Graffiare il presente

Paola Angelini, Mirko Baricchi, Paolo Bini, Lorenza Boisi, Thomas Braida, Alessandro Calabrese, Linda Carrara, Nebojša Despotović, Matteo Fato, Agostino Iacurci, Andrea Kvas, Francesca Longhini, Tiziano Martini, Isabella Nazzarri, Marco Pariani, Nazzarena Poli Maramotti, Alessandro Roma, Nicola Samorì, Alessandro Scarabello, Caterina Silva, Aleksander Velišček

Novate Milanese (I), Casa Testori
show, December 2018 – January 2019

The text of the showThe works

Graffiare il presente

Daniele Capra




Graffiare il presente è un progetto espositivo che raccoglie il lavoro di ventuno artisti che appartengono alla generazione nata tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta. La mostra presenta circa trenta opere pittoriche, molte delle quali di grandi dimensioni, di artisti la cui ricerca è caratterizzata da una spiccata tendenza interrogativa e dalla necessità interiore di incidere il presente, per sua intrinseca natura informe, liquido ed impenetrabile. Graffiare il presente presenta al visitatore una selezione di lavori di particolare intensità, realizzati nel corso del 2018 e che incarnano la sfida che ciascun artista, ogni giorno, vive rispetto il proprio tempo e la propria condizione esistenziale.


La mostra muove dall’idea che vi siano opere che hanno nelle loro ragioni programmatiche più profonde il desiderio di dare degli strumenti interpretativi, di carattere critico e militante, per interpretare la realtà che ci circonda, per arginarla o agire in essa, in opposizione all’idea rassicurante ma sterile di suggerire allo spettatore un luogo defilato al riparo dalle contaminazioni del mondo. A partire da questa necessità di insinuarsi attivamente nel nostro tempo, Graffiare il presente propone solo opere realizzate dagli artisti durante l’ultimo anno, che mirano ad essere mattoni in grado di reggere il proprio e l’altrui peso, capaci di lottare per non scivolare nell’indistinto che fagocita ogni cosa in un tempo brevissimo. Tali lavori sono così strumenti di pensiero, tesi e teoremi – sia visivi che filosofici – in grado di sostenere la suggestione dell’utopia, l’ambizione a significare e il proposito di resistere alle tensioni del tempo futuro.


Inoltre la mostra ha nei suoi intenti verificare come la scelta e la pratica del medium pittorico vada ben oltre la sua supposta autoreferenzialità, le cure rivolte esclusivamente agli aspetti linguistico-stilistici o un’improduttiva forma di intimismo espressivo. I lavori di particolare intensità di Graffiare il presente mirano a dimostrare come, per una generazione di artisti, la pratica pittorica nasca da esigenze di perseguimento di obbiettivi intellettuali significativi, come missione estetica, esistenziale o politica. Rifuggendo in ogni modo l’assertiva e rappacificante ripetizione della propria identità, il rassicurante ed inconcludente esercizio dell’arte come decorazione o didascalica addizione al mondo, la mostra rappresenta un tentativo anarchico di cogliere significativi sforzi a resistere e a non dissolversi nella rapida mollezza della contemporaneità.


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Le opere degli artisti

Daniele Capra e Giuseppe Frangi



Paola Angelini

L’opera di Paola Angelini è incentrata su un’intensa figurazione costruita con un uso strabordante del colore, una bidimensionalità spinta dei soggetti – spesso isolati rispetto ai piani prospettici o allo sfondo – ed uno stile poliedrico e mai fermo su se stesso. L’artista infatti tende ad appropriarsi di modalità esecutive differenti a seconda non solo del tema scelto, ma anche secondo i dettami di un continuo cambio di prospettiva personale, dovuto al ricorrente esercizio del dubbio, che ne fanno una personalità, pittoricamente, in fluida ed inesausta evoluzione.
È frequente, nei suoi lavori, la presenza umana e dell’elemento vegetale, sia come semplice pianta o fiore, che nella forma più estensiva di albero e bosco. Molte delle sue opere sono caratterizzate dalla stratificazione di differenti episodi figurativi che si sovrappongono al soggetto principale, spesso senza una relazione apparente, se non quella di genere strettamente compositivo o immaginifico. Inoltre si notano spesso segni, disegni e stilemi di carattere grafico, nella forma di pennellate sintetiche. Devianti e spiazzanti, queste paiono ai nostri occhi come dei sorprendenti tatuaggi visivi, che si sovrappongono alla pelle – colorata, ribollente ed anarchica – della superficie pittorica.

