la natura delle cose è stato sovvertita e portata ad una situazione instabile, mentre lo stato iniziale non potrà più essere ripristinato. Nel mescolare pezzi di metallo e luce, scultura fisicamente presente con traccia luminosa, Egger sovrappone due registri differenti e contrapposti. Peso e leggerezza si mischiano in modo inquietante, e nel contempo l’oggetto artistico racconta di un mondo mostruoso, sporco, e che ci fa vergognare.


Marianne Greber
L’identità ed il genere sessuale sono due campi di indagine dei quali Marianne Greber ha mostrato la meravigliosa complessità e la proteiforme possibilità di espressione. Il genere, il suo cambiamento – l’azione di andare contro le limitazioni imposte da un corpo che sta troppo stretto – diventano così modalità espressive. Lo spettatore che guarda coglie la dolcezza dei volti, ma anche la malinconia di chi ha lottato per tirare fuori quello che era nascosto sotto la propria pelle. Il giorno dopo, fortunatamente, dal bozzolo esce una farfalla.


Daniela Manzolli
La vitalità e l’operosità delle api. Prese ad esempio sin dall’antichità come modello di perfezione di collaborazione e di capacità progettuale. Lavora cambiando la qualità del materiale Daniela Manzolli, che realizza un alveare che reca l’imprinting primigenio ma contemporaneamente porta in là la bellezza della natura estendendo al metallo la meraviglia del lavoro degli insetti. La cera e l’ottone non sono mai stati così simili.


Gina Pane
L’opera di Gina Pane racconta la religiosità e l’idea di donarsi di San Francesco. Il santo che parlava ai lupi è anche l’emblema di chi si spoglia delle cose inutili per dedicarsi in toto alla propria missione. Quel disegno racconta il tentativo dell’artista di rivivere quell’estasi, nel piacere di donarsi e di farsi carne. Le stimmate sono così emblema di amore e di dolcezza, quasi un segno di una presenza divina che non smette di bussare alla porta. Non rimane che l’amore e i suoi segni più manifesti sulla carta.


Stefano Scheda
Artificiale e naturale convivono nel lavoro di Stefano Scheda, che si sviluppa raccontando una rinascita imprevista: delle gemme e dei fiori spuntano da un muro di una casa segnata dal terremoto (e non è importante il fatto che siano finti). La capacità della natura di rigenerare un tessuto vitale è così portata all’attenzione di chi guarda, che avverte il coesistere di elementi differenti e per certi taluni aspetti in contrasto. Ma l’arte ha la forza di riprogrammare e ricomporre il mondo, mettendo insieme realtà eterogenee apparentemente inconciliabili.


Serse
La matita ed il diamante sono fatti sostanzialmente dello stesso materiale. Sono solo poche differenze che caratterizzano i due elementi. Serse li ha ricomposti usando uno per definire l’altro. La trasparenze e la luce dei diamanti sono così realizzati con la meno nobile matita. I mille luccichii ridanno cioè dignità alla materia che la natura ha reso meno preziosa, ribaltando lo status quo cui era condannata.


Kiki Smith
Ogni lavoro di Kiki Smith è un racconto sull’uomo e dell’uomo. Il disegno serve cioè a ricomporre sulla carta la magia di un microcosmo individuale. Petali e fiori piovono dal cielo come fossero coriandoli. L’uomo stesso sembra il frutto di una magia in cui il vento abbraccia e culla le persone. E una leggera brezza, forse, è avvertita anche dallo spettatore.


Devis Venturelli
Sono pezzi di mondo, di sogni, di legni quelli che Devis Venturelli ritaglia e ricompone in quattro collage. La naturalità è ricostruita con l’artificio, e diventa così un soggetto da plasmare e modellare accostando esteticamente ritagli di visioni. In maniera poliedrica, il mondo si fa per continua somma di addendi che un artigiano abilmente dispone sulla superficie.

