Selma Selman
I will buy my freedom when. Trieste Contemporanea Award

Trieste (I), Studio Tommaseo
June – July 2018

Conversation with the artistText

Conversazione con Selma Selman

Daniele Capra



Dato la tua origine Rom suppongo che quasi tutte le conversazione che hai avuto nella tua storia professionale siano cominciate dalla questione della tua identità. Lasciamola da parte per il momento e concentriamoci invece sui tuoi esordi artistici. Hai iniziato a lavorare come una pittrice figurativa e successivamente hai cambiato verso la performance. Per quale motivo questo medium ti è più congeniale?



L’arte mi serve come via di fuga, ma non però per sfuggire dalla realtà concreta della mia identità. Sono una pittrice ma anche una performer ed una appassionata di tecnologie. Comunque ho cominciato in maniera decisa con la pittura e ho dipinto di tutto. È stato un periodo della mia vita meraviglioso seppur pieno di difficoltà. Soffrivo perché non riuscivo a provare piacere nel dipingere: c’era sempre qualcosa che mancava. Ricordo che nel 2014, quando mi sono diplomata in pittura all’Accademia di Banja Luka, il mio professore Veso Sovlj venne da me mentre stavo lavorando ad un autoritratto in forma di Gipsy Olympia e mi disse: “Selma, comincia a dipingere!”.

Si era reso conto che stavi allontanandoti dalla pittura. Che è poi una pratica basata su un forte vincolo nel giorno dopo giorno…



Il mio insegnante non era una che parlasse molto, ma proprio grazie ai sui silenzi e alle poche parole dava dei consigli in modo diretto, anche se diplomatico. Però non mi sono mossa dalla pratica della pittura inconsapevolmente: non volevo essere legata ad un solo mezzo espressivo per tutta la mia vita, ma piuttosto essere in grado di impiegare media differenti per idee differenti. A mio modo di vedere la performance è uno spazio personale in cui poter esplorare compiutamente le estreme profondità della sofferenza, della paura e dell’amore.

Sono un po’ sorpreso di questo. Ho visto tutta la documentazione video delle tue performance su internet e ho assistito di perso a Superposition a Trieste Contemporanea. Mi sono fato l’idea che l’obbiettivo delle tue performance sia la ribellione agli stereotipi e alle aspettative del pubblico attraverso una forma temporale rapida, mentre al contrario la pittura è molto più lenta. Ma la tua concezione della performance è basata principalmente sulle tue emozioni e le tue esperienze personali? O piuttosto sul linguaggio del corpo e sul tentativo di creare una relazione con il pubblico? Non pensi che la performance sia un medium caratterizzato da quello che accade al di fuori del corpo del performer, o quanto meno nello spazio tra lui e lo spettatore?



Io vedo la relazione tra l’idea, io stessa ed il pubblico in quattro aspetti. Il primo è il fatto che il mio progetto deve avere una logica che chiunque può mettere in atto. Il secondo punto è riferito a quando io sto performando: in quel momento non penso in alcun modo al pubblico, sono totalmente concentrata sull’idea e sull’azione che sto svolgendo, e su come essa inneschi un cambiamento o reazione nel mio corpo. Il terzo elemento è essere dentro il mio stesso corpo, concentrata nell’eseguire l’idea: è una forma di intimità pubblica, che va condivisa con gli spettatori, e il mio corpo è inevitabilmente influenzato dalle loro reazioni. L’ultimo fattore è il pubblico che, dopo un po’ di tempo, è in grado di percepire la logica attraverso la mia performance, poiché ciascuno può interpretare l’azione attraverso le proprie emozioni. Il pubblico che partecipa non è necessariamente il pubblico che assiste alla performance. Sto costruendo il mio lavoro con il pensiero di pubblico possibile. Il pubblico può essere in grado di impiegare la logica che trasmetto attraverso la performance in un contesto differente.

Non pensi che in questo modo il tuo processo sia troppo concentrato sul lato dello spettatore?



