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Condensation

Condensation

Enrico Bernardis, Rok Bogataj, Rita Coreddu, Nicola Genovese, Ryts Monet, Laura Pozzar, Massimo Premuda, Nada Prlja, Marc Schmitz, Lara Trevisan, Leonardo Ulian, Filip Van Dingenen, Aleksander Velišček

Trivignano Udinese, Rave Residency
settembre ― ottobre 2011

TestoLe opere
Il vapore del nostro respiro
Daniele Capra




È problematico – e sostanzialmente quasi impossibile dal punto di vista metodologico – raccogliere in forma organica gli esiti di un’operazione complessa, seppur di breve durata, com’è stato il workshop che Adrian Paci ha tenuto durante la sua residenza a Trivignano Udinese per Rave Residency. Se da un lato, infatti, in qualche modo è naturale che gli artisti che hanno partecipato abbiano raccolto e fatto propri alcuni degli stimoli che sono derivati dal contesto ambientale del cascinale e dal confronto sul tema della naturalezza (che è stato al centro del confronto avuto con Paci), dall’altro non è facile misurare gli esiti di tutto questo in una mostra che mette insieme il lavoro di artisti molto eterogenei che già conducono una ricerca personale. Proprio per questo motivo risulta impossibile individuare l’effetto del workshop, durato pochi giorni, su artisti che già hanno sviluppato una poetica individuale caratterizzata, mentre risulta più di interesse ragionare su come le riflessioni sulla naturalezza abbiano in qualche stimolato un approccio o ad una visione omogenei.

Ma che cos’è la naturalezza? Istintivamente viene da pensare alla spontaneità, a processi che si sviluppano senza un apparente controllo come avviene in natura, senza che vi sia cioè una guida evidente: naturalezza fa cioè rima con semplicità, quanto meno nel linguaggio comune. Paci, a partire dalle riflessioni di Pier Paolo Pasolini (secondo il quale la natura non è mai naturale, ma, al contrario, meravigliosa e straordinaria, nel senso etimologico di “extra-ordinario”, che va cioè oltre quello che è “ordinario”), ha invitato a ribaltare l’idea che tutto quello che avviene naturalmente sia necessariamente naturale, spontaneo e buono. La natura sa essere terribile, cattiva, egoista, animale: può essere crudele ed attraente assieme, al contrario di quelle doti di kalokagathia che troppo semplicisticamente il pensiero comune le attribuisce.

Le polarità contrastanti di naturale ed artefatto sono così gli estremi dentro cui si muove, in forma fluida, il lavoro dell’artista; sono cioè gli elementi che rendono possibile la magia dell’opera d’arte, capace di nutrirsi di pensiero ma anche di forza animale. Eppure, proprio in questa articolazione che comprende approcci e stati emotivi contrapposti (come generosità/crudeltà, forza/leggerezza, ecc.), la natura può essere per gli artisti magistra vitae, l’instancabile modello cui ispirarsi, non tanto come modello da copiare (la mimesys che è stata per secoli il pane quotidiano degli artisti) bensì come principio ispiratore nel sviluppare il proprio lavoro.

Infatti la riflessione svolta nel cascinale di Rave Residency è stata in realtà un’attenta disanima di cosa voglia dire fare arte, di quali siano le dinamiche che la sottendono. Nei giorni del workshop passati a confrontarsi con gli altri artisti, parlando di naturalezza, Paci ha in realtà parlato del mestiere di artista, di quei princìpi dentro cui si sviluppa quotidianamente il lavoro. Sono cioè i macro-vettori che declinano giorno per giorno nelle ricerca individuale, nella fatica fatta per realizzare quei dispositivi di senso – estetico, politico, percettivo, concettuale – che sono le opere. Essere artista significa, in ultima istanza, non privarsi di alcuna delle libertà che sono concesse, di cercare la poesia nei numeri o nei congegni meccanici, come pure scoprire la meccanica ed il labor limae nascosti nei processi emotivi: stimoli molto eterogenei, reali, pratici o immateriali, che naturalmente, come il vapore acqueo del respiro, d’inverno si depositano sui vetri della finestra di casa.
Le opere
Daniele Capra