Mirko Baricchi

La pittura di Mirko Baricchi si è evoluta progressivamente negli anni dalla figurazione verso una pratica più libera ed aniconica, caratterizzata da una grande attenzione rivolta agli aspetti del colore e a quelli della forma. Benché permangano degli episodi – appena abbozzati – di elementi figurativi, la sua attenzione è principalmente focalizzata sul processo esecutivo dell’opera. Nella sua pratica è infatti centrale il lavoro fisico e la modalità generativa entro cui l’opera prende forma, aspetto che avviene in una sorta di performance, che, rispetto alla concatenazione delle azioni svolte dell’artista, assume anche una funzione esplorativa. Per Baricchi l’opera è cioè un tentativo, esattamente come quello messo in atto da un atleta che pratica il salto con l’asta: c’è un muro, simbolico, da oltrepassare, e si procede con prove finché quel livello non lo si è archiviato.
Le opere della serie Selva nascono dalla rapida ripetizione di pennellate e parziali asportazioni di colore – con le dita, i pennelli o dei canovacci – prima che esso si asciughi: il lavoro prende forma così grazie a gesti pittorici di carattere opposto. Il titolo è un rimando all’universo del bosco, all’intreccio di segni, al ricordo di quei micro-paesaggi che stanno nella memoria sia dell’artista che di colui che guarda.

Paolo Bini

Una saracinesca è calata sul mondo de tra un listello e l’altro lascia intravvedere il bagliore di un orizzonte perduto. L’opera di Paolo Bini, che si sviluppa in verticale come se fosse una vera finestra, in realtà gioca su un’ambiguità che crea un’attesa in chi sta guardando. Cosa c’è al di là? E l’effetto saracinesca creato dai nastri tesi sulla tela è quello di un nascondere o di un lasciar trapelare? La pittura di Bini vive abitualmente di uno splendore che si impone senza intercapedini. La scansione geometrica delle linee giustapposte accende tensioni cromatiche destinate ad abbagliare lo sguardo. Con Sentiero di Eden invece Bini fa i conti con una griglia che ingabbia e oscura il libero distendersi delle tracce colorate. La sua è una pittura che trova in se stessa la sua ragion d’essere, erede in questo della grande tradizione della pittura analitica italiana. Ma pur nella sua neutralità rispetto al reale, Bini proietta sulle tele sensazioni generate da una sorta di luminoso accecamento che il reale produce sulla sua retina. Con Sentiero di Eden quell’accecamento risulta quasi dolorosamente impedito. Anche ciò che filtra basta ad accendere una potente nostalgia.

Lorenza Boisi

Le opere pittoriche di Lorenza Boisi sono caratterizzate da una particolare verve coloristica, da pennellate vibranti e da un serrato ritmo visivo che prende forma grazie ai vividi accostamenti cromatici. La figura umana, il paesaggio e gli elementi vegetali sono i soggetti più ricorrenti, che sono delineati grazie ad un disegno nervoso ed una pittura sintetica, caratterizzata dall’impiego di colori antinaturalistici distribuiti sulla tela a zone, talvolta a macchie, sovente lasciando trasparire la superficie sottostante.
In Endymion Boisi rilegge la storia di Endimione, personaggio della mitologia greca cui Zeus concede di sostituire la morte con un sonno eterno in maniera che egli possa preservare la propria giovanile bellezza, su supplica della dea Diana, di lui innamorata. L’artista lo rappresenta nel paesaggio (secondo i dettami della tradizione che si diffonde a partire dal Rinascimento), ma da solo, appoggiato con la schiena ad una roccia, con gli occhi socchiusi e in un’atmosfera sognante, mentre legge l’omonimo poema di John Keats, che narra proprio la sua storia. È un riferimento incrociato alla vicenda del personaggio mitologico ed insieme un evidente anacronismo temporale, che spetta all’osservatore ricomporre, o di re-immaginare in una storia ulteriore.

