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Fratelli Calgaro
Corpo sociale

book and website project for Vulcano
April 2019

Il tuo piede, il mio occhio, la mia pancia, il tuo seno

Daniele Capra




Il corpo è l’estensione spaziale dei tessuti che compongono l’uomo e gli animali, l’insieme cioè di quelle strutture anatomiche complesse che sono dotate di vita, strutture e funzioni proprie. Il corpo umano in particolare è l’unione di tre sezioni ciascuna dotata di compiti specifici: a) la testa; b) il tronco; c) gli arti. La testa contiene il cervello, il tronco gli organi vitali, mentre gli arti servono come apparato locomotore, per procurarsi il cibo e provvedere ad altre esigenze primarie. Curiosamente nei rettili gli arti sono uniti lateralmente al tronco, caratteristica che li rende piuttosto inetti e buffi alla corsa, come capita di vedere in una lucertola spaventata che si precipita a trovare riparo in una cavità o una tartaruga che sgambetta verso qualcosa che la ingolosisce. Nei mammiferi, invece, essi sono attaccati sotto il tronco, aspetto che ha permesso lo sviluppo di particolari attitudini all’esplorazione ambientale o allo svolgimento di azioni complesse, come si registra anche nel caso della specie cui apparteniamo.


Il corpo è tutto quello che ci delimita, ma è anche il dispositivo che ci relaziona/condiziona/orienta fisicamente con tutto ciò che a noi è esterno, che convenzionalmente chiamiamo realtà. Sebbene molti dei più smaliziati giurerebbero sia pura illusione, diamo qui per assodato che essa esista, quanto meno come costruzione collettiva, secondo la celebre teorizzazione che fecero a metà degli anni Sessanta Peter Berger e Thomas Luckmann in The Social Construction of Reality. Il corpo è il contenitore che ci definisce e ci ospita nella nostra unica individualità, poiché permette di definire quell’insieme che chiamiamo io, che è immerso all’interno di un insieme più grande e popoloso, che chiamiamo appunto realtà. Noi siamo in buona sostanza, anche te che ora stai leggendo, un sottoinsieme che condivide con altri parigrado il fatto di appartenere ad un insieme maggiore. In questa costruzione complessa il corpo non è semplicemente estensione spaziale, ma ha la funzione di membrana, luogo di smistamento e passaggio: è muri, tetto, fondamenta e, soprattutto, porte e finestre, da cui continuamente ci affacciamo perché soli ed isolati, per nostra umana natura, proprio non riusciamo a stare.


È difficile immaginare tutto questo ai nostri giorni caratterizzati dall’impiego massiccio dei social network, in cui il corpo non solo è diventato un contenuto di per sé stesso e come tale viene usato (e quindi a prescindere dal piacere che può dare o ricevere), ma sembra perdere la funzione di strumento di relazione per essere un’arma di offesa o difesa fisica, mediatica ed identitaria. Il corpo, di cui le femministe rivendicavano orgogliosamente le libertà dai vincoli imposti dalla famiglia patriarcale e dalle costrizioni sociali, solo quarant’anni fa, è ritornato oggi ad essere uno strumento di cui non non disponiamo pienamente e con tutte le prerogative che razionalmente vorremmo. Il mio corpo (o il tuo corpo) non è più esclusivamente mio (o tuo), e nemmeno astrattamente della società o di una qualsiasi delle lobby. È diventato di tutti, ma nella forma più impersonale e proterva possibile: non tanto cioè come condivisione comunitaria, ma come infinita attività manipolatoria che le reti sociali e l’ossessione per il visibile stimolano al massimo grado. Abbiamo affidato cioè l’amministrazione immateriale del nostro corpo a tutti gli altri, che non sono persone con una faccia, un corpo, un nome, un’identità. Pur essendone titolari, infatti, il nostro corpo è gestito discrezionalmente da una moltitudine i cui costituenti ignoriamo: precipita in immagine, contenuto bidimensionale che schiaccia la profondità dentro un formula generica – un algoritmo algido? – rispetto cui poco valgono le singole resistenze individuali.


