Michelangelo Penso
Blue Genetic

Paris (F), Galerie Alberta Pane
September-October 2010

La leggerezza di un mondo che non c’è

Daniele Capra




Capita sempre così: prima o poi il peso delle cose diventa insostenibile, solo che ce ne rendiamo conto tardi, molto più lentamente di quanto dovremmo. Tutto ciò che ci capita di fare ripetutamente nel tempo, anche la più piccola azione o il più semplice dei gesti, non tarda infatti a rivelare e mostrare il fardello che a lungo per leggerezza si era ignorato; anche qualora fossimo stati noi stessi a volere quella cosa, a mettere in scena quello spettacolo e a decretarne l’inizio. Capita così a Tomáš, il protagonista del più celebre romanzo di Milan Kundera [1], il quale, giunto ad un punto di non ritorno della sua esistenza, sceglie di cambiare totalmente direzione, di prendere una strada differente. Una sterzata energica, che permette l’avvio di una nuova vicenda che vede il personaggio in un ruolo prima inaspettato.

È quello che è capitato anche a Michelangelo Penso negli anni scorsi, quando nella sua ricerca è avvenuta una prepotente spinta aniconica o concettuale, che per qualche aspetto può dirsi perfino iconoclasta. Benché ovviamente di immagini l’artista si serva, non c’è in pratica quasi nessuna traccia del suo lavoro passato nella produzione attuale, nessun sentore diretto. Ad un lavoro critico sul patrimonio esistente, sulla riconoscibilità e sulla storia che sta dietro alle immagini (basato comunque sulle dinamiche della rappresentazione), si è progressivamente sostituito un nuovo aspetto creativo, ispirato alla costruzione di un estetica biologica e scientifica. Questo ha permesso all’autore di indagare fenomeni complessi come le serie frattali ed i circuiti genetici, immaginando di realizzarli di prima persona, anche grazie a delle simulazioni elettroniche.

La matematica e la biologia son così entrate nel bagaglio dell’artista diventando punti di partenza da cui sviluppare sculture e strutture tridimensionali, che hanno il ruolo essenzialmente di dispositivi visivi che a quel mondo alludono, non essendone necessariamente la letterale trasposizione. Tanto più perché si deve considerare come spesso lunghe serie di formule siano sostanzialmente già rappresentazioni di realtà chimiche o matematiche: Penso, dopo aver spezzato il meccanismo di rappresentazione che tradizionalmente è insito nelle immagini e nell’idea di mimesys, si è messo alla ricerca di qualcosa che ancora non esiste, che non può essere espresso per interpretazione, ma creato dal nulla.

Ad un’azione ex post, realizzata con modalità manipolatorie e combinatorie sul preesistente patrimonio iconografico, si è così sostituito un lavoro ex ante, di anticipo, di previsione su ciò che ancora non ha alcuna forma. L’indagine però non è mirata a perseguire l’interesse o la piacevolezza retinica, quanto rispettivamente a stabilire connessioni e a sviluppare nuove prospettive. Questo approccio ricorda molto uno dei passi più celebri di Carl Marx: «I filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; ora si tratta però di mutarlo» [2]. È lo stesso battagliero atteggiamento che troviamo nella figura di Penso, il quale, resosi conto di appartenere ad un sistema ormai chiuso ed afasico ed ormai stanco di subire passivamente il sistema delle immagini, ne propone uno nuovo ed alternativo, che ha tutt’altre radici e che conduce radicalmente altrove. E gli effetti sono visibili.

È difficile dire che cosa siano le sue sculture tridimensionali realizzate con nastri in materiale plastico o in gomma, fissate al soffitto e alle pareti con i ganci ad uncino di acciaio che i macellai usano per appendere i quarti sventrati degli animali. Sembrano esoscheletri di strani e spaventosi animali di enormi dimensioni; oppure virus e batteri enormi in grado di annientarci. O forse apparati militari misteriosi o dei modelli di basi spaziali di gusto modernista. Non lo sapremo mai, e cercare corrispondenze con qualcosa che già esiste è solo un gioco da bambini che ci allontana dal centro della questione: sono strutture ordinate che interagiscono con lo spettatore proponendogli un nuovo mondo, una realtà possibile che si nutre di un’estetica nuova. Fatta tabula rasa di un mondo che non lo soddisfa e a cui non crede intimamente più, Michelangelo Penso si fa carico di proporre la propria personale palingenesi in forme pure, nude e crude. Ma in maniera violenta con chi guarda, per opposizione al forzoso nichilismo in cui siamo, per reazione in qualche modo politica al «disincanto del mondo e il suo abbandono alla violenza dell’interpretazione e della storia» [3].

Sono però forme sperimentali, con una spiccata vocazione progettuale, sarebbe scorretto leggerle in altro modo. Sono pezzi di una proposta destrutturata per indirizzarci ad avere esperienze estetiche non omologate e non rassicuranti, mirate non tanto a perseguire lo spiazzamento dello spettatore ma a stimolarne l’attiva partecipazione: chi guarda in qualche modo offre – anche in forma sovversiva – il suo contributo alla costruzione di un mondo diverso. In questa ottica sia i disegni sulle Moleskine che sulle lastre fotosensibili utilizzate per l’offset (supporto che per sua stessa natura è soggetto al cambiamento per l’interazione tra la luce e la superficie trattata chimicamente) hanno la funzione di promemoria e di appunto, simile alle notazioni che ci segniamo su un taccuino o sulla mappa di una città che non conosciamo prima di apprestarci a visitarla. Hanno cioè una funzione topologica propedeutica, perché ci permettono di muoverci più agevolmente in un tessuto urbano che ci sfugge.

Con queste modalità anche le sculture realizzate con differenti tipologie di sostanze chimiche – Penso lavora nel mezzo di uno dei maggiori poli industriali e chimici italiani, nella terraferma veneziana, dove le possibilità di sperimentazione sono molteplici – mettono lo spettatore in una forma di curiosità cinetica, innanzitutto di ordine materiale, e successivamente di natura intellettuale (che cosa sono? che forme hanno? a che servono?). Dopo qualche istante ci si accorge di essere spostati, di salire e di essere traghettati altrove. Ma per godersi il viaggio fino in fondo, forse, la mappa conviene dimenticarsela a casa.


[1] M. Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, Adelphi, 1985.
[2] C. Marx, XI tesi su Feuerbach, Editori Riuniti, 1950, p. 80.
[3] «I am a nihilist. I observe, I accept, I assume the immense process of the destruction of appearances in the service of meaning that is the fundamental fact of the nineteenth century. The true revolution of the nineteenth century, of modernity, is the radical destruction of appearances, the disenchantment of the world and its abandonment to the violence of interpretation and of history». J. Baudrillard, Simulacra and Simulation, University of Michigan Press, 1995, p. 105.


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