Chris Gilmour
Fragile

Villacaccia di Lestizza (I), Colonos
Agoust-October 2013

I pannolini sotto la sella della Harley

intervista di Daniele Capra



Chris, da cosa nasce la tua passione per un materiale così particolare come il cartone?



Mi sono laureato in belle arti a Bristol, con una tesi sulla public art. Durante gli studi avevo utilizzato essenzialmente materiali tradizionali, come pietra, il metallo, eccetera. Avevo utilizzato il cartone per realizzare delle vacche nel periodo in cui era uscito lo scandalo della mucca pazza, ma la prima volta in cui ho esposto delle opere in cartone è stato quando sono stato invitato ad esporre in una mostra San Benedetto del Tronto e ho scelto proprio quel materiale per la sua facilità ad essere lavorato. Poi progressivamente ho affinato le tecniche di impiego, la logica artistica e le capacità linguistiche del cartone.

In quali aspetti?



Ad esempio pensiamo ad una macchina da scrivere: un oggetto che è fatto del contenitore di un altro oggetto, che ne conserva memoria ma serve ad esprimersi sotto forma di scrittura. Per me non è semplicemente la riproduzione di un oggetto che già esiste, ma equivale piuttosto ad analizzare delle proprietà intrinseche legate all’uso. Con un materiale così poco pretenzioso e così immediato ci si può occupare al contrario anche degli aspetti più filosofici ed immateriali degli oggetti.

Ho notato un cambiamento negli ultimi anni rispetto alla logica dei soggetti che scegli. Ho come avuto la sensazione che all’inizio della tua carriera fosse molto evidente un lavoro sull’iconografia e sulla mimesis, in chiave antiretorica, poiché il cartone ti permetteva di togliere l’allure della realtà. Poi l’attenzione si è spostata altrove…



All’inizio sceglievo gli oggetti anche per la loro carica narrativa, per il fatto che potessero dire o raccontare. Poi va tenuto conto che frequentemente inserivo la figura umana, e quindi era come occuparsi della relazione tra persona e quell’oggetto. Sulla Vespa, con la macchina da scrivere o con il televisore c’erano delle persone, degli elementi che servivano in qualche modo a veicolare o suggerire una storia. Progressivamente la ricerca si è spostata verso gli oggetti in sé, che lo spettatore impara a ri-conoscere grazie al materiale straniante: si osserva in qualche modo una “finzione” dovuta al materiale inatteso, che fa concentrare sulle forme e sui particolari. Non ci si pone troppe domande quando si usa una caffettiera in metallo, mentre invece quando la si vede di cartone si ha la curiosità di guardare tutti i particolari fino alle viti più minute. In questo modo io racconto la fascinazione per quell’oggetto.

Scegli solo oggetti che ti piacciono?



Credo di sì. Devi avere un po’ di amore se scegli un oggetto che poi devi misurare, ridisegnare o riprogettare per realizzarlo in un materiale differente rispetto all’originale. Devi sentire un certo fascino, magari anche solo verso un dettaglio costruttivo, oppure la curiosità di capire da quali riflessioni è nato.

Ma il tuo non è un lavoro di artigiano?



Sì, in parte lo è! Il lavoro manuale è l’espressione fisica di quello che faccio. Ho passato migliaia di ore nel mio studio per far tentativi o per realizzare il modello finale delle opere. Ed è sempre stata per me un’attività interessante e non banale.

E non ti è mai capitato di arrenderti, magari per colpa proprio della fragilità del materiale?



Sì. Ad esempio per fare delle bici mi ci sono voluti tre anni di tentativi. I cerchi ed i raggi dei primi esemplari non reggevano il peso. Ho fatto molte prove per trovare la tecnica costruttiva adatta. Adesso in realtà penso di possedere un buon bagaglio tecnico e penso di potermi misurare con qualsiasi oggetto. Ma dopo biciclette, moto ed auto non penso di essere interessato a fare un autobus!

Ma in questo gioco in cui tu trasformi un oggetto dal suo stato normale, non c’è una forma di precarizzazione? Non evidenzi la fragilità delle cose?



Penso che ci sia una forma ibrida di presenza e non-presenza. In realtà l’osservatore si relaziona con la mia opera esattamente come fosse l’originale. Per esempio quasi tutti toccano i tasti della macchina da scrivere confidando che si muovano ed aspettando di sentire il ticchettio metallico. È come se le persone volessero riscoprire ciò che ci circonda. La fragilità è quella di coloro che pensano di non avere altro da conoscere.

