Io sono un curatore

saggio pubblicato ne L’arte contemporanea 100 anni dopo
aprile 2018
ISBN 978-88-85821-52-1

Io sono un curatore
Daniele Capra




Il sistema dell’arte
È difficile far capire alle persone quale sia il ruolo del curatore nel sistema dell’arte, tanto più in questo momento di grande cambiamento del sistema stesso, nel quale ogni figura professionale non è più fissa e monofunzionale, ma è invece sottoposta a una continua negoziazione. Ecco una breve sintesi degli attori presenti per come sono stati delineati a partire dal secondo dopoguerra.
Il motore primo di tutto è l’artista, che è colui che realizza le opere fisicamente o che ne segue i processi produttivi. Tanto il critico che il curatore si occupano dell’interpretazione delle opere e di collocarle nel presente, di ideare le mostre e di sviluppare la parte intellettuale e relazionale. Il gallerista è, invece, quella figura che si occupa di vendere e sviluppare delle strategie commerciali e/o culturali che portino a una diffusione delle opere nonché a un loro incremento di valore. Per collezionista intendiamo colui che sente la necessità di acquistare delle opere, per motivazioni che possono essere estetiche, culturali o anche di natura economica. Scopo del museo è quello di formare culturalmente i cittadini, di dare opportunità agli artisti ed eventualmente tesaurizzare la loro ricerca facendola diventare patrimonio. Il pubblico invece è il destinatario finale dell’opera e delle politiche culturali del museo.


Curatore o critico
Esistono delle differenze, più di atteggiamento che fattuali, tra le figure di critico e quella di curatore. Semplificando possiamo dire che il critico molto più spesso legge la contemporaneità sotto una prospettiva storica, diacronica, rispetto a ciò che è avvenuto prima. Il curatore è al contrario immerso nella contemporaneità e adotta una prospettiva sincronica. Questo porta il critico a essere un po’ più distaccato e a interessarsi successivamente alla creazione dell’opera, dopo che essa è stata realizzata, mentre il curatore ama generalmente essere presente nel momento della creazione, di esserne in parte elemento generativo.


Fare una mostra
L’idea di mostra, per come la concepiamo noi oggi, si è evoluta a partire dal secondo dopoguerra quando progressivamente si è consolidata la tendenza a sviluppare le esposizioni in base a una tesi, ossia con le opere disposte come se si trattasse di un testo argomentativo, finalizzato a dimostrare un pensiero, un’intuizione. Ancora agli inizi del Novecento, infatti, le mostre erano caratterizzate dal semplice e libero accostamento di opere di uno stesso artista o, più frequentemente, di autori differenti.
Secondo l’evoluzione storica del concetto di mostra possiamo dire che il primo radicale cambiamento è stato quello introdotto da Harald Szeemann, grazie al quale la mostra diventa una sorta di organismo vivente. La mostra intercetta ciò che succede proponendone un’interpretazione, argomentandone le ragioni culturali ed estetiche più intime.


Cosa fa un curatore
Il curatore organizza mostre, scrive articoli, saggi e partecipa a dibattiti. La sua vita è un insieme di stimoli culturali, emotivi, estetici e di relazioni. Ma soprattutto l’aspetto fondamentale del curatore è conoscere a fondo gli artisti, il loro pensiero, la loro vita, condividendone aspirazioni, certezze, dubbi o potenzialità – io dico sempre, in maniera autoironica, che l’artista è il mio datore di lavoro. A questo si aggiunge la frequentazione degli attori del sistema di cui abbiamo parlato, in primis le istituzioni e le gallerie ma anche la conoscenza dei testi e degli elementi culturali che permeano la contemporaneità, dato che spesso le ragioni che determinano le nostre azioni sono esterne a quelle del mondo dell’arte e si possono ad esempio trovare nel cinema, nella letteratura, nella televisione, nella cronaca o nella filosofia.
Nel mio caso io sono curatore indipendente, il che significa che non lavoro per un’istituzione, ma sono libero di presentare e condividere i miei progetti sia presso spazi pubblici o non profit, in cui c’è esclusivamente una finalità culturale, che presso gallerie commerciali, cioè gallerie in cui le opere esposte sono in vendita. E non si commetta l’errore di identificare l’ambiente pubblico con la libertà di agire e le gallerie con le costrizioni del mercato. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare le gallerie consentono possibilità di ricerca e modalità di espressione frequentemente più ampie di quanto a volte possa fare un’istituzione, tanto più in un paese come il nostro in cui la parte pubblica di investimento nel contemporaneo è carente. In Italia possiamo affermare che la ricerca contemporanea è economicamente sostenuta dalle gallerie attraverso il mercato, più che dalle istituzioni.