Dopo anni di sperimentazione ho capito che la performance non è esclusivamente l’esito di un approccio individuale all’arte: quello che faccio in forma personale è solo metà del lavoro. Le complesse interazioni tra me e lo spettatore, tra gli stessi spettatori e le energie ineffabili ed intense che si condividono durante l’azione sono elementi fondamentali per costruire una performance. E questo è il motivo per cui la comprensione della logica da parte del pubblico è per me importante, dato che questo potrebbe condizionare un comportamento in una situazione successiva. Di certo non tutti traggono un piacere dalla mia performance, e il pubblico può essere molto rigido o molto emotivo. Capita che la logica che veicolo mi spinga così a vedermi con un punto di vista nuovo, complesso: è da qui che le mie emozioni emergono, dal fatto di mettere in atto modi di pensare che mi spingono ad un cambiamento. Ogni volta in cui finisco una performance mi sento sollevata e sono sicura che il pubblico avverta lo stesso, o quanto meno coloro che si sono lasciati coinvolgere.

Quali sono le idee e i temi che affronti con la tua pratica artistica?



Sono messa alla prova quotidianamente dalla società in cui vivo ed esisto, non ho dei temi specifici da analizzare, poiché essi possono stare ovunque e dovunque. Per essere più precisi io uso l’arte per modellare e comunicare modi di pensare che possano potenzialmente indurre lo spettatore ad un cambiamento. L’arte è uno strumento che ha molte possibilità di essere d’aiuto all’umanità per creare e veicolare possibilità di crescita personale, felicità, nuove idee o semplicemente per dire le cose come stanno in realtà. Questo è poi il motivo il motivo per cui sono interessata a come i desideri e i sogni possano diventare realtà. Questo è per me un modo di comprensione di come gli uomini diano forma e trasferiscano una determinata logica in grado di realizzare nuove aspettative. Proprio con questo in testa sto lavorando ad un progetto per ricreare l’infanzia di mia madre impiegando le tecnologie della realtà virtuali per metterla nella condizione di sperimentare ciò che non ha avuto la possibilità di vivere.

Ma credi davvero che l’arte sia così potente da condizionare o cambiare le vite delle persone o a portarle ad essere coscienti di aspetti prima ignorati? Non mi riferisco al pubblico interessato all’arte o ai temi culturali in genere, che in qualche modo sono aperti ad un coinvolgimento, quanto invece ai fruitori occasionali, solitamente molto distanti dai linguaggi dell’arte contemporanea…



Sì, credo che l’arte sia sufficientemente potente da influire o indurre un cambiamento nella vita delle persone. In molte società, passate, presenti o future, gli esseri umani dipendono ed esistono grazie a strumenti cognitivi collettivi e al comportamento che è veicolato dalla cultura. L’arte è come come la forgia di un fabbro: è uno spazio dove si possono mettere a punto ulteriori modalità cognitive sperimentali da far circolare e impiegare a discrezione.

Parliamo invece ora delle tue origini familiari. Io credo che un artista sia un artista in tutti gli aspetti della sua vita, e penso che la sua provenienza possa essere considerata alla stregua di un materiale da impiegare nella realizzazione dell’opera, che può essere utilizzato o completamente ignorato. Pensi che la tua origine abbia influenzato gli aspetti fondamentali della tua ricerca, come ad esempio il tuo approccio, il linguaggio o gli argomenti che hai affrontato?



Penso a me come una sovrapposizione di strati. Il nocciolo sono io come artista, il secondo livello come essere umano, il terzo come Selma Selman, il quarto come rom, il quinto come Bosniaca e, alla fine, come parte di una realtà più ampia. Da artista considero i livelli semplicemente come una materia prima e uno strumento, o talvolta entrambi. A volte la mia identità rom è il soggetto su cui lavoro, in altre è uno strumento che impiego su temi sociali più ampi. In ogni caso rimango sempre un’artista, le materie prime e gli strumenti cambiano e si evolvono, includendo ulteriori strati di identità o di natura sociale. Ma non rimango che una semplice artista che si crea strumenti e materiali espressivi!

