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Penzo+Fiore
Ilquartostato

Mestre Venezia, Galleria Massimodeluca
settembre ― ottobre 2019

Ilquartostato

Daniele Capra




Scomposta, destrutturata, disassemblata e ridotta a pezzi, sul muro giace una cornice che non incornicia niente. Non c’è nulla da delimitare, proteggere, valorizzare, e non c’è alcuna opera a cui serva come supporto. La cornice è bianca, opaca, e da distante si confonde con la superficie ugualmente bianca del muro. Conviene avvicinarsi per coglierne le particolarità, le unghiate, i ricci, scoprendo che la cornice non è unica, ma è un coacervo di tipologie differenti di profili. Le cornici, quindi, sono dotate di spessori, disegni e gradi di finitura diversi. Nella loro apparente banalità i frammenti sparsi, in parte ordinati, trasmettono l’idea dell’assenza di forza, del vuoto delle intenzioni. Si avverte la mancanza del fascino, che solitamente ammanta le rovine di un passato glorioso. Quei frammenti di gesso, invece, sono tutti da ri-semantizzare: vanno ricomposti, va ri-attribuito loro un senso, se ne deve indagare l’intima l’origine, il valore, la significatività sul piano reale e simbolico. Perché quei brandelli di cornice costituiscono un concetto che forse non c’è più e si è dissolto, masticato e inghiottito dalla storia. Che cos’è, infatti, oggi, il ‘quarto stato’ che cercano di rappresentare?


L’espressione ‘quarto stato’ viene utilizzata per la prima volta durante la rivoluzione francese per indicare gli esclusi della vita politica che non appartenevano però alla borghesia produttiva, commerciale o delle professioni (i quali costituivano invece il cosiddetto ‘terzo stato’). Il quarto stato era infatti composto per lo più dai ceti popolari poveri e dai lavoratori subalterni senza alcun diritto, e l’espressione finì per designare, ad inizio dell’Ottocento, il proletariato. Col progressivo evolversi della società industriale e degli stati nazionali, il quarto stato sarà successivamente una delle parti costituenti della moderna società di massa, subendo da un lato le grandi trasformazioni politico-economiche della modernità ed essendone dall’altro il motore primo. Sono quelli infatti gli anni in cui si inizia a registrare “un significativo ruolo delle masse nello svolgimento della vita politica e sociale, ma anche una loro crescente omologazione, perdita di autonomia individuale, atomizzazione, conformismo, facilità di manipolazione ed eterodirezione” [1]. L’avvento dell’industria, di un sistema economico fondato sul mercato, sui consumi e sull’applicazione di modelli produttivi basati sui principi del taylorismo e del fordismo incentivano l’allargarsi del quarto stato a massa. Un impulso ancora maggiore viene determinato dal conflitto mondiale e dalla rivoluzione russa, i quali segnano l’ingresso definitivo della massa nella storia fino ad allora percepita con la esse maiuscola, in particolare quella militare e politica di cui per secoli gli studiosi e gli intellettuali si erano occupati.


