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Margine

Barbara De Vivi, Alice Faloretti, Enej Gala, Barbara Prenka, Paolo Pretolani, Adelisa Selimbašić, Mattia Sinigaglia, Danilo Stojanović

Pordenone, Margine
ottobre ― novembre 2019

Note a margine

Daniele Capra




Tutto ha un margine. L’universo ha un margine, il nostro sistema solare ha un margine, il continente o l’isola in cui siamo ha un margine, il nostro corpo ha un margine. Questo testo che stai leggendo, stampato su un foglio di carta o sui pixel di uno schermo, ha un margine: a sinistra e destra, sopra e sotto. Tutto ciò che è reale ed è dotato di forma e dimensione, possiede un margine. Il punto, l’ente geometrico più piccolo e solitario, invece, intorno a sé di margini non ha nemmeno l’ombra, ma è un caso raro, dato che essenzialmente è il frutto di una finzione intellettuale, uno stratagemma di cui ci serviamo per descrivere il mondo, ma niente di più. Allora, con più precisione, potremmo dire che quasi tutto ha un margine, e che averlo o esserne privi dipende da fattori diversi, come ad esempio la grandezza o la possibilità di distinguere chiaramente una delimitazione, un bordo o un confine. Non c’è margine se ciò che stiamo osservando è infinito, oppure talmente esiguo e sottile da essere pulviscolo, come quello che si osserva quando, in una stanza buia, dalla finestra entra una lama di luce. Il margine, inoltre, esiste solo alla condizione che esistano almeno due elementi e che essi possano essere riconoscibili come distinti. In presenza di un mono-costituente, infatti, il margine non avrebbe ragioni per esistere.


Il margine, ciò che è a lato dal flusso principale, esercita un magnetismo seducente, poiché è confine, zona di indeterminatezza e di regole che possono facilmente diventare paradossi. Ma esso è insieme spazio di curiosità ed esitazione, i quali implicano la necessità di una negoziazione con cui ridiscutere gli assunti consolidati, che qui, più di altrove, non sono saldi e tentennano. Ciò che sta sul margine affascina perché gli esiti a cui porta sono inattesi, intempestivi, ed è opportuno avere dei gradi – o dei margini – di libertà e di movimento, in modo da poter impiegare delle chiavi di lettura sufficientemente elastiche da aprire serrature non più efficienti. Infatti concettualmente il margine presuppone esso stesso come area di separazione, cioè una zona in cui avviene la divisione tra elementi distinti, con gradi differenti di permeabilità. Inoltre il margine agisce come barriera, ossia come spazio in cui due principi (o identità) differenti si misurano senza che nessuno dei due prevalga, perché, se così accadesse, il margine stesso smetterebbe di avere una reale funzione.


