Fabrio Sandri

Vittorio Veneto, ExitArte
ottobre ― dicembre 2008

Antiretorica antirappresentativa
Daniele Capra




Mondo, sii, e buono;
esisti buonamente,
fa’ che, cerca di, tendi a, dimmi tutto,
[…] su bravo, esisti,
non accartocciarti in te stesso in me stesso.
[1]


Nessun click metallico, nessuno scatto, nessun negativo. Ma anche nessun file o supporto di memoria digitale. È una fotografia assolutamente asciutta ed antiretorica quella di Fabio Sandri, realizzata a partire dalla carta fotosensibile, per diretta azione della luce sul foglio. Non c’è alcun intervento manipolatorio poiché è la realtà stessa, per semplice contatto, a lasciare la traccia discreta che ne attesta l’effettivo esistere. La procedura seguita dall’artista vicentino –che si sviluppa in seno ad una tradizione di sperimentazione già ampiamente diffusa negli anni Trenta del secolo passato– è infatti basata sull’utilizzo diretto della carta fotosensibile (su cui abitualmente sono stampate le fotografie realizzate a partire da negativo), caratterizzata dalla presenza di una emulsione che la rende in grado di reagire alla luce scurendosi. In questo modo il soggetto si imprime sul supporto finale senza intermediazioni, senza che sia necessario intervento di alcuno.

Negli anni scorsi Sandri ha svuotato le stanze della propria abitazione disponendo sul pavimento degli enormi fogli di carta sensibile, col dorso rivolto verso l’alto. Successivamente ha ricollocato la mobilia e gli oggetti ed ha illuminato per qualche secondo l’ambiente, permettendo che la luce facesse reagire l’emulsione imbrunendosi. Ne è derivata un immagine, in dimensione reale, degli innumerevoli oggetti presenti (delle sedie, dei tavoli, dei divani,ecc.) ma anche la trama delle piastrelle: la stanza ha lasciato così la propria impronta, fugando quei dubbi sull’esistenza del mondo che hanno angosciato filosofi e poeti [2]. Sandri ci indica così che il mondo esiste, che non è un inganno della nostra percezione, poiché è possibile raccoglierne ed imprigionarne la forma, seppure ricorrendo all’astuzia e all’aiuto della luce. Ed è proprio in questo modo che l’immagine che si forma sulla carta risulta essere non solo banalmente la sagoma di quel pezzo di realtà, bensì l’esito bidimensionale di una scultura che si è compiuta in maniera quasi performativa, in cui sia la luce che gli oggetti sono stati indotti a recitare in un dramma –quello della realtà– in cui vengono portati in scena da un regista troppo accorto per farsi sfuggire l’occasione.

Ciononostante la pratica fotografia dell’artista è da ritenersi assolutamente antiretorica, legata per di più ad aspetti speculativi ed antispettacolari. Se diamo per certo che l’etimo della disciplina voglia dire scrittura con la luce, oppure disegno con la luce, l’autore ci dimostra invece come sia assolutamente più corretto definire la sua ricerca scultura, dato che sul piano in cui giace la carta sensibile si accumula e precipita una porzione di realtà, veicolata dalle particelle stesse che costituiscono la radiazione luminosa. Inoltre, come in quel racconto surreale e metafisico di Borges in cui dei cartografi di un impero immaginario disegnano una mappa della medesima dimensione del territorio raffigurato [3], la realizzazione di Sandri risulta inservibile; non solo perché antianalitica nel contenuto, ma anche perché animata dalla volontà di sottrarsi alla funzione di mimesi del reale, essendo la sua –in ultima istanza– una registrazione impersonale ed antirappresentativa, che pone l’autore nell’alveo del minimalismo e dell’arte concettuale più spinta.

Incarnato, l’opera in progress che viene presentata e portata a compimento durante la mostra, è un progetto basato su una video-proiezione: una parete della galleria infatti è stata coperta con carta fotosensibile, su una porzione della quale viene mostrato un video registrato in auto dallo stesso artista durante il percorso che lo porta dalla casa in cui vive a quella in cui aveva trascorso l’infanzia. La proiezione ha inizio nel momento dell’inaugurazione e, quasi fosse in materiale vivo, la carta comincerà lentamente a scurirsi, mentre di tanto in tanto il video in loop, si arresterà per permettere la visione dell’effetto. A differenza di ciò che accade nelle Stanze, non è quindi solo l’ambiente –e la presenza della persone in galleria– a lasciare la propria impronta, ma anche l’esperienza visiva dell’autore (il suo sguardo gettato sulla strada) che lentamente si deposita e sedimenta, fotogramma dopo fotogramma.

Come nella serie dei Teatri di Sugimoto, è la variabile tempo a rivelarsi centrale: il tempo individuale dell’autore, che ci riconduce ai luoghi del proprio passato, ma anche quello della proiezione, che si caratterizzerà con tonalità differenti di grigio in base alla conformazione visiva dei fotogrammi, a seconda delle dinamiche con cui la luce si accumula, dei movimenti dei visitatori nella stanza. Come scrive Grazioli, “Incarnato è il colore che risulta dalla videoproiezione continua, ma è anche il senso dell’unione tra l’immagine ed il supporto, tra il dentro e il fuori, tra il movimento e la fissità” [4]. Per tutta la durata della mostra un inedito diario visivo, che verrà affisso in una parete, testimonierà gli effetti del progressivo oscuramento della superficie, prima con maggior frequenza, successivamente più di rado. E i grigi, dopo un mese di luce, non tarderanno ad incarnarsi in sfumature di rosa.




[1] A. Zanzotto, Al mondo, da La Beltà, Mondadori, 1968.
[2] Cfr. A. Zanzotto, op. cit.
[3] J. L. Borges, Del rigore nella scienza, in Tutte le opere, vol. I, Mondadori, 2005.
[4] E. Grazioli, Fotosensibilità, catalogo della mostra, 2006.