Barbara Pelizzon
Fuori Posto

Museo archeologico nazionale, Aquileia
giugno — settembre 2025

Il saggio sulla mostraLe opere
Un passato scaldato dai nostri occhi
Daniele Capra




Un presente dal padre ingombrante
La pratica artistica di Barbara Pelizzon è caratterizzata dall’interesse rivolto al passato, alla memoria e ai segni che il tempo lascia sulle cose, non solo tematicamente, ma anche dal punto di vista dei materiali costitutivi. Nei suoi lavori l’artista è infatti mossa dalla necessità di non impiegare materiali vergini o nuovi, ma, al contrario, elementi di risulta che vengono da lei assemblati o ricombinati, e tenuti in vita in altra forma attraverso un assemblaggio additivo di elementi disconnessi. Per Pelizzon il passato sembra infatti non smettere: è sovrabbondante, infinitamente esteso e immanente, come una pesante coperta che ci avvolge nelle sue spire, e dal quale non possiamo in alcun modo liberarci completamente. Il presente, per l’artista, stenta a manifestarsi nel suo libero corso come padre generativo e indipendente, perché fuori posto, condannato a essere figlio di un passato materiale che sembra trattenerlo imprigionandolo (secondo il principio per cui ex nihilo nihil fit). Dai suoi lavori emerge infatti un presente ibridato, più volte manipolato e ‘contaminato’, soggetto ontologicamente e fisicamente all’azione del tempo che lo ha preceduto: è l’esito, cioè, di un’operazione d’innesto su qualcosa che, giocoforza, era già preesistente. È il rammendo di un ritaglio di tempo sconosciuto, di dimensioni potenzialmente infinite, che sta alle nostre spalle e ci è stato consegnato in eredità, con un piccolo frammento che abitiamo e viviamo in prima persona.


Saldare i lembi di una ferita
Il tentativo di avvicinare due tempi diversi e due luoghi distanti, innestandoli, è ricorrente nella pratica dell’artista. I suoi lavori avvicinano il nostro tempo a quello di coloro che ci hanno preceduto, alludendo alle tracce che hanno lasciato, ai passi e al calore di quei corpi che ci hanno abbandonato, ma non del tutto. Pelizzon sonda la storia attraverso campionamenti, frutto spesso di incontri casuali, e poi la ricuce al nostro presente nella sua fisica densità attraverso gesti semplici e minimali che danno origine a opere di natura scultorea: tale pratica testimonia il desiderio di riappropriarsi di ciò che è ormai derelitto, sovrapponendo allo scorrere del passato quello del nostro tempo e delle nostre vite. Per l’artista, ogni parte costitutiva di un’opera è essa stessa la documentazione materiale di una vita che è stata in precedenza, la prova di un’esistenza condensata in un manufatto, che viene in questo modo trasmessa all’osservatore. Elementi di diversa provenienza sono quindi ricomposti in forme semplici e familiari, che ricordano in parte le suppellettili e gli oggetti da cui siamo circondati nelle nostre case. Pelizzon sembra dirci che quegli anonimi residui ci appartengono, poiché sono parte e origine della nostra esistenza, ed è quindi opportuno riportarli dal margine in cui sono stati relegati allo sguardo dell’osservatore. L’artista tenta in questo modo di avvicinare i lembi di una ferita lacerata dal violento e inarrestabile incedere della storia (e delle nostre storie individuali), e ci avverte attraverso le sue opere che quei margini aperti si possono in realtà ricongiungere. E quasi totalmente cicatrizzare.