Tutte le volte in cui osserviamo qualcosa e interpretiamo ciò che abbiamo di fronte applichiamo continuamente il concetto di margine, per comprendere ed archiviare le informazioni che i nostri occhi portano al nostro cervello. Se ad esempio siamo in una stanza e guardiamo fuori cogliamo il primo margine, quello del ritaglio di mondo che entra dalla finestra, consci però che esso è negoziabile semplicemente spostandosi di una decina di centimetri. Ciò che vediamo cambia, trasla, poiché i margini sono mobili e spostandosi nella stanza possiamo vedere dei ritagli di mondo differenti. Il vetro è poi il margine tra l’interno e l’esterno, e questo sappiamo essere piuttosto rigido dato che difficilmente può cambiare, a meno che non si apra una finestra, ma a quel punto bisognerebbe accordarci su quali possano essere i nuovi confini e i nuovi margini, aspetto che ha a che fare con questioni percettive, antropologiche e culturali.
Dalla stanza vediamo di fronte a noi un albero e, subito dietro, una casa simile a quella in cui siamo. È una giornata d’inverno, le foglie sono cadute e agilmente siamo in grado di definire i margini dell’albero. Li si potrebbe tracciare in un disegno, netto e secco, con linee precise che seguono i bordi, come quando da bambini si disegna sulla carta il bordo dell’oggetto per poi riempirlo di colore. Ma fissiamo la casa: determinarne il margine è un gioco da ragazzi, tanto più perché le linee che la descrivono sono tutte dritte e ortogonali, e d’inverno non ci sono fiori sulle finestre.
Se guardiamo con attenzione, però, vediamo un gatto dormire, appoggiato al vetro della finestra, accovacciato sul davanzale sopra il termosifone acceso. Concordiamo che il felino sia dentro la casa, però lo vediamo, ci ispira simpatia e siamo naturalmente portati a sentirci vicino a lui: ci piacerebbe, probabilmente, fargli una carezza e sentirlo fare le fusa. Ma in questo momento siamo fuori o dentro quella casa che sta di fronte a noi, separati da vetri e dalla nebbiolina di dicembre? È solo il margine fisico e architettonico a descrivere ciò che ci separa?
Emendando quello che prima abbiamo detto, forse conviene dire che il margine è riferito anche alla dimensione, ma ha inevitabilmente a che fare con la nostra psicologia e la nostra capacità di ordinare la realtà, il che rende la sua definizione ancora più ammaliante e sfuggevole, proprio come quell’amante che, dopo averci sedotto e convinto, continua a negarsi.


Il margine, come tutto ciò che è periferico, che giace sui lembi o è ambiguo, risulta per sua stessa natura ancora più seducente nella ricerca condotta degli artisti, poiché essi hanno a che fare con una disciplina che per esigenza innata si confronta con la realtà in maniera difforme, non-ordinaria e, talvolta, extra-ordinaria. Come accade nella letteratura e nel cinema, anche nell’arte il marginale viene messo al centro dell’attenzione, scompigliando le rassicuranti e comode classificazioni: topologicamente viene ribaltata la questione centro/periferia, i rapporti di forza, prestigio e tutto ciò che essi presuppongono. Ciò che crea interesse è la deviazione, è la circostanza borderline dove gli sguardi, le convenzioni e le convinzioni possono infrangersi.
Ma ciò che è margine non è solo un serbatoio di stimoli potenziali riferisti all’oggetto della ricerca, al suo argomento, ma è frequentemente condizione esistenziale vissuta direttamente, subita o ricercata dall’artista. Le frequentazioni, gli stili di vita, gli amori o quello che l’uomo medio definirebbe come “eccessi” hanno spesso una funzione esplorativa che serve per mettersi alla prova, per sfidare la burrasca e sforzarsi di resistere ai continui rischi di annegamento cui la società, le aspettative e l’ego conducono. La condizione dell’autenticità, del conoscersi fino in fondo, del trovare contenuti e forme che possano corrispondere alla propria identità, abbisogna frequentemente di un piede sul margine dell’abisso, ma anche della scaltrezza e del colpo di reni necessari per non esserne risucchiati. Il margine di manovra, inutile dirlo, è ancora più stretto di quello in cui si muove un’abile acrobata.


Ma anche l’opera d’arte ha inevitabilmente a che fare con l’idea di margine, e non solo perché può essere intesa come il dispositivo impiegato dall’artista per evidenziare ciò che è apparentemente secondario o non significativo. Essa, infatti – sia un’immagine pittorica o fotografica, una scultura o un video, una performance o un processo relazionale – agisce come un binocolo che isola e rende manifesto un ritaglio di mondo che avremmo trascurato, perché apparentemente distante o non meritevole di attenzione. L’opera porta alla nostra esperienza qualcosa che potrebbe essersi perso, che avrebbe potuto dissolversi o corrompersi col tempo.
Eppure, nonostante l’accumulo infinito di immagini, oggetti, sensazioni in cui viviamo, la sua esistenza ci interessa e le sue conseguenze ci appartengono, perché sentiamo che, sorprendentemente, parlano di noi. Un po’ come le lenti di quel binocolo che teniamo in mano, sulle quali, dopo aver guardato lontano, le nostre pupille si riflettono.