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Jacob Patrick Brooks. Panic Room

Jacob Patrick Brooks
Panic Room

A.MORE gallery, Milano
gennaio ― marzo 2021

Storie di tutti i giorni
Daniele Capra




La pittura di Jacob Patrick Brooks è caratterizzata da una figurazione essenziale, ironica, caustica e selvaggia. I suoi soggetti sono delineati da tratti decisi e caricaturali che ricordano quello dei cartoon, e da un colore antinaturalistico, in cui si sovrappongono senza sosta pennellate violente e impetuose, dense di materia. Nelle sue composizioni, in cui non manca mai la figura umana, gli elementi sono definiti in modo netto e deciso, con aree cromatiche disomogenee e spinte al massimo grado di contrasto. Tinte fredde e calde, colori tra loro distanti o in conflitto sono giustapposti senza alcuna riguardo, in maniera urticante e brutale. Non ci sono sfumature, mezzi toni, spazi di distensione o di rallentamento, poiché il colore si dipana sulla superficie con una scansione ritmica impetuosa e incessante, in cui l’osservatore viene travolto. Tale stile – appassionato e insieme ironico – rende così sorprendenti e degne di interesse le piccole vicende quotidiane narrate dall’artista americano. In forma spontanea, ma inaspettata, Brooks è in grado di sorprendere l’osservatore, ma anche di metterlo in relazione con il soggetto rappresentato, avvicinandolo e facendolo sentire parte di una storia che accade sotto il suo sguardo.


La pratica artistica di Brooks dimostra come sia la vita personale, che gli accadimenti quotidiani cui assistiamo, dal più trascurabile a quello emotivamente più denso, siano un infinito serbatoio di stimoli da cui poter attingere per la creazione di un’opera. L’artista è infatti, prima di tutto, un autore che ha vissuto, che cioè ha saputo impiegare nel proprio lavoro le esperienze e le storie, anche complicate o estreme, vissute in prima persona. Brooks è cioè un osservatore della realtà che ha di fronte a sé; non tanto a lato o attorno alla sua persona, ma precisamente davanti. Egli è cioè sempre presente a tutto ciò che il caso gli fa accadere di fronte agli occhi: è uno spettatore, della vita e delle storie che continuamente accadono. Potremmo dire, paradossalmente, che egli è un accumulatore seriale di micro-narrazioni, di immagini, che egli archivia e poi impiega, rielaborate, nella costruzione di altre storie. Benché non ci sia nel suo caso una precisa corrispondenza tra le sue vicende e le storie che dipinge, il bagaglio dei propri trascorsi è – dal punto di vista narrativo e psicologico – un seme potente e fecondo. Capita così che, nella trasposizione visiva di una storia condensata in quell’apparente finzione che è l’opera, alla sua vita si sovrapponga inaspettatamente la nostra. La sua pittura è infatti come un vestito sartoriale in cui sono impiegati, al posto del tessuto, i più disparati pezzi della sua e della nostra vita.


Nella sua opera l’eccesso espressivo è dosato e sapientemente orchestrato, perché già vissuto e metabolizzato psicanaliticamente. L’artista è concentrato così nella rielaborazione, nella stesura sulla tela di un racconto scarno e ruvido, che è però figlio della vita reale, non solo come soggetto narrativo, ma prima di tutto come valenza emotiva o psichica. La sua pittura – in cui, come già detto, sono centrali gli stimoli ricevuti in prima persona – è un’opera di rielaborazione visiva e di cucitura delle esperienze in un’immagine. Si alternano infatti sulla superficie situazioni vissute con gli amici, scene insolite o curiose osservate direttamente nella vita comunitaria dei quartieri popolari delle città, dove le persone si ingegnano per trovare dei lavoretti, per mangiare o per passare il tempo. Nelle sue tele capita così di assistere, in rapida successione, a un concertino improvvisato sulla strada, a un pomeriggio di sole nel giardino, o di vedere un improvvisato ciclista consegnare una borsetta. Ma si è trascinati anche a trascorrere una serata tra amici, rendendoci partecipi di una scena in cui all’improvviso una mano lambisce una coscia, in un probabile invito al piacere del tutto imprevisto.


Quella di Brooks è sempre una pittura carica di tensione narrativa, vivida, spigolosa e in prima persona: è incisiva e tagliente come un racconto di Raymond Carver, in cui inavvertitamente il lettore finisce a identificarsi con l’io narrante e a vedere il mondo come lui. La composizione è basilare e intuitiva. La narrazione è minimale, succinta e antiretorica, permeata da uno humour sapido e spontaneo. Gli elementi visivi di contorno alla figura umana che l’artista fornisce – come per esempio una lattina di birra, un vassoio, un bidone riempito d’acqua o una borsetta carica di qualcosa – potrebbero condurre un sovvertimento dell’azione. All’osservatore dell’opera sembra frequentemente che stia per succedere qualcosa. Cosa esattamente risulta difficile immaginarlo, poiché si avverte l’energia potenziale, ma non dove e in quale modo essa sfocerà. È una modalità che sembra quasi cinematografica, in cui gli oggetti disseminati sulla scena sono gli elementi che potrebbero scaturire un cambiamento o che, come in un film di Jim Jarmusch, creano la malinconica dolcezza della vita quotidiana. Così Brooks mette in rilievo, con il suo ritmo sincopato, la vita urbana in tutte le sue sfaccettature realistiche, poetiche e forse anche sottilmente politiche. E ci mostra un’umanità che vive solo all’istante, apparentemente senza aspettative, ma che ugualmente non dispera che possa avvenire, prima o poi, un cambiamento.