Paria ricondotti a nuova vita
I materiali impiegati dall’artista sono principalmente il frutto di demolizioni di edifici, dismissioni di laboratori industriali o di vecchie case. Si alternano liberamente elementi che trattengono facilmente il calore dei corpi – che l’artista percepisce concettualmente ‘caldi’ – come lana, tessuto, legno e gomma, ad altri che invece lo dissipano – e cioè ‘freddi’ – come metalli e ceramica. Sono materiali che hanno avuto nel proprio passato un impiego specifico e che, pur essendo frequentemente riconoscibili, perdono del tutto la propria funzione originaria: rimangono degli spettri carichi di ricordi e di storie, che si possono solo intuire, ma che nessuno può conoscere in profondità, perché dispersi nei rivoli del passato. Non sono materia costitutiva ‘neutra’, scelta per le qualità fisiche o estetiche, ma dispositivi che veicolano pezzi di vita passata, e che Pelizzon sceglie per la carica espressiva che possiedono e per l’inattesa umanità che esprimono. A questi si affiancano frequentemente degli oggetti reali, concreti, delle ‘cose’ inanimate come scatole o bambole, che hanno avuto un preciso utilizzo in passato, ma che vengono defunzionalizzate e impiegate da Pelizzon come semplici objets trouvés. Le opere risultano realizzate ricombinando materiali non solo gravati dal tempo, ma anche del tutto abbandonati a se stessi: vecchi tubi dell’acqua, lastre di piombo impiegate dai radiologi per proteggersi, lana di materasso e ritagli di camere d’aria sono portati infatti dalla periferia del visibile al centro della nostra attenzione, sotto i nostri occhi. E così tali elementi, letteralmente espulsi dal nostro mondo come paria, sono riportati dall’artista a nuova vita in forma imprevista e ricondotti nell’alveo del presente.


Empatia in opposizione all’oblio
La predilezione di Pelizzon per l’impiego di materiali abbandonati evidenzia l’esigenza dell’artista – dal punto di vista psicoanalitico – di farsi carico degli ‘ultimi’ e di ciò o di coloro che stanno sul margine. Pelizzon nutre un interesse profondo per il confronto con i manufatti che trova: li considera concettualmente e intimamente forniti di vita, e li tratta alla stregua di persone, umanizzandoli. Gli oggetti abbandonati alla disordinata solitudine del tempo sono infatti per lei non solo i testimoni di una vita o di una storia passata, ma anche delle ‘creature’ di cui prendersi cura nel presente, affinché non smettano di dire ciò che nel passato hanno naturalmente sempre detto. L’artista svolge quindi una funzione di cura, da ‘madre emotiva’ che si trova ad adottare e far crescere degli orfani che il caso le ha inaspettatamente affidato. Pelizzon esprime infatti un naturale, empatico e altruistico interesse verso un oggetto ‘in difficoltà’, ‘sconfitto’ o ‘ferito’ dalla storia, cui fa fronte in prima persona con la propria opera di riparazione e risarcimento, sia morale che fisica. Tale disposizione d’animo è una forma di ‘amore’ incondizionato e libero verso l’altro da sé, che può assumere psicanaliticamente per l’artista anche una funzione di inconsapevole autoterapia. Si avverte in questa generosa dedizione il desiderio umano primigenio di opporsi all’azione ineluttabile del tempo, in una lotta silenziosa e ostinata contro l’oblio. Mirata a evitare che ciascuna nostra traccia sia cancellata e ogni memoria dissipata lontano da noi, nella polvere.
Le opere
Daniele Capra, Linda Carello e Guido Comis




Radicamenti è composta da un elemento di metallo di risulta di forma conico-toroidale cavo dal quale fuoriescono dei grossi cordoni di lana, realizzati intrecciando l’imbottitura di vecchi materassi. L’opera, il cui aspetto ricorda una pianta tropicale fiorita, si presenta con lunghe braccia aperte che occupano il pavimento offrendosi interamente allo sguardo dello spettatore. Tali estensioni di lana, nella loro forma libera e nodosa, ricordano l’apparato radicale di un grande albero aggrappato al terreno di una foresta. Il lavoro allude alle radici personali e alla storia – collettiva e individuale – come fondamenti sempre più necessari nella nostra condizione presente, caratterizzata dall’incertezza, dalla dispersione e da un’instabile liquidità.