Stratifications

Stratifications

Giancarlo Dell’Antonia, Igor Eškinja, Florence Girardeau, Bruno Kladar, Marie Lelouche

Parigi (F), Galerie Alberta Pane
giugno ― luglio 2010

TestoGli artisti

Un groviglio di strati

Daniele Capra




Uno della strategie ineludibili cui i pianisti ricorrono per imparare la musica è lo studio dello strumento a mani separate. Non ci sono alternative: mano destra e sinistra – che raramente hanno tessuti musicali naturalmente accomodanti avendo molto spesso funzioni diverse – non devono essere apprese simultaneamente. L’esecutore deve infatti sedimentare nella propria mente e nelle proprie mani differenti movimenti, differenti posizioni, per poi mettere insieme le due tracce solo successivamente. Il processo grazie a cui viene costruita un’azione complessa, come produrre della musica, avviene cioè per una forma di automatismo in cui vengono sovrapposti fino a coincidere istanti temporali maturati in momenti differenti. Ad eccezione di quella aleatoria, tutta la musica (compreso il contrappunto e la musica jazz) vive questa condizione di ricomposizione di ciò che è capitato in momenti temporali precedenti.

Più in generale la dinamica di stratificazione è originata dalla complessità del reale e dal perdurare delle nostre azioni oltre un determinato istante. La stratificazione testimonia cioè il fatto che il tempo esista e che stia incessantemente scorrendo, come similmente ci spiega il principio di entropia con successivi incrementi del grado di disordine dell’universo: entrambe sono cioè caratterizzate da un valore sempre crescente.

La disposizione spaziale e temporale degli elementi sviluppa strutture visive e concettuale dalle forme differenti. Uno degli esempi che facilmente troviamo in natura è ad esempio la grafite ed il diamante, che sono originati da differenti combinazioni degli stessi elementi di partenza: l’uno serve ad esempio per le matite, l’altro per i gioielli più preziosi: la loro differenza sta solo nell’essere disposto a strati o in più ordinate struttura cristalline. Caos ed ordine (e tutti i gradi intermedi tra gli estremi) sono cioè le possibilità in cui ogni forma di stratificazione può avvenire.

Ma la struttura a più livelli non è solo prerogativa degli elementi naturali, ma è diventata anzi una delle più ricorrenti dinamiche messe in atto dall’uomo a partire dalla modernità, che possiamo senza dubbio dire essere caratterizzata dal suffisso -multi. Gli oggetti che ci circondano, ma anche il modo in cui lavoriamo o gestiamo le nostre relazioni sono infatti improntate all’incrementare stratificazioni differenti, con l’effetto che ora viviamo in un mondo a sandwich: la nostra vita si caratterizza come una sovrapposizione a più livelli di istanze, visioni, desideri, frustrazioni, luoghi e persone. Ma anche nel computer abbiamo sempre più finestre aperte nello stesso momento e il lavoro che facciamo è necessariamente per stratificazione. Siamo cioè multitasking, abituati a seguire contemporaneamente molteplici attività, a condurre differenti linee di pensiero ad altezze eterogenee, senza che questo ne implichi la commistione né tantomeno la precluda. Muoversi agilmente gestendo la complessità è evidentemente il pane quotidiano dell’uomo moderno ed è diventata una delle maggiori ansie di quello postmoderno. L’effetto è cioè quello di un mondo in cui le informazioni non hanno più una unica fonte, una origine mono, ma circolano sono al contrario per continua sovrapposizione, quasi sia possibile aggiungere a ciascun elemento infiniti addendi, talvolta di peso quasi nullo: ciò ci spinge in quella condizione ondivaga e liquida di cui parla Zygmunt Bauman, che ci mette nella situazione di essere noi stessi come un browser internet che costantemente si aggiorna con la nuova versione della pagina.

In modo parallelo il depositarsi incessante di materiale crea accumulo e sedimentazione ad alimentare la stratificazione, come capita ai nostri hard disk affollati di dati o alle librerie in cui è sempre più difficile trovare spazio per l’ultimo volume acquistato. Il continuo ed inesorabile depositarsi di oggetti ed immagini ci permette, ad intervalli irregolari, di confrontarci con il passato ignorato e dimenticato per distrazione, o con il futuro che deve ancora trovare il proprio posto. In particolare siamo sempre più in grado di avere con noi pezzi e strati completi in cui abbiamo – anche inconsapevolmente – lasciato un’impronta, mentre la nostra identità si costruisce nella selezione, nei pochi particolari che davvero contano dei quali conserviamo intimamente memoria. La stratificazione sembra così mostrare la sua doppia faccia. Divisa tra l’istantanea e molteplice fluidità del divenire, dell’aggiornamento costante nell’hic et nunc, e l’accumulo spropositato di esperienze ed informazioni, di cui, per leggerezza o necessità, rifiutiamo ogni consapevolezza.