L’identità etnica è però determinata dalle variabili familiari trasmesse dai genitori. Ma anche se sei orgogliosa si essere rom, come artista non credi che dovresti opporti a questo aspetto? Mi riferisco in particolare alle tradizioni, ai ruoli degli uomini e delle donne…



A dire il vero non credo che l’identità etnica sia una condizione trasmessa dalla famiglia, quanto invece una questione di una fortuna geografica. Non penso poi sia fondamentale per le persone rivendicare il proprio orgoglio su base etnica, nazionale o patriottica. Questa tipologia di orgoglio identitario crea nazionalismo, il nazionalismo crea odio e l’odio crea guerra. Penso che le persone debbano essere massimamente orgogliose degli obbiettivi che raggiungono individualmente, socialmente e per il mondo. La mia funzione, come artista, è quella di usare/fare l’arte come uno strumento [di indagine] e di spingere verso un necessario cambiamento.

Qualche giorno fa abbiamo discusso del problema di essere donna nella nostra epoca di una società capitalistica postindustriale. Eravamo entrambi d’accordo sul fatto che il corpo delle donne è controllato dai maschi attraverso dinamiche di soft power, anche grazie all’uso delle nuove tecnologie. Come donna e come artista ti senti impegnata nei temi del femminismo?



Prima di tutto gli uomini sono coloro che proiettano le proprie aspettative sulle donne perché non sanno come controllare il proprio uccello! Io sono una femminista e non sono solamente interessata nel femminismo dal punto di vista intellettuale, ma sono impegnata a cambiare le ridicole aspettative che sono imposte alle donne e, ugualmente, a fornire degli strumenti che possano aiutare le donne ad abbattere le false aspettative che esse stesse si impongono. Il movimento femminista è cambiato negli anni e tutt’ora è in cambiamento, mai come ora quando il tema del genere è affrontato più dal punto di vista delle funzioni. Mi sento di condividere il pensiero di Donna Harraway secondo cui non c’è nulla nell’essere “donna” che sia in sé definito da un determinato insieme di qualità o significati fissi. Aspettative senza senso sono imposte e fatte rispettare alle donne attraverso condizionamenti esterni, che al giorno d’oggi perpetuano situazioni assurde. Nell’era della globalizzazione, dell’industrializzazione e della tecnologia, noi donne dobbiamo ancora combattere per avere il diritto di portare una gonna sopra il ginocchio…

Hai delle utopie da condividere con le altre persone?



Certamente! Utopia è una speranza ed un ideale che ci fa stare vivi nella realtà di tutti i giorni. Le persone ricche sono povere, a dire il vero, poiché la loro fame è maggiore di quella dei poveri. Sono più interessata all’utopia come una sfida alla realtà, ed io faccio arte dall’urgenza della realtà. Il mio slancio utopico è nel non arrendersi per dimostrare che niente è impossibile.


Conversation with Selma Selman

Daniele Capra



Given your Bosnian Roma origins, I imagine that nearly all the conversations you had in your career have started with the question of your identity. Let’s ignore that for the moment and focus our attention on the very start of your career as an artist. You began working as a figurative painter and later you switched to performance. Why? How does this medium meet your needs?



Art serves me as a form of escapism, but not as an escape from the concrete realities of my identity. I am a painter, but I am also a performer as well as a technologist. However, I started firmly as a painter. As a young artist, I painted everything – it was a beautiful but very difficult period of my life. I was suffering because I could not take pleasure in painting – there would always be something missing. I remember that in 2014, when I graduated from the Academy of Painting in Banja Luka, Professor Veso Sovlj came to me while I was painting a self-portrait called Gypsy Olimpija and said: “Selma, start to paint!”.

He realised you were keeping your distance from painting – that is a practice based on a strong bond built up day after by day…



My professor was a man who would never say a lot, but with his silence and few words, he would dispense advice in a direct but diplomatic manner. I did not shift my focus from painting arbitrarily – I never wanted to be confined to a single medium for the entire duration of my life. I wanted to be able to freely use different media in different ideas. For me, performance art was a personal space in which I could satisfactorily explore the extreme depths of pain, fear, and love.