Nei tuoi ultimi lavori ti sei occupato di creare non più semplici oggetti, seppure con una storia dietro, ma hai scelto come modelli delle opere d’arte. Viene da pensare che forse le cose ti interessino meno e che invece tu abbia voglia di guardare altrove…



Mi sono trovato in un frangente particolare, in cui ho cominciato a mettere in discussione il senso degli oggetti. Ho sempre proceduto pensando ad una mostra come un dialogo, in particolare simbolico, tra gli oggetti: c’era un filo che li univa, come un sistema narrativo in cui ci sono dei ruoli, dei personaggi. Poi ho cominciato a trovare meno interessante lavorare in un sistema chiuso, in cui un’opera ha senso solo all’interno di quei riferimenti oggettuali. E quindi mi sono rivolto altrove, alla ricerca di soggetti che coniugassero dei valori iconografici con una carica sociale, religiosa, spirituale o politica.

Come la statua di Lenin…



Beh sì, quel lavoro, un po’ come la precedente statua equestre, ha una dimensione interiore particolare, perché mette insieme l’iconografia del leader della Rivoluzione russa con quella, più a buon mercato, della persona comune che chiama il taxi. In generale la rappresentazione di una figura politica spinge a chiedersi chi sia veramente quella persona, quale sia stata la sua vita, come abbia operato. E questa dimensione pubblica ed intima insieme è ancora più forte per la vita dei santi, che sono stati indicati sin dagli inizi della storia della chiesa come figure esemplari, da imitare. Replicare la figura di una statua che ha avuto un impiego di natura religiosa ha quindi una funzione in più, oltre ovviamente alla curiosità di indagare le volumetrie originali per cercare di capire come è stata sviluppata. E poi ogni opera non è l’esatta replica di una statua…

Cioè?



Non si tratta di copie identiche di statue esistenti, ma è piuttosto la somma di elementi differenti: spesso combino le scelte stilistiche di più autori rendendo più ibridi i soggetti. Confrontando più modalità rappresentative si comincia a capire le logiche formali che definiscono gli stili. È un’analisi a partire dalle soluzioni già adottate, tale da permettere di capire cosa sia un’opera gotica o una barocca formalmente, nella sua stessa carne, dalle pieghe degli abiti alla decorazione architettonica in cui è inserita, e non solo per analisi estetica.

Hai mai creato delle opere senza partire da un modello preesistente? Inventando cioè tutto di sana pianta?



No. La logica è sempre vincolata ad un oggetto o al suo avere una funzionalità, cui si legano le scelta tecniche e dei materiali. Quello che non esiste non mi interessa, mentre mi piace indagare le scelte effettuate prima di me. E poi c’è una storia anche delle modalità costruttive. Sono attratto cioè da quelli che sono, in buona sostanza, manufatti, siano essi artistici o di design industriale. Ma non escludo di poter usare, in futuro, altri materiali che non siano il cartone per mostrare una mia lettura della realtà, come ad esempio il legno o la creta. Invece, per quanto riguarda il cartone, esso è legato in maniera indissolubile all’oggetto e alla poesia della sua esistenza.

E che ci dici di opere in cui magari è possibile fare una lettura più politica? Penso ad esempio alle tue chiesette fatte con le scatole di profilattici…



In generale cerco soggetti che siano freddi, distillati. Che abbiano cioè una forma di serietà intrinseca. Il cartone per sua stessa natura tende a desacralizzare, a togliere peso, mentre usare le scatole dei profilattici equivale ad accentuare ironicamente l’opera. Ma si tratta solo di un contrappunto, di un significato ulteriore. Forse già il fatto che la chiesa sia così piccola è un elemento fondamentale. Si può interpretare come meglio si crede. Come la sella della motocicletta Harley Davidson fatta con la scatola dei pannoloni. Ma quelli per anziani!


Incontinence pads under the Harley Davidson Saddle

Interview by Daniele Capra



Chris, where does your passion for such an unusual material as cardboard come from?



I graduated in fine arts at the university of Bristol with a dissertation on public art. During the course I used essentially traditional materials such as stone, metal etc. I had used cardboard to make a satirical cow during the Mad Cow disease crisis, but the first opportunity I had to exhibit any work made in cardboard was in San Benedetto del Tronto. At the time I chose the material because it was a practical solution to making a piece quickly, but over time I refined the techniques, the artistic approach and the linguistic scope of cardboard.

In what way?



Think for example of the typewriter: an object made with the container of another object, preserving its memory but no longer any use for actually writing with. I don’t consider just the reproduction of a pre-existing object, but rather a way to analyse the intrinsic properties connected to its use. The fact that it is such an unpretentious, immediate material lets you consider the more philosophical and immaterial aspects of objects.

