Giovanni Morbin
Indispensabile

Museo Civico Archeologico, Bologna
gennaio – febbraio 2024

Le opere
Daniele Capra




Le opere Mano, Testa e Porta (2002) rappresentano gli ‘strumenti di lavoro’ di cui l’uomo naturalmente dispone e sono quelli che ne hanno alimentato idealmente il percorso evolutivo. Tali elementi sono anche il punto di partenza di ogni operazione artistica in un autore dedito alla pratica della body art come Giovanni Morbin, per il quale il corpo è fonte, medium e linguaggio. La mano, la testa e il braccio (il titolo Porta allude all’idea di sostegno e di varco ingresso) sono mostrati dall’artista in modo anticelebrativo in una condizione di parziale debolezza, come evidenziano i bendaggi, che sono un riferimento a un infortunio subito dall’artista. Le opere sono caratterizzate dalla sovrapposizione del disegno del corpo a una texture che raffigura il tessuto sanguigno, che è insieme soggetto rappresentato e materia costituente. I disegni sono infatti realizzati usando come pigmento lo stesso sangue dell’artista, che, in questo modo, partecipa intimamente all’immagine estendendo concettualmente il volume del proprio corpo.


Belvedere (2009) è una scarpa classica da uomo in vitello di produzione artigianale che viene presentata con la sua scatola. La calzatura è dotata di un tacco sovradimensionato rispetto alla suola che, nonostante la mancata compensazione delle masse, riesce a opporsi alla gravità rimanendo orizzontale. La sproporzione tra le parti rende la scarpa innaturale e antifunzionale, conferendole un sapore surreale. L’opera allude all’altezza come mezzo di potere in sé capace di creare gerarchie. Ma, ambiguamente, sottolinea il fatto che la stessa altezza sia caratteristica imprescindibile per vedere più in là, come lo stesso titolo sottolinea ironicamente. Nel suo essere strumento Belvedere può essere letta così doppiamente come grottesco tentativo di ricercare una posizione più elevata e come critica egualitaria al concetto di dominanza.


Braccio rotto, Lascia, Manico T badile (1988-89) nascono dall’osservazione della vegetazione delle piante e di come esse siano sottoposte agli stessi vincoli strutturali e alle stesse logiche cui l’essere umano e gli attrezzi che realizza sono sottoposti. Le strategie per opporsi alla gravità, la ricerca della robustezza degli elementi costitutivi o la possibilità di cura in seguito a una rottura rispondono a dinamiche simili, in cui l’analogia tra elemento antropico e vegetale è quasi disarmante: un braccio che si rompe è come un ramo che cede alla tempesta; un’ascia può essere vista idealmente come l’innesto di due differenti specie arboree che si uniscono rigenerandosi. La serie degli Attrezzi, centrale nella ricerca di Morbin, è così dichiarazione poetica dell’uso del corpo da parte di un body artist; ma è anche metafora di come l’artista interagisce con il mondo, in una posizione di continuità e prossimità al mondo stesso.


Strumento a perdifiato (1996) è un lavoro di ottone, simile al corno che si usa nelle orchestre classiche, a disposizione dello spettatore. È uno strumento del tutto particolare poiché consente di parlare e ascoltare la propria voce. L’opera attiva e mette in atto una comunicazione di tipo bizzarro e assurdo, che rompe il canone stesso della trasmissione del contenuto, poiché manca del tutto il destinatario. Strumento a perdifiato è infatti una macchina che permette in maniera paradossale di parlare a favore di un interlocutore invisibile, ma che è sempre presente alla nostra vita: noi stessi. L’uso dell’opera è così occasione di un confronto sincero con quelle idee e quelle parole che spesso evitiamo di pensare e pronunciare, cullandoci o nascondendoci nella nostra inconfessabile intimità. Lo Strumento a perdifiato viene inoltre utilizzato collettivamente in forma di concerto, nel quale gli orchestrali sono invitati a rispettare una scansione di movimenti come accade generalmente nei brani di musica classica. È un modo non ordinario per ascoltare se stessi nell’agorà delle interazioni.


L’angolo del saluto (2006) è originato dall’idea di espandere concettualmente il volume del proprio corpo attraverso un gesto ginnico in cui viene alzato il braccio teso al di sopra della scapola. In questo modo viene a crearsi un’inconsapevole scultura modernista invisibile, un volume d’aria vuoto. L’artista cerca così di riappropriarsi di tale gesto nella sua esclusiva valenza corporea, depurandolo dal significato politico che ha avuto nel passato e che il nostro presente sembra in maniera angosciante riportare in auge. La scultura, che rappresenta l’angolo ideale per realizzare tale gesto, diventa così una costruzione geometrica minacciosa e a cui dobbiamo prestare attenzione, come evidenzia la presenza inquietante della barra d’acciaio.
La foto L’angolo del saluto (2014) è una documentazione della performance realizzata da Morbin nella città di Rijeka – in occasione della sua personale al MMSU – in cui l’artista si è fatto ingessare il braccio destro nella posizione del saluto romano. Per un’intera giornata Morbin si è mosso nella città croata con una postura anomala e politicamente ambigua, che passava però del tutto inosservata proprio per la presenza del gesso ortopedico. I collage (2006-11) sono invece uno studio comportamentale sul saluto romano e sulle pratiche di relazione nello spazio pubblico. Il gesto viene in questo modo privato del senso politico, schernito e ironicamente ricondotto a banale pratica fisica, la cui unica ragione è di natura muscolare.


