Francesco Nonino
Come se la vergogna

Vittorio Veneto (I), Festival Comodamente
September 2010

Davanti e dietro l’obbiettivo

Daniele Capra




Nel suo rifiuto di accettare come definitive le limitazioni che il principio di realtà impone alla libertà e alla felicità, nel suo rifiuto di dimenticare ciò che può essere, sta la funzione critica della fantasia. [1]


Esiste, ed è marcata, la gerarchia tra chi occupa i due lati opposti dell’ottica di una fotocamera. L’obiettivo cioè mette in una relazione di grado il soggetto posto dinnanzi con chi compie lo scatto. Lo stato è molto simile a quello che nel gergo del diritto viene definito soggezione [2], una condizione cioè di mancata indipendenza dovuta al fatto che qualcuno al di sopra può esercitare un diritto, manifestare una volontà non espressamente manifestata dal soggetto principale. Il che, ovviamente, non vuol dire che nella pratica fotografica il soggetto fotografato sia passivo ed inerme. Tutt’altro: avere un obiettivo puntato addosso può ad esempio avere un effetto gratificante e stimolare lati di narcisismo apparentemente sepolti e ben nascosti; o spingere la persona a recitare una parte o un ruolo che non gli è consueto. Se in teoria le parti di chi sta tra i due lati della barricata sono assegnate, evidentemente il potere non è sempre e solo sbilanciato dal lato di colui che compie l’azione centrale – il click metallico o il bip elettronico – poiché la natura della relazione è cioè ogni volta sottoposta alla casualità e a numerosi fattori accidentali.

La distinzione diventa molto sfumata nel caso che il soggetto posto ai due lati opposti sia lo stesso, se cioè non vi è distinzione tra colui che è soggetto e colui che scatta la fotografia. Siamo soliti ridurre questa condizione solo a quella dell’autoritratto, avendo ereditato il genere dalla pratica pittorica e scultorea, ma in realtà nel caso della fotografia tutto ciò è molto più complesso poiché il mezzo rende possibili dinamiche veloci di scambio di ruolo che sono completamente sconosciute ai medium più antichi. È possibile cioè scattare delle foto di sé stessi senza che le immagini siano necessariamente un autoritratto: potremmo considerare l’azione semplicemente come un prelievo di realtà, come una semplice registrazione in cui vi sono delle interferenze di ruolo tra chi sta davanti e chi dietro le ottiche della fotocamera. Banalmente una foto di noi scattata da noi stessi è una foto che nasconde un’interpretazione di più ruoli nella messa in scena rituale della pratica fotografica: è un modus operandi in cui l’io può giocare a cambiare personaggio, ad essere plurimo.

È proprio questo gioco di raddoppiamento e di moltiplicazione dell’identità quello che si è prestato a fare Francesco Nonino con il progetto Come se la vergogna, commissionato all’autore da parte del festival Comodamente per la realizzazione della campagna comunicativa dell’evento. Si tratta però di un gioco ricercato e voluto proprio dal fotografo, al quale era stato richiesto si creare delle immagini in bianco e nero che potessero essere visivamente interessanti ma nel contempo strane, non convenzionali e in grado di far pensare le persone. Con campo libero Nonino ha infatti optato per creare dei set in cui posizionarsi egli stesso come soggetto, benché la cosa non sia sempre evidente; ma chi conosce i tratti fisiognomici del fotografo può ritrovarli senza particolare fatica.

È una sorta di mise en scène, di gioco in cui chi posa recita la parte che egli stesso si è scritto su misura. Le implicazioni psicoanalitiche sono evidenti: ad uno stimolo forte quale è la libertà totale, la reazione è stata la complessità della personalità recitante e lo sviluppo dei ruoli in forma di alterità rispetto al sé. Non sono cioè immagini fedeli o specchi sinceri del fotografo, ma una rappresentazione delle potenzialità dell’uscita del ruolo assegnato in quanto persona. Sarebbe stupido pensare infatti che questi siano autoritratti, essendo essenzialmente delle recite a soggetto, non dissimili a quelle che si concedeva in vecchiaia Giorgio De Chirico, ritraendosi con costumi fuori del tempo. E se lo spiazzamento nel caso del pittore era dovuto ad una serie di slittamenti temporali, potremmo dire bonariamente di amnesie, Nonino invece ha voluto posizionare sé stesso in situazioni marcatamente kafkiane, come testimonia il titolo del progetto (Come se la vergogna) che cita un passo proprio dell’autore ceco.

Sono immagini dal sapore surreale ed inquietante. Le foto infatti hanno un sentore di rebus al limite del possibile, di gusto surrealista. «L’imagination est peut-être sur le point de reprendre ses droits» [3] argomentava André Breton nel primo dei manifesti, e Nonino fa pienamente incetta di libertà chiamando a sé molta di quella necessità di trovare spazi nuovi. Non sapremo mai così il motivo per cui un cervo dorma placidamente tra le lenzuola di un letto in ferro battuto, mentre nella stanza a fianco un uomo calpesta il cuscino. O la ragione per cui qualcuno apre la porta di una soffitta: svuotandosi e mettendo la maschera Nonino sceglie di vestirsi con abiti che non sono apparentemente i propri, ma che gli appartengono come potenziale eversivo. Si tratta cioè di punti interrogativi che si irradiano all’esterno e rilanciano a chi guarda la domanda di chiarezza e comprensione che è una delle necessità di coloro che leggono un’immagine. Nonino fa il dissidente della propria identità costruendo un antiautoritratto e non dà in questo modo risposte, ma rimanda al mittente le domande, deformandole con uno specchio infedele che conduce lo sguardo altrove, deviando da qualsiasi motivazione logico-razionale repressiva.

«What is written about a person or an event is frankly an interpretation, as are handmade visual statements, like paintings and drawings. Photographed images do not seem to be statements about the world so much as a pieces of it miniature of reality that anyone can make or acquire» [4], scriveva Susan Sontag, assegnando alla fotografia un ruolo non dissimile a quello di qualsiasi indagine o perlustrazione dell’esistente. Eppure Come se la vergogna testimonia in realtà una potenzialità in più del mezzo: quello di creare una realtà possibile ma non necessariamente vera, situazioni reali ma non necessariamente vere. Dai due lati della fotocamera, mondo e pensiero, realtà ed interpretazione, possono andare in completo corto circuito.


[1] H. Marcuse, Eros e civiltà, Einaudi, Torino, 1964-2001, p.175.
[2] Wikipedia scrive che «In diritto con il termine soggezione si indica la situazione giuridica soggettiva del soggetto che, pur non essendo gravato da un obbligo a tenere un certo comportamento, deve tuttavia subire gli effetti giuridici dell’esercizio del potere altrui […]. Un esempio di soggezione è quello del minorenne nei confronti dei genitori (o di chi ne fa le veci) che esercitano un potere nel suo interesse».
[3] A. Breton, Manifeste du surréalisme, Éditions du Sagittaire, Parigi, 1924.
[4] S. Sontag, in Plato’s Cave, On Photography, Farrar, Straus and Giroux, New York, 1977, p. 4.


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