Richard Loskot
Open System

Trento, Galleria Boccanera
novembre 2012 ― gennaio 2013

Life is unlocked
Daniele Capra




Una questione di aggettivi
Gli attributi «aperto» e «chiuso» sono due contrari usati comunemente per evidenziare stati e situazioni in cui ci è implicito un giudizio da parte di chi li usa. Essere «di mente aperta» significa, ad esempio, avere un approccio sensibile e curioso rispetto alle novità ed agli eventi che accadono, e descrive colui che è attratto dalla possibilità di mettere in discussione le proprie convenzioni/convinzioni; all’opposto usiamo definire una persona «chiusa» se essenzialmente questa non è interessata a ciò che avviene al di fuori del proprio mondo, se cioè, in buona sostanza, un individuo è scarsamente incuriosito o disponibile a negoziare le proprie convenzioni/convinzioni.
Se si escludono i casi in cui «chiuso» sta ad indicare «protetto» e «concluso» (e i casi dei linguaggi settoriali/tecnici e gergali), nella lingua indoeuropee non vi sono usi in cui l’aggettivo abbia un senso positivo, non esprima cioè un giudizio di valore differente da quanto culturalmente ci si aspetterebbe (si confronti ad esempio la nota alla voce «chiuso» presente nel Dizionario etimologico della lingua italiana a cura di M. Cortelazzo e M. Zolli, Bologna, Zanichelli, 1999). In altre parole risulta antropologicamente sotteso al nostro sistema linguistico che il concetto di apertura sia in qualche modo un valore, un atteggiamento desiderabile e da perseguire, e che la nozione di chiusura sia al contrario culturalmente – e quindi nel suo complesso anche dai punti di vista economico e politico – meno remunerativa.
Non è quindi una semplicistica e gracchiante mitologia che ci fa percepire come auspicabile il valore dell’apertura, ma una tendenza (antropologica e filosofica) che ha tra i suoi certi padri moderni le teorie elaborate nell’età dei lumi, la stessa idea di democrazia e la concezione dell’altro come soggetto portatore di novità e di nuove visioni del mondo.


Sistema aperto
Nella teoria dei sistemi, un sistema è aperto se interagisce con l’ambiente, cioè se gli input o gli effetti dei processi che avvengono al proprio interno sono condizionati dall’azione dell’ambiente esterno. In buona sostanza un sistema aperto non agisce in isolamento a prescindere dalle interazioni con variabili esogene (come capiterebbe ad un’inattaccabile monade di leibniziana memoria), bensì è soggetto ai continui effetti del contesto, al costante interscambio con tutto ciò che lo circonda. Le dinamiche di input/output sono quindi caratterizzate da una maggiore complessità, poiché la variabilità esterna è tale da influire gli effetti del sistema stesso.

Questa è la condizione che vediamo in molte installazioni di Richard Loskot, che nascono frequentemente dall’analisi delle interazioni tra l’ambiente, la luce naturale, onde radio e dispositivi elettronici in genere. Le variabili su cui è costruita l’opera non sono quindi solo quelle messe in gioco dagli apparati che la costituiscono fisicamente, ma vi sono delle costanti relazioni con il contesto che danno all’opera delle ulteriori possibilità di stato. Così ad esempio la presenza di una maggiore o minore luce, la presenza di onde radio prodotte da trasmettitori o da telefoni cellulari nelle vicinanze, fanno dell’installazione un sistema che si adegua al mutare delle circostanze di contorno. Portando alle estreme conseguenze tale caratteristica potremmo dire che un’opera come quella realizzata nella galleria si comporta nei confronti del contesto essenzialmente con la stessa modalità di un essere vivente poiché lo influenza e ne è influenzata.
Non si confonda però tale dinamica con l’interattività diretta tra spettatore/opera. Nel caso di Open System, infatti, non vi è un’interazione diretta con l’osservatore, come capita in altre sue installazioni in cui la presenza delle persone agisce esplicitamente sull’opera. L’apertura del dispositivo è dovuta cioè essenzialmente al luogo: la galleria smette di essere contenitore, ma è spazio che influisce sull’opera condizionandone la struttura stessa attraverso la quantità di luce o la temperatura.


Una tecnologia che rallenta
Alla base di molte delle opere di Loskot vi è la consapevolezza che il nostro rapporto con la realtà sia mediato dalle percezioni individuali e dalle continue immaginifiche (ri)costruzioni che i nostri sensi incessantemente elaborano. L’artista evidenzia cioè un atteggiamento empirico/esperienziale nei confronti della natura, e la tecnologia ha essenzialmente lo scopo di ridurre la velocità delle percezioni e a renderle quindi razionalmente visibili proprio grazie ad una dinamica fruitiva in ralenti.
Open System nasce mettendo in connessione la sala d’ingresso della galleria che viene connessa con gli ambienti più interni grazie al fil rouge costituito da un raggio di luce, che, riflesso da uno specchio, guida lo spettatore nelle altre stanze diventando l’innesco di un processo in cui tutti i nostri sistemi percettivi sono sollecitati. In Open System infatti la tecnologia alimenta e sostiene un complesso dispositivo di senso in cui all’arte spetta il ruolo di sorprendere ed emozionare l’osservatore, mettendolo in contatto con ciò che di più prezioso ha: la capacità di meravigliarsi.
I fenomeni indagati (molti dei quali naturali) sono così il campo d’indagine, rispetto al quale la tecnologia ha un ruolo ausiliario, da strumento di rivelazione/manifestazione: agisce cioè come fanno gli acidi rispetto all’immagine fotografica latente, che però è già impressa ed è presente in potenza sulla carta.
Nelle installazioni di Loskot l’impiego di apparati tecnologici è quindi funzionale al cambiamento delle percezioni dirette dello spettatore, dalla volumetria degli ambienti alla stessa idea di tempo. La tecnologia è per l’artista ceco lo strumento fattuale/concreto che rende prometeicamente visibile – cioè concretamente conoscibile – quello che a prima vista è nascosto allo sguardo: serve per rivelare quei fenomeni inaspettati che fanno del reale un serbatoio di sorprese sempre carico.


Aprite gli occhi
Possiamo dire che grazie a questo approccio funzionale della tecnologia Loskot tende a ricomporre due polarità come natura e tecnologia, mostrando come siamo noi stessi – grazie all’arte e ai sensi – a ricucire una dicotomia che forse nemmeno ci appartiene più. I nostri sensi sono funzionali proprio a raccogliere e veicolare le informazioni, a tenere unito sotto un’unica percezione complessa la socratica eviscerazione dei fenomeni che l’opera inscena.
In Loskot l’arte è in primis un dispositivo di senso che, senza rincorrere a tutti i costi l’effetto, genera una sorpresa rivelandoci quello che mai avremmo immaginato. Il primo e più profondo effetto che si registra, quando ci si lascia condurre dallo sguardo, è la meraviglia.