Gli artisti

Daniele Capra




Giancarlo Dell’Antonia
I lavori di Giancarlo Dell’Antonia della serie MCSL2 (Modernity) nascono dall’osservazione del proprio tavolo di lavoro e del continuo cambiamento degli oggetti collocati. Libri, riviste, lettere e attrezzi da disegno si accumulano e si spostano senza soluzione di continuità sul piano, poiché costantemente vi sono nuovi elementi che generano cambiamenti nella scala delle priorità o nel layout visivo. L’artista ha riprodotto la stessa dinamica in forma digitale accumulando e collocando a più livelli differenti immagini del tavolo, in maniera tale che ogni oggetto perda la propria funzione e sia semplice elemento in grado di testimoniare uno stato del continuo processo di modificazione. Si sovrappongono così nell’immagine tanti ritagli, tanti piani temporali, ognuno dei quali conserva un’istantanea di quell’attimo di transizione ormai archiviato e di quelli che lo hanno proceduto o seguito.


Igor Eškinja
Igor Eškinja ama mescolare e confondere piani visivi differenti. Le sue stratificazioni nascono dalla somma di pezzi di realtà e sovrastrutture rappresentative che rendono possibili letture stranianti, basate sull’illusione. Eškinja costruisce rebus che mettono in difficoltà l’osservatore o le inducono ad essere autoironico, a ridere della propria condizione transitoria e fallace. Se fidarsi delle proprie percezioni è talvolta l’unica ancora di salvezza, l’artista croato ci da un monito ad esserne consapevoli, a prestare molta attenzione: il nastro adesivo, la polvere o il filo elettrico riescono infatti a sedurci come le sirene di Ulisse. Non rimane che lasciarsi conquistare dal canto dalle creature marine.


Florence Girardeau
Florence Girardeau trova su internet le immagini che utilizza per realizzare i propri collage. La rete delle reti informatiche è il punto di partenza per un processo in cui perde la propria funzione iconica e viene smaterializzata, ritagliata a strisce in cui nulla è riconoscibile. Le sue opere testimoniano così la quotidiana morte delle immagini ma nel contempo sono intelligentemente in grado di generare nuove visioni, nuove orografie in cui montagne immaginarie sono create, a partire da mille elementi differenti che si perdono nell’indistinto. Il vetro li raccoglie e ci rende possibile una visione in trasparenza. Ma le immagini sono così nella nuova vita semplicemente strati, porzioni di qualcosa che non ci è dato a capire ed in cui ci si perde.


Bruno Kladar
Il processo di scarnificazione della tela che mette in atto Bruno Kladar è in sé violento e spirituale. L’artista infierisce sulla tela, sulla superficie che ha raccolto pigmenti ma anche molte immagini che appartengono storia dell’arte. La violenta e la ama, riducendola a brandelli ma anche facendola vibrare in forme micro in grado di comporre un mosaico a più livelli visivi. Il processo si sviluppa dalla sedimentazione dei pezzi nel proprio studio: la tela cade a terra, in disgrazia, per poi risorgere in una composizione astratta, in cui il peso viene cancellato dalla semplicità della forma. E quei frammenti, in un nuovo ordine, danzano sotto i nostri occhi come delle margherite in un campo d’erba.


Marie Lelouche
Marie Lelouche porta all’estremo la possibilità che uno stampo ha di riprodurre fedelmente un pezzo di realtà. Le porzioni di zigomi che lei ha realizzato perdono infatti progressivamente il potere magico di copiare i particolari anatomici della persona e ci mostrano invece come dietro ogni copia vi sia una porzione di infedeltà impercettibile. Gli stampi infatti, ad ogni successivo impiego, sono meno fedeli, ed i suoi occhi assomigliano sempre di più a qualcun altro. Ogni stratificazione materica allontana visivamente la copia dal modello, ma quasi non ce ne accorgiamo. Ogni impronta di mondo degrada così in un residuo, in una scoria, in un vuoto.