I’m quite surprised by that. I saw all the video documentation of your performances on the internet and I was personally able to see you perform Superposition at Trieste Contemporanea, and I think the focus of your performance is both a physical and visual rebellion against stereotypes and the expectations of the audience through a quick action, instead of through painting which is much slower. Do you think your performance is based mainly on your own emotions and personal experiences, rather than the language of the body or an attempt to create a relationship with the audience? Don’t you think that performance is a medium based on what happens outside the performer, or at least in the space between her/him and the audience?



I see the relationship between the concept, myself and the audience happening in four stages. The first one is that the concept is a logic that anyone can execute. The second aspect is about when I am performing: I’m not thinking about the audience at all, I’m absolutely focused on the concept or that particular action in general, and how that concept is making my body change or react. The third element is being in my own body, focusing on and executing the concept: it is a public intimacy shared with the audience, and my body is affected by the audience’s reactions. The last factor is the audience, which, after a period of time, can perceive the logic of the concept through my performance: they then individually interpret the concept in terms of emotions. The audience participating is not necessarily just the audience attending. I am constructing work with the idea of a possible audience. An audience may be able to use the logics I am transferring in the performance to affect a future situation.

Don’t you think that your process is too heavily focused on the audience side?



Over years of experimentation, I have realized that performance is not simply an individual approach to art – what I do as an individual is one half of the mechanism. The complex interactions between myself and the audience, the audience and themselves, and the ineffable and intense energies that we share during a particular performance are all crucial for constructing an effective piece of performance art. This is why the audience’s understanding of the logic is important to me – because they may be able to affect a possible future situation. I don’t enjoy every one of my performances during the performance, because sometimes they are very hard or emotional. Sometimes the logics I’m channelling force me to see myself from a new or painful points of view. This is where my personal emotions arise – from enacting logics that force me to change. I feel relief and after the performance every time, and I am sure that my audience feels the same – at least those who are letting themselves be a part of it completely.

What are the concepts and topics you want to deal with in your artistic practice?



I’m challenged every day by the society in which I live and exist. I have no specific topic to deal with. As such, my topic exists everywhere and anywhere. To be precise, I use art to shape and transfer logics that can potentially change an audience that is possible but also actually exists. Art as a tool has many possibilities to serve humanity, to craft and transfer possibilities for personal growth, happiness, spreading information or simply speaking the truth. This is also why I am interested in how wishes and dreams become a reality or a virtual reality. With this in mind, I’m currently working on a project to recreate my mother’s lost childhood using virtual reality technology in order for her to experience her own childhood which she never experienced.

Do you really believe that art is so powerful that it can affect and change the lives of people or make them aware of some previously unknown elements? I’m not referring to the viewers interested in art or culture in general, who are willing to be engaged, but to casual bystanders who are not involved in the languages of contemporary art…



Yes, I believe that art is powerful enough to affect and change the lives of people. In many societies – past, present and future – humans depend upon and exist because of the collective cognitive tools and behaviours that are circulated through culture. Art is like a blacksmith’s forge – it’s a place where one can shape more experimental cognitive tools to be circulated in culture for people to use at their discretion.

Now let’s focus on your origins. I think essentially that an artist is an artist in every part of her/his life, and that their origins can be considered as just a kind of raw material which can be employed or forgotten entirely. Do you think your origins affected the core of your artistic research, such as your attitude, your language or the topics you chose?



I think of myself in layers. My core is an artist, I am a human second, Selma Selman third, Roma fourth, Bosnian fifth, and then finally a part of the wider reality. In that regard, as an artist, I consider the other layers simply as material or tools, or sometimes both simultaneously. Sometimes my identity as Roma is the subject I am working on, and sometimes it is a tool with which I work on larger social issues. Regardless, I am always an artist. The raw material and the tools change and develop, which may include more external layers of identity or sociality – but I am always simply an artist forging tools and materials.

