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Jingge Dong
The Goddess of the Luo River

Azimut, Bologna
gennaio 2020

Lo sguardo della dea

Daniele Capra



Soggetti o fantasmi?

Il colore stordisce gli occhi e straripa dal rettangolo, di tela (o di carta), che convenzionalmente dovrebbe contenerlo. Ocre, blu, grigi, marroni e neri. E poi ossidi, verdi chiarissimi, qualche arancio e dell’azzurro chiaro. Qua e là sulla superficie alcuni particolari accennano a tanti ritagli di mondo manipolati e ricombinati, senza troppa attenzione alla loro esattezza. L’artista sembra infatti deciso a sottrarsi all’invadenza del visibile, alla necessità di dovergli corrispondere formalmente. Se quella che siamo soliti chiamare “realtà” bussa alla porta, conviene allora non prestarle attenzione e continuare ad ascoltare la musica che risuona negli auricolari. Alla lunga lei si stancherà e deciderà probabilmente di non presentarsi più sulla soglia a elemosinare attenzioni. Si può essere precisi in ciò che si dipinge senza dover essere schiavi di tutto quello che si è visto: ogni immagine, ogni fotogramma memorizzato dal nostro occhio avrà il ruolo di un naturale inizio.
Nella pratica di Jingge Dong la mimesi, la bestia indomabile che ricatta e condiziona ogni pittore sin dalla nascita della disciplina, è ammansita fino ad essere un cagnolino che scodinzola. Essa ha ceduto il proprio posto e si è dovuta arrendere al prepotente emergere delle istanze autoriali dell’artista, non solo nelle scelte di carattere stilistico-formale, ma anche nel concretizzarsi di una visione del mondo autonoma, chiara e personale. Nelle sue opere progressivamente i contenuti di partenza – le piante, le case, il paesaggio, gli oggetti, le persone – stanno perdendo i connotati che li caratterizzano. Quando guardiamo le sue tele o le sue carte non li riconosciamo, intuiamo appena la loro sagoma. Sono fantasmi che volano nell’aria privi di ogni fisica consistenza, segni che qualcosa è stato, precedentemente all’opera. In questo modo i soggetti scelti dall’artista smettono di essere loro stessi e si svuotano di ogni elemento descrittivo. Diventano essenzialmente i punti d’avvio di un viaggio che conduce alla perdita di sé, allo smarrimento nella vitalità del colore e del segno tracciato sulla superficie.

Metamorfosi

La pittura di Dong, realistica al tempo dei suoi esordi, è caratterizzata ora da una figurazione appena accennata ma che sta progressivamente dissolvendosi, evaporando sia per la forza incandescente della materia cromatica che per un nuovo radicale interesse verso il processo di trasformazione dell’immagine. L’artista ha infatti gradualmente trasferito la propria attenzione da ciò che giace fuori dall’opera al suo contenuto testuale, spostandosi cioè dallo stimolo visivo che la origina alla mutazione attivata dal colore. In questo modo le figure paiono liquefarsi, mentre l’opera diventa una sorta di diario del mutamento.
Nei recenti lavori di Dong si registra un progressivo rifiuto a riprodurre la “realtà” per come ordinariamente si presenta: essa è diventata sempre più frequentemente un pretesto, un innesco costituito da informazioni visive che prelude a una deflagrazione che accadrà successivamente. Dipingere è per l’artista una pratica che attiva un cambiamento di stato, è il tentativo di creare un’immagine necessaria, differente da tutte le infinite immagini che abitano il nostro mondo. Dipingere è cioè un atto alchemico che rende possibile una mutazione inattesa. È necessario mettersi nella condizione in cui far accadere tale metamorfosi: occorre adoperarsi affinché la pelle gommosa di quel bruco che abbiamo osservato – la “realtà” – si trasformi sulla superficie pittorica in colore, ossia nelle ali impalpabili di un macaone.