Scultura sociale (2003-2024) è costituita da elementi modulari semisferici in metallo liberamente componibili che si mettono in dialogo con ciò che esiste, accoppiandosi con sedie, tavoli, porte, armadi, o qualsiasi altro oggetto: è uno strumento ‘sociale’ proprio per la sua capacità di introdursi in un contesto e interagire con esso. L’opera, che è anche un omaggio alle 7000 querce di Joseph Beuys, allude al superamento dell’idea di fissità e misurabilità tipica della scultura poiché è impossibile la vista nella sua interezza. È così un atipico strumento sociale, incompleto e atomizzato, ma che risulta nei fatti un innesco di potenziali relazioni.


Studio per applicazione (2024) nasce invece come intervento site specific per gli spazi del Museo Archeologico, come reazione a un elemento architettonico che sporge dal muro. La presenza del quadrato di legno diventa così l’occasione per l’artista per un nuovo studio finalizzato a ulteriori applicazioni dell’opera.


I Guanti (1985) sono una scultura nata dall’idea di rendere impossibile l’uso delle mani, contrariamente alla motivazione per cui i guanti nascono. La scultura, realizzata in filo metallico, è priva delle basilari caratteristiche anatomiche per l’impiego umano, ma testimonia la volontà di Morbin di mettersi in una situazione di seria difficoltà operativa. Non fare, o fare opponendosi a dei vincoli insormontabili, è così metafora della condizione esistenziale dell’artista.


Bodybuilding (1997) è una performance nella quale Morbin si cementa con un mano a un muro rimanendo in piedi per otto ore (la durata della giornata lavorativa). L’artista fonde il proprio avambraccio con la costruzione, ibridando volumetricamente l’arto con un corpo inorganico estraneo. La performance, realizzata per la prima volta a Lubiana e ripetuta successivamente in altri contesti, indica il tentativo dell’artista di superare la propria finitezza oltre i limiti estremi imposti dalla pelle.


Manomissore (2023) è un volume in cemento osseo che rappresenta lo spazio vuoto tra le mani dell’artista a riposo. È una scultura che nasce da calco antropometrico, ed evidenzia l’interesse di Morbin nei confronti della postura e delle abitudini comportamentali e, allo stesso tempo, è uno strumento potenziale atto ad accrescere il proprio corpo in una condizione di inazione.


Distantanee (2023) è una serie di opere che sono caratterizzate dalla possibilità di cambiare le proprie dimensioni e di interagire con lo spazio in una modalità libera e anarchica. I lavori – realizzati accoppiando dei volumi di marmo con cavalletti di diversa tipologia – propongono sovente il ribaltamento tra ciò che è pensato per sostenere e ciò che viene sostenuto, che si alternano liberamente in forma aperta. Le sculture sono infatti pensate da Morbin per essere esposte in modalità ogni volta differenti, in opposizione all’idea di fissità dell’opera. Le Distantanee sono infatti dispositivi che si mettono in gioco, sensibili al contesto, alla luce, alle variabili ambientali e al gusto di chi le colloca nello spazio.


Le opere della serie Bud (2023) nascono con l’idea di una germinazione del corpo dell’artista a partire da sassi e pietre raccolti in differenti contesti. Da ciascun elemento emerge infatti il pollice di Morbin, realizzato impastando la polvere della stessa pietra con il sangue dell’artista, nel tentativo di ibridarsi con del materiale inorganico o dei manufatti già esistenti (come per esempio il mattone). Il dito scelto, realizzato attraverso un calco, non è casuale. Il pollice infatti, in quanto opponibile, ha avuto un ruolo importante nell’evoluzione umana e ha consentito l’ideazione e l’utilizzo di attrezzi e strumenti da lavoro che hanno segnato la storia della nostra specie.


Anche Manmano (2023) nasce attraverso un calco ed è il frutto della compressione di una porzione di argilla tra le mani per il tempo minimo necessario per registrare la pressione. È la testimonianza di una forza applicata su entrambi i lati, ma anche l’effetto dell’azione di due strumenti espressivi archetipici e fondamentali: le mani.


Consertore (2023) è il calco realizzato in bronzo dello spazio tra gli avambracci a riposo. È una scultura dal sapore ironico che testimonia le Ozioni, performance in cui l’artista rinuncia all’azione per lavorare solo mentalmente in una condizione di ozio creativo. Morbin ribalta così la retorica del materiale – il bronzo è sempre stato adoperato nell’arte per realizzare statue e celebrare le persone effigiate – fissando con il metallo il momento della stasi e del solo pensiero, l’azione meno cinetica e performante concessa all’uomo.