Thomas Braida

L’opera di Thomas Braida si sviluppa a partire da una fantasia iperbolica, da un eclettico poli-stilismo e dall’ironia, che frequentemente è testimoniata anche dal titolo. I suoi dipinti sono popolati da animali e personaggi borderline dediti ad attività di difficile comprensione, con spesso micro-episodi narrativi che sfiorano l’assurdo. Il titolo è impiegato come supporto al racconto, poiché spiega ciò che è rappresentato (essendone talvolta un contrappunto), definisce il contesto in cui l’opera è stata realizzata o, spesso, tratteggia in forma sintetica dei fatti di vita personale dell’artista. In Braida la pratica artistica è infatti costantemente mescolata alle vicende individuali, alla condivisione di spazi ed istanze esistenziali con una comunità di colleghi artisti ed amici.
Voglia di mare raffigura due ragazze che rivolgono la schiena all’osservatore e hanno sulle natiche e sulle gambe delle onde che sono state probabilmente dipinte in un’azione di body painting. La situazione, il contesto del paesaggio boschivo, paiono improbabili, come pure il misterioso animale (un furetto o un gatto senza gambe?) che cala dall’alto e contribuisce a costruire una situazione bizzarra in cui davvero tutto è fuori posto.

Alessandro Calabrese

La presenza di un artista che lavora con mezzi tecnici come scanner e fotografia è un fuori campo che ha una sua ragion d’essere nella natura profondamente pittorica delle sue immagini. Calabrese nei suoi lavori più che inseguire la pittura sembra mettersi in fuga per sperimentare stati futuri della pittura stessa. The Long Thing: Re-assembling Images è un’opera presentata alla Fiera di Amsterdam quest’anno. Si tratta di un lavoro nato da un processo partecipativo: a visitatori, colleghi e altre figure legate al mondo dell’arte, Calabrese ha chiesto di donare una foto contenuta nel cellulare e quindi di eliminarla. Le foto arrivate sono state quindi stampate e inserite in un apparecchio che distrugge i documenti. I frammenti di carta sono stati messi via via su uno scanner piano e l’artista con i suoi interventi ha disturbato le immagini in fase di scansione. L’esito è quello che abbiamo sotto gli occhi. Immagini che registrano una sorta di perturbazione psichica, come fattore che accomuna le biografie di chi, attraverso la propria immagine, è confluito nell’opera. Biografie convocate a condividere una situazione che la pulizia visiva di un artista come Calabrese rende fattore comune.

Linda Carrara

È l’azione stessa di dipingere il soggetto della pittura di Linda Carrara, che fa della figurazione uno strumento per interrogare l’osservatore rispetto la realtà e le aspettative di trovarne traccia sulla tela. La sua pratica mira, attraverso un ripensamento del processo pittorico, a riesaminare/rinegoziare gli stereotipi consolidati nelle dinamiche di rappresentazione, che, contrariamente a quanto si potrebbe a prima vista immaginare, per Carrara non sono assiomi indiscutibili. Le sue opere descrivono in modo non ortodosso piccole porzioni di realtà, con la quale spesso le superfici interagiscono direttamente e in forma non mediata dal gesto pittorico, quasi fossero dei calchi concettuali capaci di riportare (rappresentare?) l’elemento originale in forma bidimensionale.
È il caso di Frottage #1, realizzato disponendo la tela sul pavimento e distribuendo sulla superficie il colore affinché saturasse ogni interstizio tra i fili della trama. I segni di discontinuità delle mattonelle sono così diventati il soggetto inconsapevole dell’opera. Su questi l’artista è intervenuta dipingendo in forma iperrealistica due pezzi di nastro adesivo di carta, simile a quello impiegato nel processo di realizzazione, de quale è, in ultima istanza, una nascosta traccia allusiva.