Insieme e Contrapposizione sono realizzate dall’artista assemblando vecchi tubi di piombo recuperati da demolizioni, strisce di camere d’aria e lana di materasso. Gli elementi sono poi stati sospesi in parallelepipedi verticali di metallo, che svolgono la doppia funzione di definire l’ingombro massimo della scultura e di evidenziare visivamente gli elementi nello spazio. All’interno di tale ‘disegno tridimensionale’, gli oggetti, che sono fissati in alto con del semplice filo di ferro, sono liberi di oscillare, se mossi dal vento. Le due opere sottolineano due opposte attitudini: nella prima l’omogeneità tra gli elementi costitutivi di metallo suggerisce una ritrovata unità d’intenti, mentre nella seconda i materiali sono posti in contrasto visivo e concettuale (il calore della lana, il freddo del piombo).


Le opere della serie Imperfetti sono costituite da sottili lastre di piombo, provenienti da impieghi industriali e ospedalieri, sulle quali l’artista è intervenuta dipingendo col pennello dei piccoli elementi circolari di colore bianco. Sono una sorta di semi che, visivamente combinati, danno origine a forme primarie come quadrati, cerchi e rettangoli: segni minimi che rivelano il desiderio di riappropriarsi di ciò che il tempo ha nascosto, lasciando però sul metallo una traccia che parla anche di noi, qui e ora. Ma dalla superficie di metallo emergono anche alcuni dei volti delle statue delle collezioni del museo e poi l’impronta del pollice di Piero Manzoni, ingrandita fino a misurare quasi un metro d’altezza. Quest’ultima è una citazione letterale del grande autore italiano e allude, più in generale, alle capacità di ogni artista di generare senso a partire dalla matrice della propria identità.


Oscilla è formata da una trentina di dischi, sospesi dal soffitto con dei fili di ferro, realizzati in piombo. Sul recto e sul verso sono stampati alcuni volti delle statue presenti nella collezione del museo, talvolta alternati a essenziali disegni geometrici di color bianco, la cui tecnica ricorda la decorazione a mosaico. L’installazione è ispirata agli oscilla antichi, elementi decorati con scene dionisiache o fantastiche, sospesi nei porticati o appesi agli alberi con valore sacrale. I volti evocano gli antichi abitanti di Aquileia, di cui ciascun ritratto, a distanza di secoli, rimane spesso l’unica traccia documentaria della loro esistenza in vita. Pelizzon affranca quei volti dalla condizione originale d’immobilità, determinata dal marmo, rendendoli invece dinamici, liberi di oscillare al primo soffio di vento.


Illeggibile e Insieme sono sculture caratterizzate dalla sovrapposizione di oggetti di risulta incoerenti, tenuti insieme da gomma o tessuto. Le opere sono costituite da una sottile lastra di piombo ripiegata su se stessa su cui sono collocati, in maniera ordinata, ritagli di tubi, lana, brandelli di camere d’aria. I lavori propongono un possibile dialogo tra oggetti con storie e provenienze diverse, ciascuno dei quali trasmette inaspettatamente il calore umano. Nel caso di Illeggibile, il piombo, che sembra contenere qualcosa di misterioso da celare allo sguardo dell’osservatore, si sovrappone al testo stampato su tessuto rendendolo del tutto incomprensibile. In Insieme, invece, ha la funzione di supporto e collettore di elementi tra loro eterogenei.


Otto e Tutti in fila sono costituiti rispettivamente da trecce di lana di materasso allineati e lamine di metallo disposte verticalmente su di un muro grazie ad appositi supporti. Riportati al centro del nostro sguardo, i frammenti paiono in questo modo ritrovare finalmente una funzione nel nostro presente. Pelizzon sembra infatti, con poche semplici azioni di ordinamento, porre argine al caos causato dall’inesorabile scorrere del tempo. Ma le opere alludono altresì alla numerosità, all’uguaglianza e alla diversità esistenziale delle vite degli uomini, in cui le storie individuali si mescolano, si assomigliano, ma non del tutto. In Otto e Tutti in fila l’artista sembra ricombinare in forma coerente i destini delle persone, attribuendo a ciascuno un ruolo, una funzione e una dignità.