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Reagents

Arthur Duff, Serena Fineschi, Silvia Infranco, Túlio Pinto, Fabrizio Prevedello, Quayola, Verónica Vázquez e Marco Maria Zanin

Venezia (I), Complesso dell’Ospedaletto
maggio ― novembre 2019

TestoOpere

Reagenti

Daniele Capra




La capacità di reagire alle sollecitazioni è una delle forme con cui si definisce la vita in ogni essere vivente ed è, inoltre, una caratteristica comune dal punto di vista chimico-fisico a qualsiasi sostanza o materiale, seppur con differenze e tempistiche non sempre comparabili. La realtà in cui siamo immersi, come pure l’inarrestabile flusso di eventi che hanno costituito il nostro passato – e che similmente costituiranno il nostro futuro – sono frutto della costante applicazione di dinamiche di azione/reazione. Se tale modalità non implica necessariamente una correlazione di esattezza meccanicistica tra le cause e gli effetti, di certo è significativo cogliere come questa continua negoziazione tra spinte contrastanti sia il terreno fertile in cui l’opera viene a generarsi. Essa, infatti, è il risultato della somma degli infiniti vettori che esercitano una forza sull’artista, di natura fisica, percettiva, psichica, politica o intellettuale: l’opera ne materializza cioè la reazione opposta, contraria nel verso, e che, con svariate strategie, tende a contrapporsi alla dispersione delle forze in campo, concentrando l’intensità in uno spazio-tempo fisicamente unitario.


Reagents riunisce otto artisti la cui opera è caratterizzata da una grande sensibilità e reattività ai contesti spaziali e alle dinamiche di azione-reazione innescate dalle variabili ambientali. La mostra evidenzia come nella loro pratica le opere possano essere viste quali dispositivi generati grazie ad un processo di opposizione agli stimoli e alle pressioni che il contesto attua.
Il titolo della mostra si riferisce al celeberrimo terzo principio della dinamica, enunciato da Isaac Newton nei Philosophiae Naturalis Principia Mathematica, secondo il quale, durante l’interazione tra due corpi, la forza che il primo corpo esercita sul secondo è uguale e opposta alla forza che il secondo esercita sul primo. Alla stessa maniera Reagents analizza come l’opera possa essere interpretata come la testimonianza e l’esito visivo finale di tale processo, in cui essa risponde alle forze che direttamente dall’esterno subisce: è la fattuale concretizzazione di un equilibrio frutto di un continuo e costante lavorio di forze che spingono, tirano, comprimono o espandono.


Ma, in chimica, il reagente è la sostanza (o la miscela) che prende parte ad una reazione chimica e che, reagendo, permette la creazione di un’altra sostanza. È uno dei componenti che sono portati ad interagire intrinsecamente o per la presenza di determinate condizioni di temperatura, pressione o concentrazione, in maniera non dissimile da quanto l’artista possa fare. Se esiste infatti una finalità antropologica e politica dell’artista, è di certo quella di interagire con gli stimoli dell’esistente – che costituiscono un vero e proprio innesco – nel tentativo di ribaltarli, di trasformarli in altro. E non solo per organizzarli in materia che prima non c’era, ma per farne, dopo un’accurata elaborazione, degli strumenti critici che non siano banali parafrasi o trascrizioni di ciò che già c’è. Un artista è cioè reagente se rifiuta di aderire semplicemente all’immenso e mortifero stagno dello status quo, per realizzare invece un’opera tagliente, difficoltosa da maneggiare e trattenere per lo spettatore, problematica, urticante. Un dispositivo, in ultima istanza, in grado di sfuggire l’ordinario per essere viceversa il propellente che ci spinge dove non saremmo mai potuti andare, da soli, con la sola forza delle nostre gambe affaticate.

Le opere

Daniele Capra & Ludovica Matarozzo




La pratica di Arthur Duff, di matrice essenzialmente scultorea ed installativa, è caratterizzata da una spiccata libertà, sia rispetto ai materiali utilizzati, frequentemente prelevati da ambiti non artistici, che nello stretto dialogo instaurato con il contesto. Sovente il suo lavoro scaturisce dalla ricerca di una relazione e di una forma di intimità, che l’artista rende manifesta nello spazio ricorrendo alla parola e all’impiego del neon o del laser.
Le opere della serie Scattered Edges sono degli haiku in forma visiva, ciascuno dei quali è costituito da una o poche parole isolate e libere, realizzate in neon colorato. Le sillabe sono disposte verticalmente, collocate su delle corde scure che pendono dal soffitto, allestite casualmente come delle liane in una foresta tropicale. Le parole però sembrano isolate, e risulta impossibile ricomporle in un discorso compiuto. La sensazione per l’osservatore è quella di trovarsi di fronte ad un palinsesto in pergamena da cui sono state abrase porzioni importanti di testo, e del quale è comunque plausibile rintracciare degli scarni riferimenti ad alcuni casuali universi semantici. Nell’opera le parole sembrano così perdere la loro funzione primaria per essere solo suono e suggestione visiva in cui risulta impossibile ritrovare alcuna traccia di senso.