Nebojša Despotović

Il lavoro di Nebojša Despotović nasce da una matrice figurativa e si è sviluppato progressivamente, incamerando sulla tela modalità gestuali e mascheramenti dell’immagine, alla ricerca del limite tra gli elementi riconoscibili e la loro dissoluzione nel puro evento pittorico. Le sue opere sono caratterizzate dalla presenza di un disegno scarno e dall’utilizzo di colori piatti e densi, con una prevalenza di tinte scure che portano ad una intensa concentrazione dello sguardo e a rivelare la profonda complessità psicologica dei soggetti rappresentati.
Zum blauen Stern è un ritratto della propria famiglia (con i propri genitori, moglie e le due figlie) in cui si avvertono delle istanze primitiviste e la figura umana sembra liquefarsi nell’ambiente domestico. Il soggetto umano, frequentemente nella forma del ritratto, è uno delle modalità esecutive più impiegate dall’artista. Non si tratta però di rappresentazioni mirate al riconoscimento fisiognomico della persona, quanto invece di ruvidi prelevamenti tra gli abissi insondabili della mente, tra sottili lame di luce e le asprezze degli elementi inconsci.

Matteo Fato

Per l’artista abruzzese la pittura è una pratica intrinsecamente implicata dai richiami lanciati dall’attualità, di cui ha però una concezione carsica dell’attualità, in cui spezzoni di passato possono venire a galla per rivelare profondi nessi con il presente. Matteo Fato lavora sui livelli profondi dell’attualità, come in quest’opera realizzata appositamente per Graffiare il presente. Il protagonista è un personaggio misterioso e insieme iconico della storia del 900, il fisico Ettore Majorana, misteriosamente scomparso nel 1938. Il titolo prende spunto da una delle più importanti (e quasi unica) pubblicazioni di Majorana, Teoria simmetrica dell’elettrone e del positrone, del 1937.
L’approccio di Fato al geniale scienziato è mediato dalla lettura di un recente libro di Giorgio Agamben. Secondo il filosofo veneziano Majorana aveva intuito come nella fisica quantica la realtà si dissolvesse nella probabilità. Quindi, scomparendo, lui stesso sarebbe entrato in questo orizzonte probabilistico ipotizzato dalla fisica contemporanea. Fato lavorando sulla figura di Majorana e in particolare sul suo volto è come se avesse posto alla pittura stessa la domanda di fondo su cosa sia la realtà. Una domanda che resta ancora senza risposta. La pittura perciò riprende con umiltà, passione ed onestà intellettuale il filo del discorso, ripartendo proprio dal volto di chi aveva posto la questione in termini tanto spiazzanti.

Agostino Iacurci

Agostino Iacurci è noto per essere autore di grandi e affascinanti wall painting pubblici nelle città di ogni angolo del mondo. Ha un repertorio visivo inconfondibile, che si impone per la sintesi delle forme e per la brillantezza dei colori. Iacurci, in parallelo all’attività di street artist, ha sempre tenuto vivo il lavoro da studio, con opere contrassegnate da una stessa pulizia stilistica e “popolate” dall’identico immaginario dei suoi lavori pubblici. Lo stile di Iacurci è regolato da una sincerità espressiva che porta tutto in superficie. Talvolta il contenuto sembra passare in secondo piano per la natura decorativa del suo segno e delle sue composizioni, mentre invece il processo di semplificazione, che egli ogni volta opera, accoglie un fattore straniante in grado di innescare suggestioni e di suggerire visioni del mondo. Come accade in questi due Busti, dove il profilo classico e celebrativo proposto con ironia è chiamato a fare inaspettatamente i conti con l’elemento della pelle nera. Un tocco leggero che apre una breccia sul presente.

Andrea Kvas

Il lavoro di Andrea Kvas è mirato a liberare la pittura dalle costrizioni bidimensionali e dalle sue istanze emotive, trasformando la sua pratica in una continua e spiazzante sfida ad estendere il suo campo di applicazione verso ogni possibile superficie e supporto. Per l’artista la pittura è un’azione processuale che altera la natura di ciò che è visibile, a partire dal suo colore, dalla lucentezza o dalla sua consistenza, e manifesta, in ultima istanza, il desiderio di cambiare l’epidermide degli elementi e degli oggetti che costituiscono la realtà. Abbia essa la forma di una tenda, del legno, di un pezzo di muratura o della tela, per Kvas la pittura è spazio del possibile, gioco intellettuale ad essere diverso da ciò che sembra e, sopra ogni cosa, possibile metamorfosi.
I lavori Senza titolo in mostra sono stati realizzati combinando materiali differenti e danno la sensazione di superfici intaccate da fenomeni organici e agenti chimici che sfuggono alla normale classificazione. Sono una sfida ad abbandonare la posizione statica dello spettatore per guardare l’opera da più punti di vista, nella sua semplice e più pura essenza visibile.