Il progetto Ilquartostato di Penzo+Fiore mette al centro dell’attenzione, in forma interrogativa e con una rara raffinatezza formale, le idee di popolo, di lavoratori, di proletariato e di massa, le quali non coincidono perfettamente e difficilmente potrebbero essere usate come sinonimi. Eppure questa nuvola di significati è indicativa di qualcosa che ci sta sfuggendo, non tanto per assenza di metodo sociologico, quanto invece perché il focus della nostra attenzione è preso da altre discussioni. O forse perché, in maniera molto abile (e subdola), c’è qualcuno che volontariamente ci distrae dal dibattere di alcuni temi imponendoci invece una propria agenda di priorità, lasciandoci semplicemente in mano dei pezzi di cornice che non siamo in grado di adoperare e dei quali ci chiediamo la reale utilità. Eppure questi argomenti, abbandonati nella poltiglia ideologica seguita alla caduta del Muro di Berlino, ancora esistono: dovremmo avere la cura di affidare loro significati nuovi, parole e concetti prima inespressi, di non smettere di seguire questo lato della discussione, ubriacandoci di libertà solo apparenti. È toccante, per chiunque abbia avuto a cuore le sorti sociali e politiche della propria condizione di cittadino post-postmoderno che vive nell’era del post-capitalismo, trovarsi a maneggiare quei pezzi di cornice bianca che non si possono ricomporre, che non stanno più insieme perché nessuno si è preoccupato di adattarli al cambiamento dell’opera che contenevano. Paiono dei residui ideologici che celebrano il fallimento di una parte politica – la sinistra, il marxismo – di cui c’è invece ora molto bisogno, e il cui pensiero rimane strettamente attuale, se si riadattano e adeguano le analisi alle variabili del nostro tempo. Sembra invece che abbiano vinto loro, i furbi ammansitori che ci hanno convinto che la lotta di classe non esisteva più. E invece, livellate le classi, la battaglia si è solo trasformata in altro, poiché il quarto stato continua ad esistere, ma è diventato liquidissimo. E nella testa torna quel capolavoro di Pelizza da Volpedo, cui la mostra è debitrice.


L’opera Il quarto stato [2] fu acquistata nel 1920 dal Comune di Milano dagli eredi dell’artista grazie ad una sottoscrizione pubblica promossa dal critico d’arte Guido Marangoni. Era passato oltre un decennio dalla morte per suicidio dell’artista e la grande tela era stata per lo più snobbata dall’establishment artistico-culturale del nostro Paese, mentre, per il tema e l’impatto, l’opera aveva cominciato ad essere particolarmente apprezzata negli ambienti socialisti, tanto più in quel frangente del biennio rosso. L’opera – che rappresenta una manifestazione di braccianti guidata da un paio di uomini, mentre una donna con bambino sembra voler dissuadere la persona al centro dall’azione – è di grandissime dimensioni e pare una dichiarazione d’intenti rispetto al ruolo e alla consapevolezza assunta dalla nuova classe sociale. “Non accetteremo di essere tenuti in un angolo”, sembra dire la fiumana di persone che camminano verso lo spettatore, radunati in una massa silenziosa formata da ragazzi, uomini e uomini. Gli spettatori dell’opera sono così inconsapevolmente testimoni di un’azione politica irreversibile, di qualcosa che è destinato a segnare la storia e a cui risulta ormai impossibile opporsi.


La cornice è il leitmotiv della mostra di Penzo+Fiore, un dispositivo che è insieme supporto materiale e dispositivo concettuale, che richiama alle possibilità del contenere, del separare o del mettere visivamente in rilievo. Ma la cornice è anche uno strumento ideologico per leggere la realtà, per vedere ciò che accade inquadrando i fatti con un determinato e fermo punto di vista. Ogni libro che trasmetta una visione del mondo, ogni discorso o ogni poesia che dica qualcosa sulla realtà, è in fondo una cornice, la quale divide e isola un ritaglio, una porzione ritenuta significativa, da tutto il resto. La cornice serve quindi antropologicamente o sottolineare che non tutto è uguale a tutto, che vi sono delle differenze e che esse sono importanti. Per questo la cornice è rigida, fissa, capace di sostenere e trattenere il contenuto che noi le affidiamo, senza alcuna sforzo, negoziazione o esplicito ripensamento: la cornice è l’impalcatura che sostiene ogni pensiero che si condensa in visione, anche il più interiore e delicato che continuamente abbisogna delle nostre cure per rimanere in vita.


