Fratelli Calgaro
Mostra di condominio

Padova (I), Settima Onda
March-April 2014

Doppio testo

Daniele Capra




Ci sono svariati motivi per cui il primo episodio del progetto dei Fratelli Calgaro Mostra di condominio, che ho avuto il piacere di co-curare alla Settima Onda con Aurora Di Mauro, è stato per me extra-ordinario rispetto dalla mia attività professionale. Innanzitutto i miei legami di amicizia e stima con l’artista, al quale sono legato anche professionalmente. Poi per i miei legami di amicizia e stima con la padrona di casa che ha voluto ospitare il progetto, alla quale sono legato anche professionalmente. E, poiché sono certo che i miei due compagni di avventura siano legati tra di loro da un sentimento non molto differente da quello che provo io per loro, ci sono i presupposti per dire che il nostro terzetto sia esattamente un ménage à trois intellettuale, caratterizzato dal confronto, dalla sfida, dalla complicità. Poco a che vedere quindi con Jules e Jim.
La geometrica triangolarità della nostra relazione, unita alla mia equidistanza dagli altri due vertici, mi mette allora nella strana situazione di essere Arlecchino che si industria ed opera come servitore di due padroni, mettendomi nella condizione di lavorare in una modalità bifida e divergente. Per evitare di cadere nell’amletico dubbio dello sfortunato asino di Buridano (che curiosamente non è argomento del filosofo, ma esempio portato da suoi detrattori contro le sue argomentazioni) ho scelto quindi di realizzare, per la mostra e questa pubblicazione che ora state leggendo, due testi, ciascuno con un profilo stilistico e finalità differenti, senza sbrodolare tra i due corni del dilemma.
Il primo sarà quindi scritto da un
amico di Aurora, mentre il secondo sarà il testo da curatore dei Fratelli. Ho cercato di rendere entrambi scorrevoli ed utilizzabili anche separatamente, mettendo appunto il mio personale stratagemma per evitare di fare la fine tragicomica del più dubbioso dei quadrupedi.