Enrico Bernardis
Le essenze che costituiscono i profumi con i quali cambiamo il nostro odore personale sono per lo più estratte da piante coltivate, benché non siano estranee alla profumeria alcune essenze di origine animale. Indossare un profumo serve frequentemente per essere più gradevoli o più seducenti, per nascondere cioè il proprio odore ed assumere un’altra identità olfattiva. Enrico Bernardis propone invece con la sua istallazione di capovolgere l’idea non solo di ciò che è naturale ma anche di quello che è desiderabile, proponendo un’eau de toilette in cui la fragranza è realizzata semplicemente dall’azione di un pesce infinitamente piccolo [1] e di un’alga in acqua che vivono nella bottiglia. Chi userà quel profumo avrà così la forza, l’energia ma – paradossalmente – anche l’odore animale e vegetale dei due ignari ospiti.


Rok Bogataj
Natura ed artificio sono gli elementi ideali che compongono la scultura di Rok Bogataj, caratterizzata da piccole parti di gesso blu dalle fattezze di una gomma americana masticata, simile a quelle che troviamo gettate sui marciapiedi, assemblate in forma geometrica in un parallelepipedo a base quadrata. L’opera è una sorta di scultura sociale in cui due parti del tutto eterogenee (gli elementi costituenti dalla sembianza informe e l’esterno dalla fattura regolare) dimostrano la loro necessaria complementarietà, poiché l’una non potrebbe sussistere se non vi fosse l’altra. Effigie così spiazza l’osservatore, che non sa decidere se riconoscere nell’opera una forma compiuta e plastica oppure un groviglio inestricabile dalla superficie rugosa, incerto se limitarsi a guardare o toccare con un dito per capire quello che gli occhi non vedono.


Rita Correddu
La voce di una donna che legge, la foto di una ragazza proiettata sulla tenda di una finestra, che si gonfia di tanto in tanto, mossa da un alito di vento (in realtà vi è una ventola ben nascoste). Sono gli elementi di Tema, un’installazione per la quale Rita Correddu ha coinvolto la propria madre, chiedendole di leggere una delle composizioni che l’artista stessa ha scritto da bambina. L’opera mette insieme elementi biografici ed una spiccata capacità narrativa, in cui la suggestione è creata da una forte tendenza alla sinestesia e da un crescendo emotivo la cui tensione viene sciolta solo al compimento della lettura. Il lavoro della Correddu porta inoltre l’attenzione su un elemento simbolico come l’albero – sotto il quale la stessa artista si ritrae – che rimanda alla forza e alla protezione dalle insidie e dalle intemperie del mondo.


Nicola Genovese
Il recinto è un dispositivo, generalmente piuttosto elementare, che viene impiegato per delimitare degli spazi di pertinenza o definire aree di proprietà. Viene impiegato più in generale a mettere in sicurezza chi ne è escluso, ma frequentemente serve per tutelare coloro che nel recinto sono ospitati. Con The day of domestication Nicola Genovese crea una barriera visibile e valicabile tra due porzioni del piano grazie all’impiego di alcuni paletti su cui colloca un filo elettrico che, quando toccato, emette una piccola scarica a bassissimo voltaggio: il recinto è in questo caso prettamente un elemento scultoreo che traccia una linea spezzata e non chiusa sul pavimento. L’artista fa così riflettere sull’idea di barriera e sulle dinamiche di inclusione/esclusione, sull’ambiguità di qualsiasi sistema creato per dividere, spezzare o mettere in sicurezza.