Più il corpo diventa immagine, proiezione distante dalla fisicità concreta di muscoli e pelle, più è concreto il rischio che sfugga dalle nostre mani la sua funzione e il senso che noi gli attribuiamo, e questo non è certo solo un fenomeno che si registra con l’uso di Instagram e Youtube. È per questo che nel 1565 Daniele da Volterra, che era un buon artista di natura intimamente tormentata, fu chiamato a vestire i corpi dipinti da un collega particolarmente celebre, appena venuto a mancare: il suo predecessore non si era imposto alcun limite nella rappresentazione dell’anatomia, nel furore della creazione. Ma già qualche anno dopo la realizzazione dell’opera era successo quello che, con un linguaggio più moderno, siamo soliti chiamare «eterogenesi dei fini», fenomeno che Daniele era stato chiamato ad arginare con un’azione emendatrice: quei corpi, dipinti ad affresco per celebrare Dio e la complessa teologia che regolava l’andamento del mondo, risultavano invece troppo umani, troppo carnali, troppo sensuali, al punto di essere osceni; e, inoltre, avevano smesso di corrispondere alle aspettative dell’istituzione che li aveva commissionati: la Chiesa aveva infatti appena posto delle nuove regole sviluppando un nuovo piano culturale per reagire alle istanze riformiste e moralizzatrici provenienti dal Nord Europa.
Al mutare delle condizioni esterne quelle immagini si prestavano ad essere lette diversamente o fraintese, esattamente come accade nel frangente in cui viviamo oggi, caratterizzato dal primato del visibile (e contraddittoriamente percorso all’interno da una forma, sovente censoria ed antilibertaria, di iconoclastia moralizzatrice). Ora come in passato, infatti, chi produce un contenuto non ne è padrone fino in fondo quando lo affida agli altri, poiché è soggetto alle infinite manipolazioni, ai gusti, alla cultura, all’intelligenza o alla mediocrità di chi guarda. E poi, particolare non esattamente trascurabile, chi ora posta/diffonde immagini del proprio o dell’altrui corpo, raramente possiede le capacità artistiche del buon Buonarroti.


L’immagine del corpo – nell’articolata complessità delle sue funzioni – è stata sin dall’antichità impiegata come dispositivo da filosofi, politici ed intellettuali per descrivere la società, i membri che la costituiscono, le dinamiche, i rapporti funzionali, gerarchici e di forza tra le sue parti. Il corpo è per sua stessa natura metafora dell’unione tra elementi singoli, apparentemente destinati a scopi diversi, che trovano un senso più alto nell’articolare e sviluppare un rapporto di relazione: è simbolo di come, a partire dalle relazioni, gli individui si strutturano in gruppi, in organismi complessi e reti.
In questa visione le differenti funzioni affidate ad ogni singola parte del corpo sono spesso rilevanti, ma la cosa più significativa risulta però essere l’unità organica del corpo intero. Sinteticamente potremmo dire che il valore complessivo del corpo intero è superiore alla somma algebrica delle sue singole funzioni, poiché c’è un plusvalore – difficilmente misurabile – che deriva dalle sua struttura complessa, dalle possibilità di adempiere a compiti di grado superiore, possibili esclusivamente grazie alla sovrapposizione di più processi. Quindi il corpo in sé è ben superiore al suo essere insieme di funzioni che si attuano in forma meccanicistica, poiché è società, ossia un organismo che risponde alle istanze più complesse dell’uomo che per sua stessa natura è, come scriveva Aristotele, «animale politico».