Francesca Longhini

La pratica artistica di Francesca Longhini si sviluppa a partire da una grande sensibilità per i materiali e le loro proprietà fisiche e simboliche, maturata nella pratica della scultura. I suoi lavori bidimensionali nascono da un approccio minimalista e geometrizzante in cui non sono estranei riferimenti alle avanguardie del Novecento, in particolare di matrice astratta e suprematista, e, nella lirica leggerezza del disegno, al lavoro di autori come Fausto Melotti e Alexander Calder. L’artista impiega frequentemente la tela grezza, su cui dipinge delle forme bidimensionali a tinte piatte, quali rettangoli e quadrati, o pone delle lamine di materiale prezioso (come oro e argento). Tali poligoni vengono poi messi in relazione grazie ad un sistema ordinato e razionale di linee, come fossero dei diagrammi di flusso che costituiscono un sistema aperto di relazioni.
Gli ultimi lavori, come The sleeper who wants to be awakened is dreaming lions, sono invece caratterizzati da una grande libertà compositiva e da forme complesse, che alternano curve sinuose ad aree realizzate con linee spezzate. Ai semplici colori viene affiancato l’impiego della foglia d’oro, d’argento e di rame, e il colore marmorizzato, come se la superficie del dipinto si fosse trasformata, sotto le sue mani, in un intarsio continuamente cangiante.

Tiziano Martini

Il lavoro di Tiziano Martini è basato su una pratica pittorica processuale in cui è fondamentale la fase esecutiva dell’opera. L’artista, infatti, agisce sulla superficie dell’opera distaccando il colore parzialmente asciutto, che prima ha distribuito sulla tela grazie all’impiego di un supporto monotipico, con un’azione di strappo (in parte casuale, in parte controllata) che frantuma e lacera lo strato cromatico più esterno. Il gesto viene reiterato più volte fino al raggiungimento della composizione desiderata, ossia quando il quadro non abbisogna più di niente ed è concluso, poiché ogni altra azione porterebbe ad una perdita di energia visiva, ad un peggioramento del suo status. Tale processo porta alla creazione di trame e grumi di colore dotati di piccoli rilievi di carattere fortemente scultoreo/materico che spingono l’osservatore a moltiplicare i punti di vista nel tentativo di ricomporre lo sguardo in forma unitaria.
Il Brian Eno del black metal è realizzato intervenendo con i colori su una limitata porzione di tela, mentre la maggior parte del lino è lasciata grezza e permette di immaginare, grazie a piccole macchie e allo sporco presenti, alcuni dei passaggi esecutivi dell’opera nello studio dell’artista.

Isabella Nazzarri

Sul fondo scabroso e screpolato della tela dipinta ad acrilico si scatena un inseguimento di elementi fluidi (il titolo dell’opera è Gli elementi si rincorrono), che sembrano appartenere ad un altro regno. Durezza contro liquidità. Ma anche vecchio contro nuovo. Nella tela di Isabella Nazzarri, pur segnata da quella temperatura lirica che contraddistingue i suoi lavori, pittura o installazioni che siano, si consuma un silenzioso conflitto. È appunto il nuovo, che cerca uno spazio libero nel quale emergere e nel quale stabilire un altro possibile ordine, pieno di respiro e di movimento. Isabella è un’artista che dietro la leggerezza di tante sue immagini nasconde invece una grande solidità di pensiero, che si traduce anche in determinazione e coerenza nelle scelte tecniche messe in campo. La sua arte è un’esperienza giocata continuamente tra le due polarità di rigore e libertà; di disciplina compilatoria e di visioni che determinano ogni volta un’improvvisa accelerazione. Da qui la tensione poetica che contraddistingue le sue immagini, capaci di conciliare le dimensioni per lei imprescindibili dell’equilibrio e del movimento.