Ryts Monet
Sono uomini e donne che cercano improbabili e fantasiosi rapporti sessuali con animali a popolare i disegni di Ryts Monet. Relazioni che sembrano all’insegna del gioco e della trasgressione erotica ma che evidenziano l’impossibilità di una relazione normale che vada al di là del piacere della parte dominante. Quella rappresentata è cioè una sessualità a senso unico, prevaricante, senza alcuna possibilità dell’animale di scegliere o di rifiutare. L’amore degli uomini diventa così un gesto soffocante di potere, di pornografia degli affetti, in cui il piacere è la rappresentazione della mancanza di comunicazione, finendo ad essere un gesto violento, unidirezionale e che non porta all’instaurarsi di alcuna comunicazione.


Laura Pozzar
L’opera nasce da un fatto di cronaca avvenuto nelle vicinanze dell’abitazione dell’artista, ma anche in numerose parti del mondo: il ritrovamento di stormi di uccelli morti caduti a terra, avvenuto qualche mese prima. L’evento, sulla cui interpretazione la comunità scientifica ha avuto pareri discordi, viene rievocato collocando sul pavimento degli uccelli realizzati sciogliendo della cera votiva di color bianco. Quelle piccole sculture di uccelli morti – sui quali si vedono numerosi particolari, dalle zampe alle pieghe delle piume – ci fanno immaginare catastrofi che sfuggono al controllo umano, ma anche all’ambiente in cui viviamo, costantemente violato. La sofferenza di quei volatili strappati al cielo ci mette così in imbarazzo, richiama in noi il nostro senso di pietas, invitandoci ad una riflessione sulla labilità della nostra vita.


Massimo Premuda
Dolci, colorate, simpatiche e festose, le anatre di Massimo Premuda ci fanno vedere un universo animale che ricorda il piccolo mondo delle fiabe e dell’infanzia, dove gli animali non solo hanno pensiero e parola, ma hanno anche una vita e delle avventure che ricordano in toto quelle che capitano agli uomini. Il ritmo delle immagini, il contesto reale in cui i volatili vivono, raccontano così qualcosa di nostro e che ci appartiene: non sono semplici cose animate, ma creature complesse in cui è possibile rispecchiare le proprie emozioni, le proprie paure, i propri desideri. Il video di Premuda ricorda così, in ultima istanza, le storie inventate da Fedro duemila anni fa. Quei simpatici volatili con i piedi a papera, anche se non lo diremmo mai, parlano di noi.


Nada Prlja
L’opera di Nada Prlja nasce da un riflessione sui brevetti e sull’industria applicata all’allevamento. L’artista, nelle proprie ricerche, ha infatti trovato i brevetti depositati per il trattamento seriale degli animali come avviene nelle aziende che macellano i volatili, in cui la serialità e la scientificità del trattamento – che serve innanzitutto ad economizzare il tempo e massimizzare il profitto – è irrispettosa nei confronti degli stessi animali. Non vi è nessuna cura per limitare la sofferenza: ogni azione è parte di un infernale disastro in cui le macchine spezzano le ali, tolgono il becco e fanno ogni genere di vessazione al volatile. È una vera catena di montaggio della sofferenza e della morte, in cui ogni azione è regolata da machine brevettate di cui nessuno presuppone l’esistenza, quando trova la carne depositata nelle vaschette di un supermercato. I disegni e il video della Prlja sono così un avvertimento, un monito ad assumere scelte più responsabili e morali.


Marc Schmitz
È un nonsense la scritta su muro di Marc Schmitz, che mette insieme due concetti in opposizione: il verbo potere («tu puoi») e la negazione («non»), vengono fatti deflagrare in un’affermazione che è appena abbozzata ed è sostanzialmente oscura. Lo stile è quello delle frasi lapidarie degli oracoli, il cui grado di verità sfugge allo spettatore e l’interpretazione è sempre lasciata ai fatti. In questo modo Schmitz toglie valore alle parole: chi guarda non sa se quella frase sia il tentativo incompiuto di dire qualcosa o un deflagrante monito al valore delle parole.