Per Corpo Sociale i Fratelli Calgaro hanno ritratto fotograficamente alcuni dei partner, dei clienti e dei dipendenti del gruppo Alpenite, convenuti ad una festa, in due sessioni di shooting. Il progetto nasce dall’idea di sintetizzare nella forma anatomica del corpo umano femminile e maschile l’idea della complessità di un’organizzazione articolata qual è un’azienda, che, secondo la definizione dell’Enciclopedia Treccani, è «un sistema di forze economiche che sviluppa nell’ambiente con cui interagisce processi di produzione e/o di consumo, a favore dei soggetti economici che vi cooperano».
Ciascuna persona convenuta è stata invitata a farsi ritrarre di fronte l’obbiettivo, su un fondale di carta bianca, spogliandosi o mostrando una parte del proprio corpo. Le reazioni sono state molto differenti, a seconda del grado di confidenza con il proprio corpo e di esibizionismo di ciascun partecipante: alcuni hanno preso parte scoprendo il tronco, le gambe o rimanendo in mutande, altri invece si sono sentiti liberi di esporsi in completa nudità, appena velati da una pianta di ficus elastica variegata sorretta con le mani di fronte al pube, con una modalità che reinterpreta in chiave postmoderna, ed una sottile ironia, la classica iconografia di Adamo ed Eva.


Corpo Sociale è stato prodotto sovrapponendo in un collage i dettagli di molti scatti realizzati a persone differenti, in cui sono presenti dettagli riconoscibili che potrebbero in modo univoco ricondurre ad un determinato individuo (come evidenziato ad esempio da tatuaggi, cicatrici, piercing). La testa, le braccia, il petto, le gambe, i piedi o l’addome sono così frutto di una combinazione di immagini orizzontali e verticali in cui i dettagli strutturali non sono perfettamente congruenti dal punto di vista dimensionale, del colore della pelle, dei capelli o dalla muscolatura. Il corpo umano diventa quindi sociale perdendo il realismo e la continuità dell’anatomia, poiché l’immagine finale è un mosaico costituito da ritagli, da frammenti che non collimano.
Le mancate corrispondenze evidenziano concettualmente la relazione di dialogo/conflitto tra le parti, in cui l’individuo trova compiutamente senso solo nella complessità di una visione più alta; e, specularmente, la struttura unitaria è possibile solo grazie alla presenza di tanti elementi diversi. Ognuno decide di mostrare solo una piccola parte di sé, ma è solo il processo relazionale con gli altri soggetti fotografati, che avviene nel libro pagina dopo pagina, a dare una continuità estetica. Il risultato finale è un’unica immagine – sintetica e disarticolata – da cui si intuisce un elevato grado di molteplicità delle relazioni. Ciascuna porzione di incarnato ha infatti un’identità, un nome, un donatore, mentre l’immagine del corpo sociale mostra delle persone unite dalla medesima finalità o che condividono, anche in forma inconscia, una simile prospettiva: E pluribus unum, «da molti uno», come magistralmente riassunto dal detto latino (che non casualmente è il motto scelto per lo stemma degli Stati Uniti sin dagli anni successivi alla loro fondazione).


Un corpo sociale come quello composto dai Fratelli Calgaro – formato dall’unione di molti individui la cui morfologia è in parte sovrapponibile, conflittuale o sostituibile – allude inevitabilmente anche alla problematicità della gestione delle relazioni tra i suoi membri, poiché non elude né cancella le differenze, le anomalie, le eventuali incompatibilità delle sue parti costituenti. Non è cioè una rappresentazione edulcorata, che nasconde la presenza di una forza centrifuga disgregante o il desiderio metamorfico di cambiamento presente in ogni gruppo, ma, al contrario, è una testimonianza di uno stato transitorio che è comune ad ogni organismo sociale, in cui la trasformazione e le dinamiche relazionali tra i membri sono in un processo di costante negoziazione. Quel piede, quell’occhio, quella pancia o quel seno avrebbero potuto essere anche tuoi o miei, perché, in ultima istanza, evidenziano la possibilità che ciascuno ha di essere piede, occhio, pancia o seno. La riconoscibilità e le determinazioni dell’individuo passano in secondo piano rispetto alle possibilità di cambiamento e determinazione offerte a ciascuno in quel contesto, o rispetto all’opportunità di far germinare altri ulteriori corpi sociali, altrove, domani.