Questioni di amore
Io sono curatore, e quando mi chiedono cosa vuol dire svolgere questa professione la prima parola che uso è amore. A differenza di quello che può accadere in altri lavori, in cui le persone si alzano al mattino sapendo ciò che faranno e hanno delle certezze, essere curatore indipendente vuol dire alzarsi al mattino e sentire talmente tanto amore per il proprio lavoro tale da sopportare le difficoltà economiche, lo stress e l’incertezza professionale.
Inoltre amore è quello che sento, in forma intellettuale, nei confronti dell’artista: si manifesta principalmente nel cercare di metterlo nella migliore condizione possibile per esprimersi. Questo significa esserne amico, padre, controllore e talvolta fiancheggiatore, con le gambe pronte a correre al momento giusto.
Poi c’è una terza forma di amore: quello nei confronti dell’opera. Non tutti i miei colleghi sono d’accordo, poiché molti curatori sono più interessati al pensiero, all’aspetto della costruzione ideologica, alle macrostrutture piuttosto che all’opera in sé. Invece, per quanto mi riguarda, avverto un senso di rispetto nei confronti di quelle opere in cui ritrovo degli elementi di significatività. Fare il curatore per me vuol dire anche occuparsi dell’opera, dalla fase ideativa e realizzativa alla modalità in cui interagisce in mostra e nel contesto.
Ma amore significa anche avere cura. Questo termine si lega inevitabilmente all’idea medica e, per quanto mi riguarda, vuol dire dedicarsi strettamente al contemporaneo – a cose che stanno accadendo, che sono appena accadute o che potrebbero accadere – con l’attenzione di migliorare ed emendare i processi culturali e fattuali.


Strabici e in movimento
Un aspetto fondamentale del mio lavoro è rappresentato dal praticare in forma molto spinta lo strabismo, il fatto cioè di non guardare in maniera perfetta, ortogonale, verso la stessa direzione. Essere strabico vuol dire ad esempio guardare in due parti e agire in maniera comparativa per comprendere se la ricerca di un artista è o non è significativa. Agire strettamente e sincronicamente nel presente vuol dire occuparsi di qualcosa che è appena accaduto o che si è contribuito a far accadere, ma di cui non si possiedono ancora strumenti interpretativi.
Risulta fondamentale, inoltre, agire e giudicare sulla base di più campioni possibili, e diventa indispensabile saper valutare confrontando e imparando a fidarsi delle proprie gambe. Le gambe poi bisogna tenerle in costante movimento, per girare, vedere, confrontare e relazionare quello che si è visto con quello che è stato e con quello che potrebbe essere.


Tensioni
Per me essere curatore vuol dire essere conscio delle modalità con cui si sta sviluppando il pensiero ed essere nella condizione di riconoscerne le forze in atto e le tensioni che si sviluppano giorno dopo giorno. Come accade con le placche e i movimenti dei continenti spesso non visibili, le ricerche artistiche nascono nella stessa maniera. Creano delle tensioni, fanno increspare il mantello della Terra e in qualche modo portano delle deformazioni e delle scosse, talvolta in maniera sotterranea. Poiché un’opera non è mai un’opera isolata, dato che nasce in un contesto di natura antropologica e socio-politica, percepire le frizioni e gli attriti risulta fondamentale. Un curatore, a mio avviso, non può occuparsi solo dell’arte in quanto fenomeno estetico, ma deve saper cogliere le tensioni più complesse che soggiacciono all’opera.


Coltivare dubbi
Personalmente non amo l’arte che non sia ambiziosa e che accetti – come molto spesso accade – di essere solo decorazione, ossia puro intrattenimento. Quegli artisti che sono dei banali ripetitori di modalità già esistenti mi annoiano e sono per me scarsamente significativi. Se non ha un contenuto di ordine formale, culturale, politico, l’arte è inutile perché rifiuta la più grande delle possibilità che ha: poter essere strumento di dubbio, di indagine, di cambiamento, di attenzione. Per quanto mi riguarda se non ha questo carattere, se non fa stare svegli e non pone delle domande, l’arte è semplice prodotto, manufatto. La professione del curatore, come quella dell’artista, è quindi intellettuale. Essere curatore vuol dire per me, in ultima istanza, coltivare e condividere i dubbi sul mondo che continuamente la realtà mi spinge a cogliere.