Vi racconto un segreto. È stato Lui

essay for Giornale alla Deriva #2
March 2016

Vi racconto un segreto. È stato Lui

Daniele Capra




Ho un sospetto da molto tempo. Terribile, inconfessabile. Ho trovato solo ora l’opportunità di renderlo noto e me ne vergogno, ma non ho alternative alla verità: non conosco altro che la possa sostituire pienamente e che possa dare ai miei neuroni la medesima sensazione di benessere. Bene, il segreto è questo, non prendetemi per folle, sono un curatore con abbastanza senno per saper discernere ciò che mi si pone di fronte agli occhi. Ecco, svuoto il sacco: Denis Riva non è l’autore delle opere che spaccia per sue. Sì, hai letto bene. Non è lui l’autore, colui che ne può rivendicare la paternità, l’origine: non è lui la fonte. Ne sono sicuro e ne ho le prove. E, aggiungo tanto per fare l’antipatico, se fossi stato sufficientemente attento, forse avresti potuto accorgertene anche tu.
Non dirmi che non ti erano mai venuti dei sospetti, mentre guardavi le sue carte, i suoi disegni, qualche video, i lavori su tavola. Non dirmi che non ti sei accorto di niente nelle volte in cui ti sei messo davanti alle chine o agli acrilici. Non dirmi che di fronte ai paesaggi con alberi rinsecchiti, macchie antropomorfe, fiumi appena abbozzati non ci hai mai pensato. E quelle figure di animali con la coda? Non dirmi che non ci avevi fatto caso. Davvero ti sei bevuto tutto con la leggerezza e la morbidezza del secondo negroni innaffiato di gin, campari e vermouth rosso?
Sono arrivato a questa conclusione dopo un’analisi comparativa tra la sua vita e quella di qualcuno a lui molto vicino, al punto di frequentarlo quotidianamente. Nel suo studio, nella sua casa. Ma di questo vi dico dopo. Mi stupisce che non vi siate accorti che lo sguardo sulla natura era leggermente diverso da quello di Riva. Un immaginario in cui coesistono tronchi, sterpi, prati e quadrupedi, conigli e lepri, corvi e passeri. Una tavolozza di nero e colori chiari in cui flora e fauna esistono in silhouette, di profilo, in maniera quasi bidimensionale. Oggetti e materiali di scarto che diventano parte nobile per fare le opere, con qualche bruciatura. E poi odore di muffa, di muschio e di funghi e di tutto quello di cui il mondo si disfa, in un sottobosco in cui tra elementi naturali e rifiuti della nostra società capitalista e consumistica non ci sono sostanziali differenze.
Ecco, proprio qua volevo arrivare: non vi siete resi conto che oltre a vedere le sue opere odorano? Veicolano cioè qualcosa che non gli è necessariamente derivato dall’essere manufatto opera? È il racconto di un (contro)mondo fatto di tanti riferimenti al mondo fisico, fatto di passeggiate, di tempo trascorso all’aria aperta, ma anche di cose raccolte, accantonate lì e prontamente riesumate all’occorrenza. Mi stupisce poi che non vi siate resi conto che il punto di vista è sempre basso, da terra quasi, con un interesse verso tutto ciò che il mondo distribuisce sul suolo in cui camminiamo.
Ti sei accorto che le costruzioni visive, le composizioni nei diversi piano, sono semplici, quasi come una mappa o uno schema abbozzato sulla carta, a memoria e sovrappensiero – almeno spero. Riesci a fare un passo ulteriore? Guarda Riva: è alto, preciso, porta la barbetta, ed è sostanzialmente una persona precisa. È difficile che si abbassi, prova ad immaginarlo, non funziona. E poi pensate tutta la cosa degli odori: non torna, non è un sommelier fighetto di quelli che il vino odora di spezie orientali con la prominenza del chiodo di garofano. No, il Riva è un sano onesto bevitore emotivo, uno che sa che il vino fa bene e sangue, e i profumi li sente umanamente.
E poi un dettaglio che forse ti è sfuggito: il pelo, presente ovunque nelle sue opere. Capito?
Non è lui l’autore. Vi giuro che ho visto Lui, lavorare coi polpastrelli in studio, mentre il Riva scorrazzava per i prati a prendere il sole e l’arietta di primavera. Il Riva ha negato, clamorosamente, come se niente fosse, buttandola sul ridere. Lui invece, nell’intimità di fronte al camino, alla quarta crocchetta ha confessato tutto. Abbaiando sottovoce.


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