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Mirko Baricchi, Alberto Scodro
Sentieri non-euclidei

Casso, Dolomiti Contemporanee, Nuovo Spazio di Casso
agosto ― ottobre 2019

Sentieri non-euclidei

Daniele Capra




Sentieri non-euclidei analizza come l’opera sia l’esito di un flusso mentale e di un processo fisico/materico in continua stratificazione, entrambi caratterizzati da percorsi liberamente contraddittori e non-lineari. L’opera d’arte – di qualsiasi artista presente o del passato – non nasce e prende forma nelle modalità dirette e lucidamente razionali di un teorema, in cui le premesse vengono sostenute ed incatenate dalla forza della logica, come molti teorici, anche della più asciutta arte concettuale, tendono a far credere. Un’opera così fatta sarebbe infatti didascalica, probabilmente ideologica o quanto meno senza quel soffio che la rende viva e capace di sfuggire alla prigione dorata delle premesse. Al contrario essa è il risultato di un metodo d’indagine tortuoso, in cui possono esistere antinomie, incongruenze e discordanze che sono frutto di una pratica costante di pensiero divergente e di deambulazioni mentali libere e senza alcuna meta. L’artista è vocato alla molteplicità ed è in grado di muoversi contemporaneamente, con intenzioni e spinte diverse, verso più direzioni, diversamente da quanto sia possibile fare nelle nostre esperienze di bipedi camminatori.

L’opera è il dispositivo di senso in cui si addensano gli sviluppi (apparentemente) contraddittori condotti dall’artista, che si sviluppano temporalmente in una forma spesso anti-cronologica, cioè in un continuo zigzagare tra avanzamenti ed arretramenti, come accade in un film in cui gli eventi sono narrati in un alternanza tra flashforward e flashback. L’opera – e, più in generale, il lavoro stesso dell’artista – non è l’esito di un tracciato cartesiano ordinato e coerente, ma il risultato di istanze plurime ed eterogenee, che ne modellano il percorso in forma complessa, a tratti inorganica e disarticolata. L’artista agisce cioè come un animale selvatico che si muove, orientandosi con la vista, l’udito e l’odorato, all’interno di un bosco nel quale deve porre attenzione alla disposizione degli alberi, ai dislivelli, al muschio, alla presenza di corsi d’acqua o di massicci rocciosi invalicabili. I suoi percorsi sono determinati dall’orografia e dall’ambiente, ma anche dalla necessità, dal desiderio di conoscere o dal suo stesso istinto. L’opera, in ultima istanza, è la condensazione di tutti questi fenomeni, la proiezione di tutti i passi che hanno condotto l’artista in quel preciso luogo in quel determinato momento.

La complessità dello sviluppo dell’opera, sia ideativo che fattuale, è quindi elevatissima, poiché è il risultato di un processo non-ordinario che risulta non sempre classificabile con gli strumenti topologici classici: come descrivere o spiegare con la geometria il peregrinare di un orso sulle Alpi in cerca di cibo o i movimenti di un cervo che si nasconde nel fresco del bosco? La sua interpretazione richiede quindi altri criteri formali di lettura ed altre modalità di comprensione, poiché quelli usualmente in dotazione sono inefficienti o scarsamente significativi. Sentieri non-euclidei fa riferimento a quando accaduto a metà Ottocento con la nascita delle geometrie non-euclidee, che consentirono il superamento delle teorie basate sui postulati di Euclide e ampliarono le potenzialità analitiche della disciplina, fino allora limitata a sottostare ai vincoli enunciati dal matematico greco. Similmente interpretare un’opera richiedere un salto o una deviazione da ciò che abbiamo sempre conosciuto e l’adozione di modalità che contraddicono il nostro primario universo di riferimento, poiché il lavoro dell’artista è plurimo, capillare ed interrogativo: un multiverso che sfugge, per sua stessa natura, alla cattività monodimensionale cui siamo abituati. È come un cammino, complicato, pericoloso, sulla cresta in cui si incrociano differenti spartiacque, che aprono a valli differenti e che conducono a luoghi in cui si parlano lingue diverse. Per abbracciarle tutte con lo sguardo dobbiamo praticare un’acrobazia, una torsione, una spinta col corpo per equilibrare i nostri movimenti, affaticati, tesi e misurati, con la fronte madida di sudore. Forse, stringendo gli occhi, se siamo fortunati, dallo spartiacque o dentro l’opera, potremo vedere l’orso scorrazzare o il cervo brucare sul limite del bosco.

La pratica di Mirko Baricchi è rivolta in forma esclusiva sulla pittura ed è focalizzata sul processo esecutivo dell’opera, caratterizzato da una processualità rapida ed incessante, basata su azioni di stesura ed asportazione del colore sulla superficie. Nella sua pratica è centrale il lavoro fisico sulla tela che, nella continua contraddizione del fare-cancellare, assurge ad una funzione esplorativa. Le opere della serie Selva e Wood rimandano all’universo del bosco, al mondo selvatico popolato da un’intricata e nebbiosa foresta di segni orizzontali, verticali e trasversali. Sono contemporaneamente immagini bidimensionali e spazi mentali in cui far camminare lo sguardo, paesaggi ulteriori che sono nella testa dell’artista e nelle proiezioni psichiche dell’osservatore.

La ricerca di Alberto Scodro è mirata ad evidenziare linee di tensione ed elementi di discontinuità dei luoghi, delle architetture e della materia, che sono oggetto di interventi di carattere essenzialmente scultoreo ed installativo, molti dei quali site-specific. In particolare l’artista rivolge la propria attenzione alle possibilità espressive insite nelle caratteristiche chimico-fisiche dei materiali, alle deformazioni ed alterazioni innescate dalla temperatura, nonché alla combinazione in forma sorprendente, e talvolta ironica, degli elementi costitutivi. Molti suoi lavori nascono stratificando in modo incoerente sabbie, cristalli di vetro ed oggetti di uso quotidiano, che vengono poi ceramizzati. Le opere della serie Ciupinara (“talpa”) testimoniano invece, in forma scultorea, la complessità e la creatività dell’architettura animale.