Marco Pariani

L’onda lunga dell’espressionismo astratto americano non ha ancora esaurito la sua spinta. Marco Pariani è esponente di questa nuova generazione di artisti che, soprattutto oltreoceano, hanno riscoperto la pittura per la sua energia aggressiva, capace di scalfire e di dinamitare ogni status quo visivo. Non è un caso che dalla nativa Busto Arsizio da qualche anno si sia spostato a Brooklyn, dove oggi ha lo studio. La sua pittura emerge per strati, attraverso processi rigorosi e sofisticati, dove trova spazio anche la casualità del colore versato sulla tela. La spinta di una pittura gestuale deve infatti fare sempre i conti con uno spazio definito e compresso che lascia un’area libera ai margini della tela. Per quanto senza soggetto, le opere di Pariani nei titoli evidenziano un antagonismo polemico, ironico e a volte anche rabbioso rispetto alle tante mode imposte alla vita di oggi, come testimonia il titolo della tela Perfect body. Non c’è evidentemente nessuna corrispondenza letterale tra titolo e opera, ma la carica destabilizzante della pittura evoca un vasto orizzonte di più grande e possibile libertà.

Nazzarena Poli Maramotti

La pittura di Nazzarena Poli Maramotti sonda in maniera fluida, sensuale e viscerale il limite tra la figurazione e il gesto pittorico, le cui rispettive forze si rincorrono sulla tela mettendo l’osservatore in una condizione di incertezza e sospensione di giudizio. L’artista scompone il soggetto in grandi, sintetiche pennellate e aree di colore, agendo in maniera tale da sottrarre dettagli ed elementi che conducono troppo direttamente alla realtà. In questo modo Poli Maramotti fa parlare la pittura silenziando l’invadenza del mondo e risolvendo la questione della mimesi in chiave libera, aperta e polisemica. Ecco così degli alberi e degli arbusti sconfinare in zone cromatiche, una rosa diventare una macchia omogenea di colore che la rende irriconoscibile diventando pura pittura.
Roma è un paesaggio caratterizzato dalla presenza dell’acqua, quasi un ritaglio di una vista più ampia di elementi naturali, che si sviluppa con una costruzione simmetrica ed una limitata palette di colori. La vegetazione è resa in maniera concisa, i riflessi sullo specchio d’acqua sono aerei ed ondivaghi, come un ricordo annebbiato nella memoria che tarda a manifestarsi nel nostro pensiero.

Alessandro Roma

C’è una parola che incarna meglio di ogni altra la pittura di Alessandro Roma: è la parola vertigine. Roma viene da una ricerca che negli anni lo ha portato a raffinare sempre di più una percezione del mondo liberata dal senso di gravità, di peso, proprio delle cose. La leggerezza via via conquistata lo ha portato anche a sperimentare supporti nuovi, liberati dalla rigidità del telaio, come accade per Forms in transition l’opera portata a Casa Testori e che è stata esposta alla personale al Mic di Faenza. È l’aria che determina le forme e che fa muovere il disegno sulla tela, come il vento fa con le foglie. In questo suo percorso Roma intercetta anche il senso di caducità, senza alterare il profilo sereno della sua pittura: usando la candeggina scolora parte della tela dipinta, e in questo modo lascia un alone quasi sindonico. È un’opera che interloquisce con il presente con discrezione: si offre come una tenda che protegge lo sguardo dalla vista delle rovine.