L’opera di Serena Fineschi nasce da un interesse rivolto alla materia, agli elementi costitutivi del fare arte, nonché alla fugacità e ai continui cambiamenti cui è sottoposto l’esistente. I suoi lavori, prevalentemente di forma bidimensionale, esplorano il confine tra la pratica processuale e quella concettuale, con accenti che spaziano dalla malinconia all’ironia più pungente.
Thirty Winter Nights (from Bruegel’s Sky to Bosch’s Garden) è il frutto di una ricerca condotta dall’artista sulla pittura ad olio fiamminga, e in particolare, su come la luce e la superficie dei dipinti, grazie alle loro interazioni, siano in grado di condizionare la nostra percezione retinica del colore. Fineschi sceglie quindi di amplificare dimensionalmente i solchi e gli avvallamenti della superficie ricorrendo a della lana di vetro e del cartone colorato abraso come materie prime. Il risultato è di natura fortemente tridimensionale, con la materia cromatica che vibra e si muove sotto gli occhi dello spettatore come un dettaglio di dipinto originale ingrandito decine di volte al microscopio. Ma l’opera è allo stesso tempo anche un dispositivo che riporta ai nostri occhi la traccia di paesaggi dipinti cinque secoli fa: è una vetrata concettuale da cui entrano dei ritagli di colore, che ci raccontano un cielo denso ed un bosco brulicante di luce.


La pratica artistica di Silvia Infranco si basa su un forte legame con la materia organica che viene utilizzata per indagare i fenomeni di cambiamento, di memoria e di tempo. Frequentemente le sue opere si configurano come un continuo accumulare, togliere, macerare e stratificare di elementi, in un processo incessante del quale rimangono esili e delicate tracce, che invitano alla introspezione.
La serie Porifera – Metaforma nasce utilizzando della carta da scenografia (un supporto di particolare resistenza), dalla quale forme organiche e misteriose tentano di emergere, cercando di prevaricare sui sottili strati di materia che compongono l’opera, per giungere infine in superficie. Il processo artistico alla base di queste opere è lungo e preciso: l’artista crea una forma primaria e, successivamente, con la tecnica dello spolvero –realizzando cioè dei piccoli fori che consentono di riportare il disegno sulla superficie sottostante – tale sagoma viene riprodotta in diverse zone della carta. In questo modo si ha la sensazione di essere davanti ad un organismo vivente, in perenne espansione, pronto ad accoglierci o, forse, a divorarci. La forma ottenuta viene successivamente nascosta da successivi strati di ossidi, bitumi e cera, perdendosi così in una nebbia densa e materica. Lo spettatore è chiamato a fermarsi ad osservare l’opera, ad indagarla, cercando di risolvere l’enigma che essa nasconde. Sperando, allo stesso tempo, di svelare le verità che a noi stessi nascondiamo.


La ricerca dell’equilibrio tra forze contrastanti è uno degli elementi poetici più significativi dell’opera di Túlio Pinto. L’artista infatti indaga il concetto di tensione impiegando materiali caratterizzati da nature e comportamenti opposti, che egli porta ai limiti tecnici consentiti grazie ad un’accorta conoscenza delle loro proprietà fisiche. Il suo è un tentativo di sfidare la materia, di mostrare all’osservatore come spesso i limiti, frutto delle nostre percezioni erronee, possano essere superati.
Rectangle #2 è costituita da una grande lastra di vetro trasparente tenuta in bilico da un tondino di acciaio, collocato centralmente ed ancorato al muro. Il vetro, infatti, è sorretto esclusivamente grazie all’equilibrio delle forze e all’attrito dei materiali, che consentono alla sua base di non muoversi sul pavimento. L’opera mette in scena una situazione di potenziale rischio che mette l’osservatore nella condizione di attendere che, prima o poi, qualcosa accada. Il metallo è in grado di reggere la forza di gravità? Il vetro terrà lo sforzo? Rectangle #2 è così un dispositivo che crea dubbi, incertezza, senso del provvisorio. E l’aspettativa – continuamente inappagata – di sentire il rumore del vetro che si frantuma in mille pezzi.


Fabrizio Prevedello si dedica in esclusivamente alla scultura, impiegando in forma poetica ed antiretorica i materiali primari, come il gesso, il marmo ed il metallo. Centrali nella sua pratica sono l’esplorazione del paesaggio e la ricerca di una relazione quasi intima con i materiali, spesso di risulta, raccolti da cave o contesti dimenticati. Quella dell’artista è una forma vera e propria di cura offerta sotto forma di scultura, uno slancio per reagire, sottraendo la materia all’abbandono.
Sceso da una cava sul monte dentro lo zaino (pensando a Carlo Scarpa che pensava a Constantin Brancusi) è costituita da una roccia recuperata in una cava delle Alpi Apuane, che l’artista ha portato a valle e collocato in uno specchio d’acqua artificiale. Per l’artista quel marmo non è un semplice materiale, ma una porzione di montagna che merita rispetto e che, per sua natura, innesca un intreccio di riflessioni sulle sue metamorfiche potenzialità generative. Su di esso, infatti, confluiscono le suggestioni dell’arte e dell’architettura del Novecento, che Prevedello declina in forma interiore come un pensiero ricorrente da cui è difficile liberarsi.
Le opere della serie Ragazzo! Bisogna disegnare! nascono invece dall’impiego di frammenti di lastre di marmo che celano, dentro di sé, una piccola colonna brancusiana di gesso, una sorta di matrice concettuale nascosta, che si può cogliere con uno sguardo laterale. Il titolo fa riferimento al monito che un vecchio scultore, con il quale collaborava all’inizio della propria carriera, gli rivolgeva quotidianamente con insistenza.


