Francesco Candeloro
Alterne visioni

Breed Art Foundation, Amsterdam (NL)
novembre 2021 ― febbraio 2022

Pittura come estensione
Daniele Capra




Conosco il lavoro di Francesco Candeloro sin da quando ho iniziato a occuparmi professionalmente di arte contemporanea. Solo negli ultimi anni però (e in particolare dopo la mostra al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, in cui l’allestimento delle opere dell’artista era costruito sulla continua interazione con le meravigliose sculture antiche), mi sono reso conto che la sua pratica ha a che fare con quel territorio di relazione/conflitto tra le due e le tre dimensioni. Molta della sua ricerca, infatti, è caratterizzata dall’opposizione tra le differenti logiche visive che usualmente soggiaciono a un’opera bidimensionale e tridimensionale. È come se, nel suo continuo indagare, l’artista non si fosse mai arreso alle differenze che siamo abituati a cogliere – visivamente? ideologicamente? – tra il disegno e la scultura, o tra la pittura e l’installazione. E, da parte dell’artista, la questione non nasce tanto da una necessità di sovvertire dal punto di vista teorico le abituali tassonomie descrittive o gli stereotipi della percezione, quanto invece da una pratica personale quotidiana libertaria e sostanzialmente anarchica. L’artista arriva cioè a rendere evidente un conflitto in forma liquida e ludica, frequentandolo assiduamente a partire dal suo lavoro nello studio.


Nella opere di Candeloro la scultura e la pittura sono entrambe presenti e si inseguono come due bambini che giocano insieme correndo, benché, apparentemente, la prima abbia il sopravvento. In particolare va rilevato come la forma finale delle sue opere sia sostanzialmente quasi sempre quella tridimensionale, di matrice scultorea. Ma, nel suo caso, la materia, il modellato, il volume o l’ingombro – caratteristiche proprie della scultura – non sono degli strumenti espressivi dai quali l’opera stessa è intimamente originata, quanto invece il depositarsi finale di un processo che trova le sue basi altrove. Plexiglas, metallo, neon e ogni altro materiale impiegato sono infatti per Candeloro la trasposizione di un pensiero che si sviluppa, nella maggior parte dei casi, a partire dal disegno. Concettualmente gli elementi generativi sono cioè il segno, la sagoma o la linea disposta su una superficie, ossia aspetti che maturano da prassi esecutive di natura bidimensionale, che sono essenzialmente riconducibili alla pittura geometrica o minimalista. L’Enciclopedia Treccani definisce come pittura l’“arte di dipingere, raffigurando qualche cosa, o esprimendo altrimenti l’intuizione della fantasia, per mezzo di linee, colori, masse, valori e toni su una superficie.” [1] L’artista segue compiutamente questa definizione, ma si avvale poeticamente delle tre dimensioni. Le sue vanno infatti lette come delle vere e proprie germinazioni pittoriche che prendono una formalizzazione inattesa: sono frutti colorati e succosi che cadono lontano dall’albero.


La simmetria, l’impiego di matrici, di elementi visivi lineari, l’inversione cromatica, l’uso di traslazioni sono ricorrenti nelle opere di Candeloro ed evidenziano il suo grande interesse per la geometria e la composizione. L’artista, come ad esempio dimostrano i lavori della serie dei Libri [2] (opere su carta a più livelli che possono prendere alternativamente la forma di un libro squinternato disposto su una parete o quello di una pila di fogli di carta trattenuti da due lastre di plexiglas colorato), adotta ricorrentemente forme linguistiche basate su componenti primari e sulla loro ricombinazione seriale. Sono l’ordine degli elementi, il ritmo delle forme e dei colori a determinare la composizione finale: la struttura visiva delle opere è cioè essenzialmente geometrica, basata sulla semplificazione dei costituenti e sulla loro ordinata ripetizione. Va però osservato come frequentemente l’artista avverta l’esigenza di rompere il rigore delle strutture, ingentilendole con elementi minimali riconducibili al disegno, alla decorazione, a un senso intimo della grazia.


Le opere realizzate con plexiglas nascono un interesse dell’artista nei confronti dell’architettura e delle sue possibilità di condizionare la percezione cromatica nello spazio. I suoi Cubi e le sue Lastre sono elementi minimali caratterizzati dalla presenza di immagini serigrafate sulle superfici, in cui sovente sono impiegate fotografie realizzate dall’artista, che spesso riconducono al suo immaginario, al suo vissuto o a esperienze personali di viaggio. Sono contemporaneamente volume diafano e immagine bidimensionale (ancora), che si confrontano in un gioco combinatorio alimentato da trasparenze e continue sovrapposizioni. Ma sono anche forme oggettuali ciascuna delle quali dotate di una personalità e di differenti gradi di interazione con l’ambiente in cui sono collocati: sono insieme elementi destabilizzanti e micro-costellazioni di immagini che intercettano lo sguardo dell’osservatore, ossia dei punti di contaminazione cromatica. Ugualmente le Finestre, che riportano sulla loro superficie alcuni elementi iconici intagliati (sono spesso profili di architetture o di paesaggi) nascono per intercettare la luce e proiettare una presenza su altre superfici, quali il pavimento, i muri o anche il corpo delle stesse persone, come ad esempio illustra l’intervento realizzato ad Amsterdam negli spazi brutalisti dei Breed Art Studios progettati da Frans van Gool. Sono insieme ingombro, ma non di materia; pittura, ma di luce colorata. La pratica artista di Candeloro, poeticamente fluida ed espressivamente deideologizzata rispetto ai singoli media, combina infatti in questo modo aspetti di confine e grammatiche che sono distanti, in parte contraddittorie. È, la sua, una forma estensiva di dipingere, che sollecita l’osservatore ad adottare strategie visive differenti e opposte nello stesso momento, in un continuo gioco di spostamenti.




[1] “Pittura”, in Enciclopedia Treccani. Voce consultabile su www.treccani.it/enciclopedia/pittura.
[2] I nomi utilizzati (Libri e successivamente Cubi, Lastre e Finestre) sono quelli informali adoperati, anche dallo stesso artista, per indicare le serie di opere. In realtà ciascun lavoro è dotato di un proprio specifico titolo.