La fragilità e l’incompletezza sono comuni sia all’installazione in gesso di grandi dimensioni Ilquartostato, che alla sua versione in vetro, più intima, composta da soli tre elementi nei colori più ricorrenti dell’opera ad olio di Pelizza (verde, marrone e giallo). Sono tre frammenti scomposti che non si possono chiudere in un unico pezzo, e che avranno così sempre un lato aperto, incompiuto, indefinito. La sensazione è quella della marginalità, del tentativo fallito di abbracciare fino in fondo il contenuto, in una condizione di impotenza di fronte alla devastante complessità che si dipana sotto i nostri occhi. Se nell’opera in gesso le caratteristiche più evidenti delle cornici sono la numerosità delle parte costituenti e la percezione della sostanziale omogeneità di esse, nella versione in vetro prevalgono invece la percezione del reperto – forse un lattimo di qualche antica lavorazione? – e di un inevitabile senso di sconfitta. C’è qualcosa però che in quei tre vetri conduce all’idea dell’osservazione attenta, al vedere con una lente o al vedere attraverso un supporto, come se gli occhi avessero bisogno di aiuto, perché non in grado di assicurare uno sguardo approfondito quanto si vorrebbe. Un’opera a prima vista seducente per la bellezza della materia di cui è costituita, si rivela invece tragica, travagliata interiormente ed ideologicamente, quasi disperata.


Il contrasto tra le aspettative generate dalle scelte formali dell’opera e le ragioni più profonde da cui essa nasce è una caratteristica ricorrente nell’opera di Penzo+Fiore, come dimostrano ad esempio Gold one e Oggetto ideologia. In entrambe ritorna la cornice, trait d’union ed elemento aggregatore della mostra, ma in questo caso in versione ironica. La prima è infatti una colonna di ritagli di cornici che appoggia su un piccolo cilindro di vetro, e costituisce un elemento verticale di forma fallica: il titolo dell’opera fa riferimento al goldone, ossia al preservativo, parola che frequentemente è usata nel linguaggio popolare per indicare, in forma scherzosa, una persona poco sveglia o che ha detto una sciocchezza; Gold one irride cioè ogni ogni ambizione a costituire un elemento autosufficiente, se non si dispone di un autentico contenuto in grado di reggere del confronto con la realtà: è esemplificativo di un pensiero incapace di reggersi e che si affloscia, non potendo sostenere il suo stesso peso e avendo bisogno di un appoggio da qualche parte. La seconda opera, invece, è costituita da una uno stampo in silicone che è stato preso su una cornice antica in legno: è morbido e deformabile, buono per tutte le stagioni come l’ideologia che diventa chiacchiera insignificante e senza più sapore; non arde, non incide, non è più dotata della forza necessaria per veicolare una propria visione autentica. Oggetto ideologia è un’anti-cornice che mostra i limiti pratici di una teoria o di una storia troppo frequentemente raccontata, della quale è nota la trama, i luoghi, i personaggi, la sintassi, lo stile o la morale. Perché mai prestarvi di nuovo orecchio?


In Senza ma, installazione realizzata con duecentocinquanta chiodi di vetro che compongono le parole del titolo, Penzo+Fiore invitano invece l’osservatore a schierarsi, a prendere posizione nella sfera pubblica senza timore, senza tornaconti, sofismi o capriole: è il tentativo di ricondurre all’onestà intellettuale una discussione che si può incagliare nel pensiero banale o nel ragionamento capzioso e non trasparente. Il monito è quello a perseguire la rettitudine, senza cedere al disordine amorfo che caratterizza il tempo presente, la società ai tempi dei social network e le sue mille furbe distrazioni. Compagni, nonostante i colpi micidiali che abbiamo subito, stiamo uniti e teniamo alta la bandiera.




[1] Lemma “Società di massa”, in Dizionario di storia Treccani, disponibile qui, link consultato il 2 settembre 2019.
[2] Il quarto stato fu anche il nome scelto da Pietro Nenni e Carlo Rosselli (in omaggio all’opera realizzata da Pelizza da Volpedo) per una rivista che uscì per pochi numeri nel 1926, prima di essere chiusa dalla censura. Il periodico si proponeva di combattere il fascismo e discutere le idee del socialismo.