Elena Monzo
Nidi di nodi

Mantua (I), Galleria Bonelli
September-November 2008

Elena Monzo, Survivor, 2008, mixed media on paper

Ritratto dell’artista in piedi alla fine della vernice

[1]
intervista di Daniele Capra




È necessario che le nuvole fuoriescano dalla cornice.
Frida Kahlo

Dimmi quello che ti piace.



Mi piace mescolare le cose, ricombinarle. Mettere tutto insieme e poi plasmare come fosse del pongo. Mai limitarsi al primo approccio, al primo passaggio. Mi piace ad esempio sovrapporre le matrici, accostare la tradizione a nuovi materiali…

Cioè?



È come nella cucina creativa in cui si sperimentano nuove associazioni tra gli ingredienti per creare nuovi sapori: mi piace usare puntasecca, acquaforte e acquatinta insieme alle lastre di plexiglass. E poi aggiungere a piccole dosi stickers, glitters e trasferelli come se fossero pepe, curcuma o coriandolo.

Sei un artista fusion allora!



Diciamo che mi piace manipolare gli elementi in modo che si sviluppino in ogni direzione. Anche se mixare ingredienti così diversi è comunque un rischio, perché possono nascere dei freaks!



Personalmente, quando guardo il tuo lavoro ho l’impressione che tu stia sempre e solo incidendo…



Beh, mi piace incidere. Incidere un metallo o scavare nella terra sono metafore. Lasciare una traccia o ricordare la storia di una cicatrice è un bisogno umano [2]. Il segno è forte ed istintivo: è nero su bianco. Per questo all’ingresso della galleria [3] ho presentato due lavori gemelli: la matrice di zinco, trattata con acidi e inchiostrata, e la stampa senza inchiostro, bianco su bianco, dove si può vedere solo la battitura, il rilievo. Questo lavoro rappresenta una serie di coppie abbracciate, collegate in un segno unico, in uno dei nodi che dà il titolo alla mostra.

Si ha quasi la sensazione che non ti interessi la realtà, la mimesi col soggetto e tutto il resto. Ma piuttosto sembra intripparti il linguaggio grafico, nel suo valore aniconico e concettuale…



Il segno è ciò che è essenziale, quello che basta. Poi eventualmente si può aggiungere, ma tutto il resto è superfluo. Tutto il resto è colore, tutto il resto è pop!

Ma allora cosa ti manca per fare un salto verso, diciamola così, l’astrazione?



Non lo so! Sento che sto ricercando in una direzione per me nuova, che forse va oltre a quello che per comodità si chiama figurazione. Forse inconsciamente vorrei tornare nella caverna e incidere la grotta, tornare alle origini, avvicinarmi allo stato di natura.

Perché scegli frequentemente soggetti femminili, talvolta con richiami alle pratiche sadomaso o al bondage?



Sinceramente perché le donne sono pantere da marketing ma anche bersagli del fashion. Mi trovo spesso tra le mani riviste femminili. Molto spesso ne strappo delle pagine, poi faccio una cernita delle cose che mi sembrano più interessanti. In realtà è un immaginario a buon mercato sotto gli occhi di tutti, filtrato dalla moda che lo usa per motivi d’immagine e di business.

Quindi è uno stimolo bidimensionale, non parti mai dal vivo…



Assolutamente no, parto sempre da immagini già filtrate e poi violentate con Photoshop. Ma mantengo l’aspetto delle due dimensioni, e probabilmente questo gioco mi porterà prima o poi a confrontarmi con il video e l’animazione. Vorrei provare a far muovere il corpo in quel non-luogo che è il pixel dello schermo.

E la scultura? È una novità, in questa mostra a Mantova!



Si tratta di un’evoluzione di quello che ho sempre fatto bidimensionalmente. Ho colto lo stimolo che mi derivava dallo spazio della galleria. Ne è stata la conseguenza, un completamento, nel tentativo di uscire a conquistare lo spazio.

Da cosa sei partita?



Sono delle calze di venti-trenta metri, i nidi di nodi. Le ho tagliate, riempite di materiale, annodate come budelli e poi ricoperte di resina e lasciate asciugare fino a quando si sono irrigidite. Direi che per me è stata come una vera e propria operazione chirurgica.

Bisturi alla mano?



Sì. Ho sempre pensato che sia fondamentale togliere in modo intelligente piuttosto che continuare ad aggiungere materia e colore per costruire solo castelli colorati. Ho sempre ammirato chi sa comunicare con segni rapidi, con ironia, con freschezza ed interesse ad ogni impercettibile mutazione.

E tu come sei?



Un’esploratrice insoddisfatta. Con il bagaglio di nuovi stimoli mai sazio.


[1] L’intervista è stata registrata nella tarda notte del 29 settembre 2008 dopo l’inaugurazione della personale NidiDiNodiDiBu presso la Galleria Bonelli di Mantova.
[2] Questo pensiero ricorda un passo del diario di Frida Kahlo: “Siamo proprio quel miscuglio di carne e sangue. Niente di più? Siamo questa meraviglia. Uno straordinario corpo in cui si imprimono tutte le ferite, ma in cui solo quelle morali ci sembrano degne di interesse, magnificate perché sondabili, immaginabili, ma impalpabili. Sublimiamo quello che non è percettibile a occhio nudo”. Il diario di Frida Kahlo. Autoritratto Intimo, edizione a cura di Sarah M.Lowe, Arnoldo Mondadori, 1995.
[3] L’artista si riferisce all’allestimento della mostra mantovana.


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