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Fuori dal vaso

Beatrice Gelmetti, Adelisa Selimbašić,
Mattia Sinigaglia, Francesco Zanatta

Mestre Venezia, Vulcano
novembre 2019 ― gennaio 2020

Condividere spazi e tempo

Daniele Capra




La grande specializzazione dei saperi che ha caratterizzato l’ultimo secolo e la ricerca dell’eccellenza in ogni singolo aspetto della conoscenza hanno portato ad una grande separazione tra gli studi, in particolare tra le discipline di carattere scientifico e quelle umanistiche. Tale modalità di operare deriva fondamentalmente dal sistema economico che abbiamo adottato, basato sulla competizione tra singoli, che il capitalismo spinto degli ultimi quarant’anni non ha fatto altro che incrementare. Se già nel Seicento Francis Bacon aveva teorizzato come la conoscenza fosse una forma significativa di potere, questo aspetto è diventato ancora più importante per l’indiscutibile centralità assunta dalla tecnologia, dato che la conoscenza di nuove nozioni, processi o materiali, può portare a grandi vantaggi competitivi sugli altri attori del sistema economico. Ma nemmeno chi opera nel settore delle discipline umanistiche è esente da colpe: si pensi, ad esempio, al settarismo, all’avanguardismo estremo ed inconcludente, all’elitismo snob delle persone che sono parte del mondo intellettuale ed accademico. Tecnologia e humanities paiono cioè diventati due mondi che si parlano di rado e che spesso non possiedono un linguaggio comune. Ma sono questi due mondi realtà davvero inconciliabili?


Fuori dal vaso è un progetto pioniere che ha lavorato con una formula innovativa cercando di avvicinare i margini di questi mondi, mettendo a confronto chi, come Vulcano, lavora creativamente in un settore come quello tecnologico, con quattro giovani artisti che praticano invece la pittura, e che hanno alle spalle la frequentazione dell’Accademia di Belle Arti di Venezia, presso l’Atelier F. Due realtà teoricamente differenti per modalità di pensiero, per approccio, per finalità. Tanto più perché Vulcano è strutturata per essere un’azienda, la quale deve comunque rispondere alle esigenze del mercato in cui opera, mentre ogni artista è essenzialmente un individuo con un’enorme urgenza espressiva, e che risponde in primis a se stesso. Siamo partiti da questa consapevolezza pensando che, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, tali differenze potessero essere un valore, una ricchezza: l’espressione “farla fuori dal vaso”, cui il titolo fa riferimento, sottolinea proprio l’approccio complesso e la disponibilità, da parte di tutti, ad andare oltre a regole e a modalità di lavoro preordinate, cioè al di là delle aspettative e delle prassi usuali. Per gli artisti nel raccontare i processi che stanno alla base del proprio modo di dipingere e nel tentativo di sviluppare delle immagini forti e significative, ma anche per l’azienda nello sperimentare strade creative prima mai adottate, dando seguito a l’attitudine, come già più volte successo, di confrontarsi a tu per tu con l’arte contemporanea.


Per due mesi Beatrice Gelmetti, Adelisa Selimbašić, Mattia Sinigaglia e Francesco Zanatta hanno condotto la propria ricerca presso la sede di Vulcano, condividendo lo spazio con i dipendenti, i collaboratori e i clienti dell’azienda. È stata una convivenza immersiva, in cui gli artisti hanno lavorato spalla a spalla con i collaboratori dell’agenzia creativa, aspetto che ha dato origine a discussioni, confronti, qualche problema di coabitazione dovuto alla puzza fastidiosa di trementina, scambio di idee. Nel tempo libero tra una telefonata e l’altra, nella pause per un caffè o una sigaretta, a pranzo o di fronte a una birra a fine giornata, non sono infatti mancate occasioni in cui poter uscire realmente dal proprio contesto. La spinta di Fuori dal vaso a convivere, a scambiarsi punti di vista, rompe un doppio isolamento: quello dell’artista solo nel suo studio, tipico dell’arte contemporanea, che è un settore che sta in un margine lontano dalla vita comune, ma anche quello di una realtà aziendale, che decide di investire risorse e il tempo dei propri collaboratori per fare altro rispetto a quello che classicamente ci si immaginerebbe.


Lo sviluppo di Fuori dal vaso ha testimoniato come i processi creativi che riguardano il medium pittura – a torto o a ragione, considerato come tradizionale – siano mai come ora compositi, ibridi e frutto di una continua commistione tra istanze storiche, tecniche e il mondo presente. Le questioni poste dalla contemporaneità, in particolare rispetto agli strumenti tecnologici, alla rapidità dei processi e all’istantaneità della trasmissione delle informazioni sono infatti centrali e oggetto di una continua contrattazione. La pittura si fa con tutto, con le tecniche consuete, ma anche interagendo rispetto agli stimoli e alle possibilità di elaborazione dell’immagine consentita dai software, allo sterminato database di immagini e video di internet, nonché alla presenza pervasiva dei social network, che, insieme, hanno agito come dei veri e propri produttori di immaginari. L’artista – tanto più quando sceglie di lavorare con una forma espressiva come la pittura, generalmente considerata lenta e riflessiva – deve di fatto orientarsi in un mondo fatto di flussi visivi ininterrotti, e, soprattutto, deve sapere scegliere se esserne parte o, talvolta, preferirgli il silenzio più profondo. Il discorso è analogo, ovviamente, anche per il creativo che si trova costantemente a dibattersi tra rumore e silenzio, tra partecipazione all’onda e isolamento.


Fuori dal vaso ha reso manifesto come la pittura sia una disciplina onnivora in cui coesistono spinte diverse, talvolta opposte, verso la velocità e la lentezza, verso il vuoto o il pieno, la realtà e l’immaginazione. Liberata dal dover corrispondere ad altro, dall’ansia di rappresentare poiché esistono altri mezzi apparentemente più efficaci, dalla necessità di corrispondere ad un’ideologia, un gusto o di essere un oggetto di status, essa ha la libertà di essere esclusivamente uno strumento di espressione, un campo da gioco in cui le regole sono fatte innanzitutto dall’artista per essere solo dopo condivise o negoziate con chi guarda. Fuori dal vaso ha inoltre evidenziato come il processo creativo sia caratterizzato da accelerate e brusche frenate, da progressioni lineari e svolgimenti contorti che non sono sempre intellegibili, ma la centralità è sempre assunta dalla modalità formale con cui il contenuto dell’opera si rivela agli occhi di chi guarda. Non pare esserci spazio per altro che non sia la sperimentazione all’interno di questi ampi margini di libertà, nella consapevolezza che la pittura non smetterà mai di sorprenderci. Dentro o, più probabilmente, fuori da tutti i nostri vasi.