Matteo Attruia
Stato di confine
Qui Altrove, Gorizia
febbraio — marzo 2026

Limiti, confini e deragliamenti
Daniele Capra
L’uso della parola è centrale nella ricerca di Matteo Attruia. Per l’artista la parola enuncia un’idea, un concetto o un’attitudine da mettere sotto esame per indagare i limiti veicolati dal suo uso stereotipo abitualmente condiviso. Nell’impiego della parola l’artista non cerca infatti il dire poetico, l’allure connotativa o il suono che amplifica in maniera naturale un significato. Né ugualmente mira a inquadrare un argomento, a determinare con precisione un tema o a evidenziare la portata semantica di un termine. Attruia tende invece a usare la parola per capovolgerla, per mostrare le possibilità di grammatiche alternative e di sintassi manifestamente contromano.
Nella pratica dell’artista la parola ha la finalità di svelare delle interpretazioni o dei dubbi prima non manifesti: lo sforzo dell’artista serve a evidenziare come la realtà sia intimamente contraddittoria e carica di insidie. Se, come affermava Paul Klee, “l’arte non ripete le cose visibili, ma rende visibile” [1], i capovolgimenti consentiti dalla lingua permettono ad Attruia di rendere visibile e di restituirci la divergenza ontologica della realtà rispetto ai nostri usuali binari interpretativi. L’opera, in questo modo, testimonia le possibili insidie di un deragliamento, anche quando parla di un concetto che per sua stessa natura indica un limite, un bordo o una demarcazione, come l’idea di ‘confine’.
Ogni confine rafforza il senso della propria identità e di quella dell’‘altro’. Ma, allo stesso modo, ogni confine rafforza lo stereotipo della propria identità e di quella dell’‘altro’, indipendentemente dal fatto che il confine sia geografico, amministrativo, linguistico, religioso, corporeo, necessario o superfluo. A partire da questa acuta osservazione nelle sue opere realizzate a Gorizia – frutto sia di un lavoro relazionale con differenti comunità, che di interventi nello spazio pubblico – Attruia evidenzia come una delimitazione frontaliera quale il ‘confine di stato’ implichi una condizione precaria e di sospensione, nonché il senso labile di uno ‘stato di confine’. È una predisposizione psicologica alla marginalità, a un ‘tu’ e un ‘io’ spigolosi che difficilmente riusciranno a diventare un ‘noi’. E, come ammoniva Wittgenstein, “i limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo” [2].
[1] P. Klee, Confessione creatrice e altri scritti, Abscondita, Milano 2004, p. 13.
[2] L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, Feltrinelli, Milano 2022, ebook, proposizione 5.6.