Limite alla rovescia

Limite alla rovescia

Giancarlo Dell’Antonia, Ulrich Egger, Igor Eškinja, Chris Gilmour, Sergio Scabar, Serse

Vittorio Veneto, Palazzo Minucci
settembre ― ottobre 2009

Limite alla rovescia
Daniele Capra




Hanno avuto ragione i Futuristi. È la velocità che ha più di tutto caratterizzato l’epoca moderna, in una accelerazione inimmaginabile prima dell’avvento della tecnologie, della società dell’informazione [1]: rapidità di comunicazione, di spostamento, di visione, di compressione del tempo. In maniera ancora più spinta l’avvento della rete internet ha consentito un riversamento quasi infinito di informazioni ed immagini nell’agorà in cui viviamo, causando una progressiva sintesi dei contenuti di valore, cui è seguita una perdita di autorevolezza dei centri da cui tradizionalmente provengono le informazioni, trasformati più prosaicamente in nodi di una maglia enorme e diffusa. Curiosamente, nonostante un simile affollamento – se si eccettuano alcuni fatti esemplari caratterizzati da una non disinteressata lettura politica (si pensi per esempio all’epopea americana della lotta al terrorismo seguita sull’Undici Settembre) – sembra che le masse siano uscite dalla storia e che la vita si trascorra in una bolla sospesa e disorganicamente estranea al fluire del tempo. Il Novecento potrebbe infatti agilmente essere visto come il secolo in cui le masse entrano nella storia (la Rivoluzione Russa, le guerre mondiali) per fuoruscirvi con la fine della Guerra Fredda: in questi anni si concentra e si aggroviglia un secolo che è inevitabilmente breve.

La tendenza alla sintesi e alla velocità hanno determinato così una forte predominanza della vista sugli altri sensi e, parallelamente, si è assistito alla prevalenza della sintesi icastica sull’analisi argomentativa. Ormai, all’uomo di strada, il mondo pare srotolarsi ai propri occhi in una bulimica sequenza ininterrotta di immagini, continuamente in movimento come i mezzi sui quali esso stesso si sposta. Ed è proprio a questo approccio cinetico, o meglio locomotivo, che sembrano opporsi alcuni artisti, seppure con dinamiche del tutto eterogenee, chiedendo all’osservatore di fermarsi, di ri-vedere, ri-guardare, forse anche di ridere. Il gioco è chiaro: andare controcorrente per proporre una visione pacata, nell’otium. Passare del tempo investendo il minimo necessario per portare al limite opposto la visione, tanto nella percezione retinica quanto nella suggestione e nella comprensione concettuale: è cioè un limite alla rovescia.

La necessità di un’esperienza non affrettata e che avverte il bisogno di uno sguardo reiterato e non superficiale, indica la presenza, anche nel campo della ricerca d’arte contemporanea, di una contro-tendenza già registrata e codificata in altri settori della cultura (pensiamo ad esempio al cibo e al vino prodotti slow): solo guardando attentamente aspettando che le pupille scoprano i grigi nell’oscurità è infatti possibile leggere le fotografie di Sergio Scabar, e ugualmente i disegni a matita di Serse, che richiedono all’osservatore di perdersi nei dettagli e nella contemplazione degli elementi naturali realizzati con una tecnica prodigiosa. Ulrich Egger ed Igor Eškinja portano altrove il limite: rispettivamente nella finzione dei materiali che si confondono con la realtà, e nella rappresentazione fotografica che sceglie di essere programmaticamente antiprospettica e per questo spiazzante. Per Dell’Antonia il paesaggio urbano scompare invece nelle sue continue trasformazioni che lo rendono irriconoscibile, ormai nemmeno da fermi, mentre nelle opere di Chris Gilmour il limite è presto denunciato in una improbabile e straniante copia del reale nella versione poverissima ed antiretorica del cartone.

Tutti questi artisti hanno infatti sviluppato una dinamica concettuale di superamento della visione, che si manifesta nella forma di conoscenza soggettiva del mondo attraverso il manufatto oggettivo (l’opera): la pratica artistica diventa così una fondamentale protesi visiva, uno strumento di interrogazione ed esplorazione del reale dalle infinite possibilità negate alla visione quotidiana. L’opera risulta pertanto il baluardo estremo per la comprensione di un mondo che, nella sua stessa sostanza e nelle ambiguità interpretative, sempre più spesso gioca non solo a dadi, come già enunciava Eraclito, ma perfino a nascondino.




[1] Scrive infatti P. Virilio ne L’arte dell’accecamento (Raffaello Cortina Editore, Milano, 2007, p. 84): “Lo si voglia o no, ciò che è oggi largamente contestato dalla dismisura del progresso cibernetico, e dall’accelerazione ipersonica, è l’insieme della rappresentazioni a solo benefici delle tecniche di comunicazioni istantanee”.