Lara Trevisan
Si confonde tra le rocce ed il fusto dell’albero l’uomo che Lara Trevisan ritrae, nascosto tra le radici della quercia. Una presenza misteriosa, a tratti inquietante, che spinge lo spettatore ad immaginare le segrete motivazioni di quell’azione mimetica. È un modo per estraniarsi dal mondo, per mostrarsi – pur nascondendo il volto – in un momento di solitudine esistenziale. Quell’uomo si sta cosi proteggendo dall’invadenza dei nostri occhi; o forse invita noi a guardare altrove, a non ricercare connotati, dettagli, ma a prestare attenzione a quello che non vediamo, ad immaginare e a proiettare sulla sua figura identità fantastiche, mondi e sentimenti immaginari.


Leonardo Ulian
L’installazione di Leonardo Ulian combina in maniera molto delicata ed accorta elementi artificiali e semplice naturalezza. L’artista ha infatti assemblato delle ventole da computer, grazie alle quali fa muovere degli origami di uccelli da egli stesso realizzati. In questo modo la natura è ricostruita grazie all’uso di manufatti e materiali tecnologici: l’opera è così un invito a riflettere sulle convenzioni e sul valore filosofico del concetto di naturalezza, che appare un contenitore di riflessioni, uno spazio in cui possono coesistere elementi molto differenti, distanti. L’idea di naturalezza è cioè una convenzione, un ambito in cui è possibile che le cose più semplici coesistano con quelle più complesse meravigliandoci che questo accada. Lo spettatore che osserva gli uccelli danzare, senza saperlo, sta giocando con la filosofia.


Filip Van Dingenen
Lady Chatterly, l’asina che vive nel cascinale (salvata da Tiziana Pers, cofondatrice di Rave Residency), è di provenienza macedone. È in qualche modo un animale “migrato” dai Balcani al Friuli Venezia Giulia. Filip Van Dingenen ha realizzato un’opera facendo fare un tragitto opposto ad uno degli elementi della friulanità, noto in tutto il mondo, come la grappa Nonino. L’artista belga ha infatti realizzato una speciale confezione di grappa da lui serigrafate, che è stata consegnata al console macedone il giorno dell’inaugurazione, affinché fosse donata allo stato in cui l’animale è nato. In questo modo Van Dingenen si fa motore di un processo di indennizzo e di ringraziamento nei confronti di quella terra lontana e mostra come, una bevanda che scalda il cuore, possa fungere da collante transfrontaliero.


Aleksander Velišček
La pornografia rappresenta frequentemente rapporti sessuali in cui il potere ha l’aspetto predominante rispetto al gesto erotico. Questo vogliono i consumatori che scelgono di eccitarsi con immagini a buon mercato scaricate da internet. Ma se ogni azione umana implica una gestione di potere, Velišček sceglie di rappresentare – con una pittura forte e violenta anche nelle pennellate – attori vestiti da nazisti che con un frustino agiscono in forma sadica nei confronti di una donna inerme, che giace su un divano con le cosce divaricate. Sia la donna che i maschi travestiti da nazisti sono simboli, nemmeno ormai tanto scandalosi, di una degradazione in cui le immagini che ci circondano non hanno più senso se non per la loro funzione erotica e ricattatoria. Il potere invece sta nella mano dello spettatore, del tutto ignaro della cosa, che può anche girare la testa dall’altre parte.


[1] Tiziana Pers, una dei fondatori di Rave Residency ― struttura che ha promosso il workshop e la mostra Condensation ― ha aspramente criticato la presenza del pesce vivo in una bottiglia dalle ridotte capacità (circa un litro) e preso le distanze dall’opera. Il curatore della mostra ha ritenuto invece opportuno esporre Channel proprio per la sua capacità di sintetizzare elementi contrastanti.