Il senso recondito

La prima cosa che si vede in una farfalla è il colore delle sue ali. Questo accade anche con i lavori di Jingge Dong, in cui gli occhi dell’osservatore sono invitati a muoversi senza una direzione precisa, danzando nell’aria come fa l’insetto in un giorno di primavera. Si vedono il colore e il ritmo visivo, e in ultima istanza ci si chiede solo se l’immagine che la tela restituisce corrisponda a qualcosa di noto, oppure sia del tutto distante dalla realtà, astratta. Talvolta è ancora possibile riconoscere alcuni alberi, il profilo di alcune navi, degli interni domestici, un gatto o un’automobile, ma tutto ciò è per l’artista semplicemente una scusa per dipingere, per stendere colore, per comporre. La palette cromatica è accuratamente dosata, con ampie e uniformi campiture che si alternano ad aree più complesse in cui le pennellate si sormontano. Il contrasto tra distensione e ammasso crea un andamento visivo vivido, in cui lo sguardo di chi guarda può fluire fino a perdersi. I particolari, il grumo di colore, la piccola area scura che brilla coperta di vernice o il segno di una grande pennellata sono le parti morfologiche di un discorso complesso che l’artista articola sulla superficie con grande libertà.
Vengono così meno i rapporti dimensionali tra gli elementi, che si liquefanno, e saltano anche le strutture spaziali, poiché sulla tela coesistono dettagli figurativi, parti decorative e sezioni sostanzialmente astratte. Ma tale complessità – centrata sull’articolazione del linguaggio pittorico e sulla sintassi cromatica – conduce a un altro cambiamento, a un’ulteriore trasformazione, dopo quella avvenuta dalla “realtà” al colore. Il colore, infatti, si trasforma idealmente in significato, svelando con la sua metamorfosi il senso recondito stratificato nelle immagini.

Sabbie di mondi lontanissimi

In questo momento la pratica pittorica di Jingge Dong è caratterizzata da una ricerca intensa e radicale, che sta mettendo in discussione i principi appresi e i riferimenti entro cui l’artista opera. È infatti emersa da parte sua l’esigenza di un affrancamento dai modelli visivi, antropologici ed estetici appresi durante la sua formazione. Egli sta sottraendo a tale vincoli rimescolando le carte, recuperando i riferimenti sia alla cultura tradizionale cinese (come ad esempio testimoniato dalla serie The Goddess of the Luo River, basata su una poesia di Cao Zhi del III sec. d.C. e sull’omonimo ciclo pittorico) che alla più stretta attualità, che vengono però ricombinati con la libertà e la ricerca interiore che è stata tradizionalmente portata avanti dalla disciplina pittorica occidentale. L’artista sta sperimentando un incontro tra mondi e sensibilità diverse, che vengono fusi in un processo di sincretismo culturale che porta ad una scrittura del contenuto visivo in forma autoriale matura e compiuta.
Convivono così nella sua pittura universi lessicali, strutture sintattiche e modalità espressive che provengono da più luoghi e da contesti culturali differenti, in cui alto e basso, parte visiva e mentale si toccano continuamente. Gli elementi di provenienza sono solo marginalmente riconoscibili, poiché, grazie al suo linguaggio, Dong mostra le prossimità e cela sapientemente le distanze. Poiché spesso accade, anche intellettualmente, che ciò che possediamo ci possieda, l’artista decide allora di fare progressivamente tabula rasa, di abbattere il monolite e di costruirne un nuovo tempio, più solido e più bello, utilizzando mattoni ibridi che egli stesso ha impastato mescolando sabbie che provengono da mondi lontanissimi.

Sulla riva del fiume

Benché non manchino lavori soli e autonomi, la pratica artistica di Dong è basata sullo sviluppo di serie di opere, fino a ora aperte, in cui frequentemente sono impiegate le medesime sorgenti visive, quali ad esempio fotogrammi ripresi da film, ritagli di opere antiche, foto prese da internet o realizzate dallo stesso autore (la maggior parte delle quali elaborate fino a non essere più riconoscibili). La serie è un modalità espressiva complessa, perché permette all’artista di affrontare un argomento senza esaurirlo, esplorandone intimamente i limiti. Accade così, ad esempio, con White Night, Landscape of Chaos, Angle o The Goddess of the Luo River: ad essere indagati sulla tela sono rispettivamente gli aspetti della luce artificiale nella notte, il paesaggio urbano e naturale, i ritagli di mondo verso cui talvolta gettiamo lo sguardo e l’apparizione della dea sul fiume, che spesso sono stati precedentemente affrontati anche sulla carta.
Ma la serie è anche lo strumento dell’ordine e della reiterazione, del presentarsi ciclicamente della medesima condizione, pur con qualche minima differenza. Psicoanaliticamente implica una pulsione persistente e la necessità di investigare, dal punto di vista visivo e intellettuale, fino a quando lo stimolo è intrigante ed eccitante. Fino a quando, sulla riva del fiume, una nuova dea bellissima e seducente si presenterà agli occhi dell’artista. Incantandolo.