L’irriverenza degli amici



Glielo avevo detto ad Aurora che se mi avesse coinvolto alla Settima Onda avrei cercato di metterla in difficoltà. Non sapevo ancora in quale modo, ma, seppure con il sorriso sulle labbra, accarezzavo l’idea di mettere a soqquadro un po’ del suo ordine da quando ero venuto a conoscenza di questo suo progetto fuori dal comune di casa-non-casa, che è nel contempo dimora, appartamento, spazio espositivo e di pensiero, di cibo, di amicizia, di libri, di vino e di opere: solo la paratassi additiva lo può spiegare.
Non che io mi senta cattivo maestro, però mettere in difficoltà – intellettuale, relazionale – le persone è una pratica molto utile poiché serve a non accontentarsi dello status quo, ma permette di capire come sia possibile andare oltre al sentiero tracciato dalle nostre aspettative. Serve a spostare altrove, non necessariamente in avanti, ma anzi talvolta lateralmente o a zigzag, il centro delle nostre azioni. Il fulcro del nostro agire, il micidiale punto fermo che noi pensiamo non negoziabile, è davvero solo una costruzione delle nostra abitudine. E a me sta a cuore premere per andare oltre, anche solo per discutere di quelli che siamo soliti chiamare – retoricamente? – punti fermi. Per dirla tutta non è che Aurora non abbia il piacere di abbandonare/si al flusso degli eventi, solo che a me interessava, per ragioni programmatiche, fare qualcosa che lei implicitamente non sarebbe stata totalmente d’accordo di fare (so che quando leggerà queste mie parole sarà presa dal desiderio di darmi un sonoro calcio nel didietro, ma so anche che continuerà, ciononostante, a volermi bene).
Aurora infatti, era piuttosto contrariata dall’idea di fare una mostra alla Settima Onda, che è anche la sua casa, coinvolgendo i condòmini dello stabile. In seguito all’opera di ristrutturazione dell’appartamento, avvenuta negli anni scorsi, si è infatti trovata in situazioni spiacevoli sfociate in liti senza confini con un paio di essi. Si sa, le persone problematiche, non vedono l’ora di costruire il proprio personale Vietnam su cazzate quotidiane, solo per darsi una ragione per riempire la propria vita. Lei, sfortunatamente, è incappata proprio qui, con vietcong particolarmente testardi e malevoli che si danno da fare per renderle spiacevole la giornata. Benché siano particolarmente attivi, il loro numero è però tale da essere una minoranza, visto che con il resto delle persone i rapporti sono invece cordiali.
Ecco il primo grado di difficoltà, quando Beppe (i Fratelli Calgaro) ha proposto di lavorare sul condominio, chiedendo alle persone che qui abitano e lavorano di farsi ritrarre nei propri spazi, è stato quello di accettare l’idea che l’artista interagisse liberamente senza alcuna preclusione di sorta. Aurora, nel tiramolla di date e tempistiche che hanno preceduto la mostra (che ha giovato a tutto il terzetto per mettere a fuoco il contorno dell’operazione) si è trovata così ad accettare la cosa in sé, essendo chiaro che non avrebbe mai chiesto a Beppe di non contattare certe persone a lei particolarmente sgradite. Persone che poi, nemmeno hanno voluto essere parte del gioco, e che banalmente si sono autoeliminate per personale inettitudine, come capita al cattivone Dick Dastardly nei spassosi episodi di Wacky Races.
Il secondo passo è stato quello di occuparle la casa, tanto la sera dell’inaugurazione della mostra quanto nei giorni successivi, con le immagini delle persone del condominio. Persone che le fanno compagnia in sala da pranzo, ma anche vicini che guardano e che lei stessa guarda. Mai come in questo allestimento realizzato dai Fratelli (due larghe fasce di carta fotografica su cui sono disposte alcune delle foto scattate, disposte ritmicamente come le pagini di una rivista) diventa fondamentale la sfera pubblica: mentre si mangia, si legge o si parla al telefono, c’è sempre qualcuno presente. È come se la casa fosse diventata parzialmente trasparente, attivando un gioco di scopofilia individuo-collettività. Aurora, quindi ha accettato degli intrusi, anche quando gira in mutande o fa colazione in camicia da notte, un po’ come accadeva nella corte di Versailles in cui la nobiltà guardava il re, anche nei momenti più scabrosi o intimi della giornata. Me la vedo, Aurora, avvolta in abiti di broccato…
Se capiterà di lavorare ancora insieme alla Settima Onda mi riprometto che le darò ancora del filo da torcere, magari forando i muri con il trapano o chissà in quale altro modo. Da amico gonadoclasta so invece per certo che quando la mostra sarà disallestita – e le reticenze archiviate, grazie anche al lavoro dei Fratelli – quelle persone alle pareti le mancheranno. Ma anche loro sentiranno la mancanza della vicina di casa della Guizza tanto eccentrica, e che si circonda di amici irriverenti.