I have noticed a change in recent years in the reasoning behind your choice of subjects. My impression is that at the beginning of your career there was a clear interest for iconography and mimesis, with an anti-rhetorical approach, since cardboard allowed you strip them of the allure the real objects had. Then you attention moved on to other things…



In the beginning I also chose objects for their narrative potential, for their ability to tell a story. I often included a human figure, so it was like dealing with the relationship between the person and the object. There was a person on the Vespa, by the typewriter or the television, elements that conveyed or suggest a story. The research then gradually shifted to the objects themselves, they would be looked at as if you were seeing the object for the first time because of their bewildering displacement caused by the material. A sort of “fiction” triggered by the unexpected material draws the attention to the shapes and details. Using a real metal coffee maker does not awaken any curiosity, but if you see it made in cardboard your attention is drawn to the smallest details. That’s how I portray the allure of an object.

Do you only choose objects you like?



I think so. You need to really love an object if you’re then going to measure, re-draw and re-design it to reproduce it in a different material from the original. You must be drawn by the object, or perhaps just to a detail of its construction, or be curious to know what thinking lay behind its design.

Is your work not craft?



Of course a part of it is! The manual work is the physical expression of what I do. I spend thousand of hours in my studio making attempts or creating the (final model of) my works. I still find it an interesting activity, never banal.

Did you ever have to admit defeat, for example for the fragility of the material?



Of course. it took me three years of failed attempts to make the bikes, the wheels and spokes of the first ones couldn’t carry the weight. I only found the right technique after many failed attempts. I think I have achieved a technical skill that allows me to take on any challenge. However, after bicycles, motorbikes and cars, I don’t think I would be interested in making a bus!

Is there an element of precariousness in this process where you transform an object from its normal state? Doesn’t it highlight the fragility of things?



I think there is a kind of hybrid between presence and non-presence. In actual fact the viewer relates to my sculpture exactly as they would with the real object. When they try to touch the keys of the typewriter they expect them to move and expect to hear the metallic clicking sound. It is as if people want to re-discover the things around them. The fragility belongs to anyone who thinks they don’t have anything else to find out

In your latest works you are no longer making simple objects, even if they do have a story behind them. Instead you have chosen artworks as your models. I wonder if you have become less interested in objects and have started looking elsewhere…



I found myself at a point where I was questioning the meaning of the object. I had always prepared an exhibition as a kind of dialogue between objects, particularly at a symbolic level. There was a common thread which tied them together, a kind of narrative system in which there were roles and parts to play. However I began to be less interested in operating within this closed system where an artwork has a meaning only within those objective parameters. As such I started looking elsewhere, trying to find subjects which conveyed iconographic meanings with a social, religious, spiritual or political depth.

Like the Lenin statue…



Sure, that piece, a bit like the equestrian statue that went before it, has a particular interior aspect because it brings together the iconography of the Russian leader together with a gesture that could almost remind you of a regular guy hailing a taxi. Generally speaking the representation of a political figure leads you to wonder who that person really was, what their life was like, how they acted. This dimension of the public and the intimate together is even more marked in the lives of the saints. Since the first days of the church they have been marked out as exemplary figures, people to try and imitate. Reproducing the figure of a statue which has been created to serve a religious use naturally adds an element to the way it functions. I am also interested in analysing the physical construction of the original works to try and understand the techniques behind them, and as a part of this my artworks are not exact replicas of statues…

How so?



They are not identical copies of existing statues, rather they are the sum of different elements: I often combine the stylistic choices of several artists to create a kind of hybrid. By looking at many different approaches to representation you can start to understand the formal logic which defines the styles. It is an analysis starting from solutions which have already been used and a way of understanding what makes an artwork Gothic or Baroque in formal terms: in the flesh of the sculpture, in the folds of the gowns or the decoration of the architectural framework, rather than just from an aesthetic analysis.

Have you ever made a sculpture without having a pre-existing model? Just making it up from scratch?



No. The logic behind the work is always tied to an object and the fact that it has a function which determines the choice of technique and material used to make it. Things that don’t exist don’t really interest me; I prefer to investigate the choices others have made before me. There is a story to discover in the way things are made. I am attracted to things that are manufactured, whether they are artworks or design objects. I’m not saying I’d never use other materials like clay or wood instead of cardboard to analyse reality. However I feel that cardboard is irrevocably tied to the object and the poetry of its existence.

What about those who find a more political reading to your work? I was thinking about the churches made with condom boxes…



I generally try to find objects which become cold, distilled. Things which have a kind of intrinsic seriousness. By its nature cardboard tends to be desecrating, it tends to takes the weightiness out. However using condom boxes gives an ironic emphasis to the work, it is simply a counterpoint, another reading. Perhaps the fact that the church is so small is the important fact. You can read the works as you see best. It’s just like the saddle on the Harley Davidson which is made out of boxes for incontinence pads, the ones for geriatrics…