La ricerca di Quayola si basa sull’utilizzo di software, funzioni computazionali e algoritmi, grazie ai quali egli scompone le forme e le immagini che provengono dalla realtà o da altre opere d’arte che appartengono al nostro immaginario. Tali stimoli vengono poi riformulati digitalmente e, successivamente, trasposti in forma bidimensionale o scultorea. Nella sua indagine le tensioni tra reale e artificiale, vecchio e nuovo, figurativo e astratto, deflagrano, mostrando l’inefficienza delle tassonomie con cui siamo soliti ordinare il mondo.
La serie dei Remains nasce da un’osservazione en plein air della natura. Quayola segue le orme degli artisti del passato, ponendosi davanti al paesaggio naturale, deciso a catturarne l’essenza estetica. Ma, anziché utilizzare il pennello, impiega per la sua analisi un laser ad alta precisione in grado di scansionare nel dettaglio ogni foglia, ogni ramo, ogni tronco dell’ambiente circostante. Con tale lavoro Quayola risolve il conflitto che, classicamente, contrappone natura e tecnologia: il mezzo tecnologico diventa strumento di conoscenza dettagliata dell’ambiente naturale, in grado di enfatizzarne le articolazioni e le linee di forza. Come lo stesso titolo ci suggerisce, le opere rappresentano i resti, le sopravvivenze di una natura che non si lascia sopraffare dalla tecnologia, ma, anzi, si congiunge ad essa e da questa è potenziata. E posta nelle condizioni di sprigionare la propria forza vitale.


Verónica Vázquez lavora di frequente con materiali industriali di scarto – come metalli, pelli e plastiche – che ricompone in sorprendenti assemblaggi poetici, impiegando modalità in cui reitera delle azioni manuali. Nella sua opera è possibile cogliere gli echi dell’arte tessile e della scultura modernista, unite ad una sensibilità compositiva personalissima in cui anche il frammento più piccolo trova la propria intima ragion d’essere.
Le opere della serie Textil nascono da un incontro casuale e spontaneo fra l’artista e la materia. Infatti Vázquez esplora frequentemente gli spazi industriali alla ricerca di materiali ormai abbandonati e dimenticati come parti metalliche, semilavorati, viti o chiodi caduti nell’oblio, che lei stessa recupera. In tale modo l’artista si fa carico della loro esistenza, sottraendoli a un processo di lenta scomparsa e donando loro nuova vita. Così le parti metalliche lasciano per sempre il loro contesto originario, legato all’industria, alla tecnologia e al serrato progresso, per giungere ad una nuova dimensione – quella dell’opera – lenta e immobile, legata alla tradizione. Il metallo diventa inatteso strumento di tessitura, con cui l’artista crea arazzi scintillanti e taglienti, delicati ma allo stesso tempo aggressivi. Il grezzo materiale metallico, pur ingentilito dal suggestivo assemblaggio, mantiene infatti la sua primordiale potenza. E dietro alla composizione geometrica si può ancora sentire l’eco lontano delle incudini della fucina di Vulcano.


I lavori di Marco Maria Zanin nascono da un interesse visivo verso il paesaggio, i resti degli interventi antropici, nonché i lasciti fisici e simbolici della civiltà rurale, che egli indaga grazie alla fotografia. La sua ricerca si sviluppa a partire da approcci antropologici e dalla comparazione di tempi, convenzioni e modalità distanti, delle quali evidenzia l’inconciliabilità, come sottolineato più volte da immagini di manufatti il cui uso è andato perduto.
La serie delle Cattedrali rurali nasce da una ricognizione nella campagna veneta alla ricerca di elementi architettonici residuali – come rovine di case, depositi agricoli, piccoli ponti o muri di delimitazione – che sono stati abbandonati o sono caduti in disuso. Sono res derelicta, interventi che hanno avuto una vita ed un senso funzionale o produttivo nel passato, ma che non hanno più alcuna ragione d’essere nel tempo presente. Sono solo quinta teatrale, sfondo nebbioso sul quale va in scena invece la natura, che in forma inesausta non smette di muoversi, evolversi e reagire.
Arzanà e Figura Magico Religiosa sono tracce di oggetti di un tempo passato. Quest’ultimo ritrae delle suppellettili in metallo che venivano usate, fino alla metà del secolo scorso, per riscaldare i giacigli con una pietra calda. Sono più in generale delle presenze inquietanti, quasi dei feticci. O forse degli antenati con cui abbiamo perso ogni relazione, che si manifestano alla porta di casa, come una presenza improvvisa ed ingombrante.