Andrea Morucchio
Back In Black

Venice (I), Ca’ Pesaro, Galleria Internazionale d’Arte Moderna
September-October 2011

Andrea Morucchio, B[æ]D TIME, 2011, glass

B[æ]d Time

Daniele Capra




Il sonno è un piacere indescrivibile per chiunque abbia una vita normale, non devastata dall’insonnia. Andare a letto – felici, eccitati, stanchi o depressi – è il coronamento del lavoro e dei piaceri di una giornata o un modo per riprendersi dai colpi subiti. Sognare, azione che del sonno è fraterna amica (le parole sonno e sogno hanno la stessa radice nella nostra lingua), è poi un’attività celebrale necessaria, una forma particolare di riequilibrio psichico comune a tutti gli animali evoluti. Questi motivi ci inducono a considerare il tempo ed il luogo del sonno come spazi intimi di protezione, in cui sentirsi al sicuro, lontani dalle insidie, anche psicologiche, della nostra vita.

Nell’opera B[æ]d Time Andrea Morucchio ribalta tale concetto e trasforma il giaciglio in un luogo di passione, di cruccio, e di tortura fisica. Il nome dell’opera, che gioca con le parole inglesi «bad» e «bed» («cattivo» e «letto»), mette insieme due aggettivi distanti, in cui il primo nega la piacevolezza del secondo. Nelle sue intenzioni il letto – oltre ad essere sede irrinunciabile di ristoro ed uno dei topoi più analizzati dalla psicanalisi – smette la propria funzione di locus amenus e si scurisce a simbolo di indistricabili grovigli emotivi. Chi si stende è cioè soggetto ad un trattamento non dissimile da quello cui si sottopongono i fachiri, ed evidentemente lo fa a proprio rischio e pericolo. Lo spettatore dell’opera in questo modo si trova attratto per la cura estetica del manufatto (che pare un raffinato oggetto di design), ma avverte un senso di repulsione, immedesimandosi nella (sfortunata) persona stesa su quell’alcova infernale.

B[æ]d Time prende ironicamente le distanze dalla tradizione scultorea occidentale che si è frequentemente preoccupata di rappresentare superfici e solidi morbidi ricorrendo ad un materiale duro e aspro come la pietra ricorrendo ad difficoltosi virtuosismi. L’artista infatti utilizza un materiale come il vetro, che è considerato per eccellenza traslucido, trasparente e cangiante. Il vetro non è in realtà un vero e proprio solido ma è «dal punto di vista chimico, […] un materiale ottenuto tramite la solidificazione di un liquido non accompagnata da cristallizzazione» (Wikipedia, sez. it., aggiornamento 07.2011), come testimoniano l’esperienza comune di guardare attraverso finestre antiche, da cui escono l’immagini deformate di ciò che ci sta davanti. Morucchio sceglie cosi di realizzare con uno dei materiali più tipici di Venezia qualcosa che è il più distante possibile dalla tradizione. Il vetro del letto è infatti nero opaco, senza variazioni iridescenti o sgargianti riflessioni: è cioè l’esatto opposto di quello che solitamente seduce i turisti che affollano la città lagunare. Anche qui l’artista scegli la forma paradossale del sottosopra, cifra da bastian contrario che evidentemente sente propria.

Nel contempo occorre sottolineare come il vetro sia così delicato da potersi rompere, da infrangersi incidentalmente in mille pezzi, per mancata cura, oppure per l’incapacità di reggere uno sforzo. Talvolta però, forse bastano gli incubi di qualche osservatore.


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