Avere cura e [r]esistere

essay for Inchiostro e pietra #3
Winter 2014

Avere cura e [r]esistere

Daniele Capra




Curare, sperimentare, saper far fronte alle difficoltà, anche personali. Oltre all’attività intellettuale e pubblica, il curatore deve sapersi muovere in queste aree. Deve saper resistere alle sollecitazioni che ne minano la libertà d’azione.

Come uno sciamano

Driant Zeneli, un amico che è anche un bravo artista, una volta mi chiamava «curvatore». Abbiamo sempre avuto molta confidenza tra noi – ci prendiamo frequentemente in giro sulle nostre origini e sui nostri cognomi – e penso che in maniera reciproca ci siamo anche portati professionalmente fortuna. La parola era una simpatica fusione tra la parola «kurva», che in albanese (ma anche in molte lingue parlate nei Balcani) significa «puttana», e il più elevato «curatore». La somma delle due parola nella mia testa suonava un po’ come qualcosa di mezzo tra «puttaniere» e «lenone» artistico, il che non poteva che ironicamente farmi sorridere. Tanto più perché avverto come fondamentale nella mia professione il tentativo di favoreggiamento nei confronti degli artisti.
Poi qualcosa è cambiato e, da un paio di anni a questa parte, Zeneli mi chiama «curandero». Ancora una parola differente rispetto allo standard, ma che mi piace (ben di più) perché mette insieme il concetto di avere cura, che è centrale nel fare la mia professione, con quello che in America Latina è un guaritore, uno sciamano che si adopera per la salute delle persone. Vengono cioè messi insieme due punti fondamentali nella vita di ciascuno di noi, quali l’attenzione verso l’altro e la possibilità che la nostra presenza possa far star meglio, possa cioè essere terapeutica.
Penso a questo quando qualcuno mi chiede di raccontare il mio lavoro di curatore, anche se poi, inevitabilmente, arrivo sempre a parlare di aspetti tecnici (e della situazione economica), accantonando tale idea che pare non adatta, non consona. Essenzialmente, infatti, si associa il ruolo del curatore ad una professione in cui la ricerca – estetica, formale, politica – si coniuga con il pensiero scientifico, con il sistema delle idee in cui tutti gli aspetti devono essere cogenti, ben costruiti: si devono tenere insieme, non basta che siano un sistema paratattico di appunti esistenziali o una serie di indagini non strutturate.

Sperimentare modello probabilistico

L’esperienza sul campo mi ha insegnato invece che essere curatore vuol dire costruire dei sistemi, più o meno complessi, quando le variabili che le determinano devono ancora essere decise. È cioè come il tentativo di dimostrare un teorema quando ancora non si posseggono tutti i dati di partenza, ma si può intuire/prevedere che, con ragionevole ed accettabile certezza, si verificherà quell’evento in quella determinata situazione. Senza esagerare con tecnicismi che ci porterebbero altrove, potremmo dire che fare il curatore equivale a lavorare con un modello ideale probabilistico, in cui la verifica della bontà dell’idea principale avviene abbondantemente in ritardo, spesso ad anni di distanza. Avviene in ritardo perché ci mancano, nell’istante in cui opere/mostre si concludono, gli strumenti efficaci per analizzare una cosa che ancora si muove, dato che le opere sono costantemente in divenire.
Contrariamente a quanto si possa immaginare le opere non sono fisse ed immobili, ma hanno la possibilità di accendere nuovi campi semantici, di riadattarsi, esattamente come fa una pianta che si modifica ed è in grado essa stessa di mutare, se collocata in contesti differenti (ho avuto il piacere di analizzare per la prima volta tale aspetto in Tree strategy, che raccoglieva le opere di Ludovico Bomben, Paolo Gonzato e Michelangelo Penso, mostra in cui le opere riacquisivano delle forme leggermente differenti rispetto alla propria origine, adattandosi al cambiamento di volumetria e di luce dello spazio espositivo). A variare, in buona sostanza, non sono solo le nostre interpretazioni e le nostre percezioni, ma anche l’opera, che non è materialmente quasi mai un sistema chiuso e rigido, ma un insieme aperto di relazioni politestuali.
Un secondo motivo del nostro ritardo è il grado di sperimentazione di una mostra, tanto più se ospita delle opere realizzate per l’occasione e che quindi non si sono misurate prima. In tale occasione infatti, ci si trova a lavorare fino agli ultimi giorni senza conoscere l’aspetto profondo dell’opera, il suo campo di influenza, la sua interazione con il contesto e gli altri lavori. Nella sua evoluzione e nelle scelte formali finali che portano ad una mostra, infatti, ci sono molti più gradi di complessità di quanto si possa immaginare.

Resistere al contesto

La grande contiguità tra la vita e l’attività di curatore rende impossibile immaginare quest’ultima come semplice professione. È qualcosa di diverso, simile in molti aspetti all’attività di volontariato in contesti disagiati, in cui bisogna sapersi muovere costantemente tra le difficoltà, prima delle quali è indubbiamente l’esiguità dell’economia, che si riverbera nel lavoro (allestimento, trasporti, ecc.) e nella vita personale (trovare il budget per vivere).
Se vuoi fare il curatore devi saperti arrangiare nel tuo lavoro, considerando la possibilità di svolgere attività che volentieri piacerebbe affidare ad altri. La logistica, i trasporti, trovare il modo per farsi prestare o regalare materiali. Resta una questione ineludibile, tanto più in un contesto – come quello italiano – in cui i soldi per questi aspetti generalmente mancano.
Ma è forse ancora più importante riuscire a vivere, non a pagare affitto, ma a trovare quella quantità di soldi, ricorrendo talvolta ad attività secondarie, tale per potersi gestire liberamente. È la libertà di alzarsi ogni giorno per poter immaginare una sfida intellettuale differente la vera moneta con cui si è pagati. E risulta fondamentale sviluppare tutte quelle relazioni per cui con questo si possa vivere, ci si possa pagare i viaggi, i biglietti di treni ed aerei.
Benché dopo cinque anni di lavoro non sia ancora riuscito a risolvere tale situazione (è ingiusto e sbagliato che nel nostro paese l’attività culturale non sia ritenuta una professione), spesso sono costretto a bilanciare attività in cui c’è un profitto economico con altre realizzate per puro volontariato. Sono cioè costretto – io come tanti altri colleghi – a spendere molto del mio tempo in attività che non mi garantiranno alcun guadagno, e spesso nemmeno le spese affrontate. Ma c’è un momento in cui la spinta ideale non può essere tale da sopportare tutto questo. Il diritto ad un futuro è una variabile che umanamente gioca brutti scherzi. Un curatore deve imparare a fare questi conti, tanto più perché viviamo in un mondo capitalistico che non fa sconti a nessuno, nemmeno dal punto di vita umano.

Per amore e per resistenza

Fare il curatore è un’attività di resistenza, in cui frequentemente i risultati arrivano molto tempo dopo i nostri sforzi. Non ci sono altre spinte che quelle dell’amore per l’arte, gli artisti, le idee, le mostre. Testa bassa e pedalare.


English text not available