Bruno Kladar
Tout vient du fond et y retourne

Venice (I), Spazio Thetis
June-Agoust 2010

La pittura che scompare tra i coriandoli

Daniele Capra




Il lavoro di Bruno Kladar è nel contempo vicinissimo e lontanissimo dalla pratica che comunemente chiamiamo pittura, benché inevitabilmente si possa collocare nel sentiero che quest’ultima ha aperto nell’ultimo decennio. In particolare la sua opera è figlia di quell’approccio multisensoriale e multidisciplinare segnalato da Barry Schwabsky nel saggio introduttivo di Vitamin P [1]: si tratta cioè di una pittura complessa, che raccoglie gli stimoli – e le macerie – della propria storia, ma anche altre abitudini e modalità completamente estranee, come l’aspetto concettuale e processuale. La pittura dell’artista francese è cioè una disciplina ibrida, che, dopo aver fatto i conti con la tradizione, ha maturato la necessità di approcci trasversali, che consentono di mantenere acceso e vivo il fuoco che la anima.

Le opere di Kladar sono realizzate raccogliendo i brandelli di altra pittura – di altre tele – sedimentati nel pavimento del proprio studio, dopo esser stati ritagliati e ridotti ai minimi termini in forme semplici, per lo più geometriche. L’artista agisce cioè smembrando la tela in piccoli pezzi, che, in questa nuova veste, vengono purificati dal loro ruolo tradizionale di essere superficie su cui viene distribuito pigmento o altro materiale. In questo modo viene ignorata la loro funzione (indipendentemente dal fatto di essere rappresentazione figurativa o immagine aniconica) per essere ridotti al grado minimo di senso, allo stato di semplici combinazioni: l’artista mette cioè in atto un processo di azzeramento e di scomposizione, senza però cancellare gli elementi che precedentemente senso costruivano.

Kladar agisce infatti come un poeta che nella vita precedente è stato un romanziere, ed improvvisamente impazzisce scegliendo di ritagliare con la forbice pagine e pagine di romanzi già scritti, con trame e personaggi che hanno già ricevuto un’identità compiuta, per utilizzarne semplicemente le sillabe. La sua pars destruens è così uno smembramento verbale, simile al processo del cadavre exquis utilizzato dai dadaisti, benché il suo, più che un acuto gioco intellettuale, sia invece una lancinante necessità operativa. Al contrario la pars construens è molto più libera ed emotivamente creativa, poiché le possibilità combinatorie permettono all’artista di generare haiku ogni volta differenti. Come scrive Lyotard, «L’artista o lo scrittore postmoderno è nella stella posizione di un filosofo: il testo che scrive o l’opera che realizza non sono per principio governati da regole prestabilite, e non possono essere valutate con un determinato giudizio facendo ricorso alle categorie consuete con cui si valutano il testo o l’opera. Quelle regole e quelle categorie sono infatti ciò che l’opera stessa sta ricercando. In questo modo l’artista e lo scrittore stanno lavorando senza regole per formulare le stesse regole di ciò che sarà stato fatto» [2]. Così, mischiando i mattoni ricavati dall’abbattimento di un enorme palazzo Kladar costruisce in questo modo tanti piccoli edifici differenti, una sorta di micro-città in cui vige un nuovo ordine euritmico, che è insieme intimo e cosmico.

In questo modo Kladar mette in scena una pittura che smette di essere sé stessa per diventare qualcosa vicino all’installazione, senza alcun orpello, ma, soprattutto, senza telaio e senza cornice. La condizione delle sue opere è l’esito postmoderno dell’eterogenesi dei fini che è scritto nel codice genetico della pittura: nati per esserlo, quei lavori diventano nella loro vita qualcos’altro. È l’artista a controllare le modalità, le trasformazioni, dopo che il tempo ed il caso hanno allungato la loro ombra sul pavimento da cui i brandelli vengono raccolti. E l’azione casuale ed inesorabile del tempo è fondamentale poiché tutto avvenga con calma, lasciando che i ritagli si sedimentino e si stratifichino: parafrasando Wordsworth potremmo dire che la pittura è fatta di brandelli «messi insieme in tranquillità» [3].

Fragili solo come un pezzo di pittura snaturata e tagliata può essere, le opere di Kladar sono l’esito inatteso di un processo articolato, grazie a cui l’artista riesce a liberare la superficie dall’invadenza della propria natura, del ruolo assegnato e prestabilito dalla tradizione: è l’acquisizione di una nuovo status, di una nuova leggerezza. E sembra quasi di vederle danzare quelle schegge senza peso e senza memoria, che, come tanti coriandoli, brillano sotto i nostri occhi.


[1] B. Schwabsky, Painting in the interrogative mode, in Vitamin P: New Perspectives in Painting, Phaidon Press, London, 2002.
[2] J. F. Lyotard, The Postmodern Condition: A Report on Knowledge, University of Minnesota Press, Minneapolis, 1984, p. 81.
[3] «I have said that poetry is the spontaneous overflow of powerful feelings: it takes its origin from emotion recollected in tranquillity», W. Wordsworth, Preface to Lyrical Ballads, par. XXVI.


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