Nicola Samorì

La pittura per Nicola Samorì è un sofisticato rituale di recupero e scomposizione di immagini del passato. Il senso di questa operazione è sempre quella di portare allo scoperto quel nervo che è stato anestetizzato dalla patina del tempo. In mostra Samorì presenta due opere realizzate su onice, materiale a cui si lega la memoria di preziosi manufatti del passato. Le immagini dipinte sulla pietra sono una ripresa di un’Assunzione di Tiziano, conservata nel Duomo di Verona, e di un Sogno di Giacobbe di Ribera, conservato invece al Prado. Samorì usa i difetti dell’onice, caricandoli di una funzione strategica nella composizione, in particolare nell’Assunzione in cui il foro della parte superiore (creatosi naturalmente nel processo di evoluzione della pietra) coincide con lo spazio in cui avrebbe dovuto esserci la figura di Maria. Il buco è una cavità che inghiotte il cuore dell’opera, riaccendendo di tensione e di inquietudine un’immagine per la quale si avevano solo sguardi scontati. In questo modo la pittura riscopre una sua vocazione destabilizzante: riflettendo sulla propria transitorietà si offre come interlocutrice preziosa e affidabile per gli sguardi feriti del nostro tempo.

Alessandro Scarabello

Il lavoro di Alessandro Scarabello sviluppa in maniera poliedrica alcuni stimoli figurativi, che sono andati negli anni progressivamente a diluirsi, a favore di una sensibilità più surreale e ad un approccio talvolta gestuale, cui non sono estranee delle istanze meta-pittoriche. Nella costruzione dell’immagine l’artista agisce frequentemente per mascheramento/sottrazione degli elementi visivi: nelle sue tele è ricorrente sia la presenza umana, appena delineata con una pittura sintetica, che situazioni ambientali nelle quali, grazie alla costruzione della scena, se ne avverte psicologicamente la mancanza. Scarabello opera infatti rimuovendo alcuni dettagli che svolgono un fondamentale ruolo descrittivo o narrativo, in modo da conferire alla scena un senso di sospensione e tensione emotiva.
Le opere della serie Phoenix mostrano situazioni indecifrabili, come un tavolo apparecchiato in attesa di essere utilizzato, un pezzo di pavimento su cui si legge l’ombra si un oggetto incomprensibile, una figura misteriosa che si nasconde dietro ad un poligono. Non c’è tra gli elementi visivi alcuna logica razionale, e spetta all’osservatore tentare di sciogliere/ricomporre l’enigma. Solo se possibile.

Caterina Silva

«Il mio lavoro parte sempre da una distruzione», dice di sé Caterina Silva. La sua ricerca si muove in direzione di una pittura che conserva sempre una valenza performativa. La scelta del supporto instabile diventa quindi come un prolungamento del gesto che ha fatto essere l’opera: le forme si agitano, dentro un’immagine che non trova assestamento. La pittura di Caterina Silva sembra generarsi sul tessuto per un processo di emersione, che cresce su se stesso, e che l’artista suscita solo con la forza di irradiazione delle sue visioni. Portrait of landscape è un titolo che suggerisce un’idea di oggettività, di resoconto visivo di un contesto nei suoi termini reali. L’oggettività però è da intendersi come qualcosa che va oltre il piano della fedeltà esteriore e in questo senso va inteso il lavoro di “distruzione” evocato dall’artista. È un lavoro di scandaglio fatto nel sottosuolo, che lascia affiorare sul piano della pittura la realtà che sta sotto la realtà, con il suo portato di incertezza e di turbamento.

Aleksander Velišček

La pittura di Velišček non è mai in debito di sincerità. È pittura dichiarativa, che trova energia nell’esporsi sul mondo, nell’elaborare sguardi che si mettono di traverso rispetto al pensiero dominante. La sua forza e il suo fascino stanno in questa esplicitezza che lo porta ogni volta a essere diretto, negli amori come nelle antipatie. È un artista che per natura è sempre portato a graffiare il presente o ad affrontarlo cavalcando la verità di personaggi fuori moda. In questo caso Velišček ha lavorato attorno ad una delle presenze che stanno segnando il nostro tempo, quella del presidente americano Donald Trump. Di Trump ha colto il tratto somatico più emblematico, quello che fissa la sua identità: la capigliatura. Quel dettaglio, replicato nella sua arrogante improbabilità, assume la forza non più di un simbolo, ma di una zavorra che grava sul tempo che viviamo. C’è ironia nella reiterazione quasi fumettistica dell’opera di Velišček, ma anche una coscienza dolorosa e poetica di un destino che forse vorremmo fosse diverso.


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