Il paesaggio dietro i portoni d’ingresso



La fotografia ha storicamente ereditato i generi e le classificazioni della pittura, in quanto anch’essa legata a doppio filo all’idea di rappresentazione. Ma se ancora nel Seicento – secolo in cui fioriscono le accademie – si poteva ad esempio teorizzare una differenza di valore tra un soggetto a tema religioso ed una natura morta (agli antipodi nella scala di valore), la pratica quotidiana degli artisti cominciava progressivamente a delinearsi in maniera differente poiché la borghesia e la modernità stavano bussando già alla porta, spingendo nella direzione di un affrancamento dei temi bassi o in qualche modo triviali, popolari, dalla nicchia in cui la tassonomia li aveva collocati.
Quando nella seconda metà dell’Ottocento la fotografia diventa di moda in Francia, a Parigi c’è la fila di fronte allo studio di Nadar per farsi fare un ritratto. E non mancano, oltre alla bourgeosie e ai potenti, gli artisti, gli scrittori, gli intellettuali e i musicisti. Da Victor Higo a Liszt, da Baudelaire a Courbet, Dumas, Wagner, Verne, tutti vogliono confrontarsi e farsi immortalare con questo nuovo mezzo. Nadar diverrà così celebre per i suoi ritratti, ma non mancheranno sue incursioni in altri generi, tra cui la fotografia aerea, resa possibile grazie all’utilizzo della mongolfiera, di cui sarà uno dei pionieri contribuendo alla nascita di un nuovo sottogenere nel genere di paesaggio. Nel frattempo ogni gerarchia di valore tra i generi era andata scomparendo, e si era assistito alla liberazione degli artisti dal giogo – più o meno stretto – della committenza. È però solo nella liquidità post-postmoderna in cui viviamo (che ha continuamente mescolato tutto quello che c’era, e forse anche quello che non c’era) che è immaginabile che i generi possano non solo ibridarsi ma scambiarsi le funzioni, rendendo cioè il soggetto qualcosa di altro, prodotto e realizzato per finalità differenti da quelli apparentemente dichiarate dal punto di vista visivo e concettuale.
È il caso delle foto dei Fratelli Calgaro Mostra di condominio, un’inedita indagine sulla vita quotidiana e sulle relazioni interpersonali tra gli abitanti di una delle zone a ridosso del centro di Padova – il quartiere Guizza – alla ricerca dell’umanità nascosta nei gesti quotidiani, nelle pieghe delle abitudini. La quasi totalità delle foto è costituito da ritratti, sia nella classica posa frontale che in situazioni più articolate e meno canoniche. Sono volti e corpi di persone colti nei luoghi di lavoro e di intimità, nelle proprie case, nelle proprie cucine, in spazi in cui provenienza, cultura, censo, gusti sono visibili oltre le aspettative di una visione standardizzata di un mondo piatto e da salotto Ikea: emerge quindi lampante come sia approssimativa la vulgata secondo la quale le persone vivano nelle città appiattite sul presente e senza storia. Risulta vero l’esatto contrario, e viene da pensare che la nostra visione approssimativa nasca dal fatto di essere sempre più frequentemente noi stessi vittime delle strategie messe a punto della società dei consumi, la cui perseveranza assillante sembra averci fatto dimenticare le nostre evidenti differenze.
Il progetto Mostra di condominio si caratterizza, per metodologia e per acutezza, quale un’analisi di carattere paesaggistico, dove “paesaggio” è da intendersi come la eterogenea sommatoria degli elementi che circondano l’essere umano (di ordine naturale, antropico, urbanistico, ecc.), anche se la complessità è ricondotta alla medesima variabile umana. Le immagini dei Fratelli Calgaro sono in buona sostanza dei ritratti bastardi, meticci, che per l’osservatore diventano un paesaggio per riflessione, non esaminato quindi per osservazione diretta, ma filtrato dallo sguardo del fotografo: quei ritratti sono cioè l’immagine di tutto il contenuto del quartiere, e lo rappresentano in quanto intervalli/campioni di rilievo di esso. Lo sguardo esterno dei Fratelli consente infatti una lettura di quel paesaggio, al di là del fatto che, oltre dallo spettatore, sia percepito e riconosciuto come tale da coloro stessi che lo abitano.
Le relazioni instaurate o il lavoro svolto dall’artista con le persone nelle loro case e nei loro uffici sono in buona sostanza degli interventi relazionali che devono essere letti come operazioni di analisi e di miglioramento del paesaggio. La mostra finale ospitata presso la Settima Onda (un appartamento relazionale sito nel quartiere Guizza abitato da Aurora Di Mauro, una comune amica museologa) è infatti stata un’occasione per permettere alle persone ritratte di vedersi, (ri)conoscersi ed innescare delle relazioni, andando oltre le porte chiuse delle proprie case. È un modo laterale, divergente, per modificare il paesaggio, attraverso delle micro-azioni che possono innescare modificazioni visibili, parole, o anche il semplice fatto di far sì che due vicini si conoscano e si salutino.
Come si crea la popolazione di un quartiere? Come vivono le persone che lo abitano, tra presenze stanziali di lunga durata e nuova immigrazione? Quali sono le relazioni interpersonali tra i cittadini? Come si dipana la quotidianità della vita nei bar, dal giornalaio, al supermercato o alla fermata del tram? In un quartiere periferico di una città del Nordest, è inaspettatamente il ritratto a svelarcelo.


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