Ethnic identity is a given, derived from family. While you’re proud of being Roma, do you think you’re expected to oppose it as an artist? I’m referring to the traditions, the role of men and women…



Well, I do not think that ethnicity is a given by family conditions, I think it is just geographical fortune. I do not think that it is necessary for people to stake all of their pride on their ethnicity, nationality and country alone. This type of identity-based pride creates nationalism, and nationalism creates hate, and hate creates war. I do believe that people should take the utmost pride in what they accomplish individually, socially, and for the world. My role as an artist is to use art as a tool and to create art and changes from necessity.

A few days ago we discussed the problem of being a woman in our post-industrial capitalist society. We agreed that the body of women is controlled by a soft male power, even through the use of technologies. As a woman and as an artist do you feel engaged with the subjects related to feminism?



First of all, men are the ones who are projecting their assumptions on to women because they don’t know how to control their dicks. I’m a feminist and I’m not only interested in feminism as a discourse. I am more focused on changing the ridiculous assumptions that are imposed upon women, and also providing the tools to help women destroy the false assumptions they impose upon themselves. Regarding the feminist movement over the years, it has changed and it is changing, especially today when the topic of gender is focusing more on functional mechanics. Thus, Donna Harraway’s concept that there is nothing about being a “woman” that defines women as a specific set of fixed qualities or meanings. These idiotic assumptions are imposed and enforced upon women through external systems. These external systems perpetuate situations of absurdity today. In the era of globalization, industrialization and technology, we women still have to fight for the right to wear a skirt above the knee…

Do you have a utopia to share with people?



Yes, of course! Utopia is an important ideal and source of hope to keep us alive through the day-to-day reality. The rich people are actually poor because their hunger is greater than the poor. I am more interested in utopia as a chance within reality, and I am making art from the reality of necessities. My utopian spirit is to never give up, and play the game of art with maximum energy in order to demonstrate that anything is always already possible.


You have no idea
Note sulle performance di Selma(n)

Daniele Capra




L’opera di Selma Selman pone, di per se stessa, molte più domande delle risposte che apparentemente suggerisce, sia per l’ampiezza dei temi affrontati che per lo stile poliedrico ed aperto. Le questioni personali che nascono dalla sua provenienza geografica ed etnica (è Bosniaca di nascita, di famiglia rom), dall’essere donna in un mondo ancora fortemente controllato dalla componente maschile e, in misura ulteriore, le problematiche generali derivate dai pregiudizi sulle persone che provengono da contesti economicamente e culturalmente svantaggiati, sono centrali nella sua ricerca. Non si tratta però nel suo caso di un’analisi esclusivamente teorica, che deriva cioè dal prendere coscienza di una condizione complessa, ma di una situazione concreta e reale combattuta appassionatamente in prima persona, perché esperita e subita giorno dopo giorno come una ferita lacera sulla pelle che non smette di bruciare perché mai completamente in grado di rimarginarsi.

Benché la sua pratica artistica sia piuttosto articolata – spaziando dalla pittura al video, dal disegno ad opere di natura più concettuale – è la performance la disciplina che più di tutte risulta funzionale ad analizzare le forme con cui le differenze culturali agiscono sui comportamenti individuali/sociali, dei quali l’artista riesce ad evidenziare le intime contraddizioni e le inquietudini più nascoste. In questo senso You have no idea è esemplare: Selman, vestita con un abito da sera, ripete fino a perdere la voce la frase «You have no idea», con un tono sempre differente, in una sorta di dialogo che non riesce mai ad iniziare con lo spettatore. È un atto di ribellione intima alla lettura (su vari piani: sociale, antropologico, economico, etnico, emotivo o della salute) che uno sconosciuto quale uno spettatore generico può fare di lei o di qualunque altro individuo: Selman mostra violentemente di volersi sottrarre al pre-giudizio, a tutte le impressioni che si possono avere prima di conoscere, prima cioè di interagire direttamente con la persona e di condividere con lei tempo e parole. Ma non è semplicemente un riferimento alla sua condizione personale: in questa azione l’artista evidenzia come in realtà capiti sempre che alle persone e al loro comportamento venga applicato una interpretazione a priori, il che inevitabilmente rafforza preconcetti e stereotipi, i quali a loro volta rassicurano chi li ha e parimenti lo sottraggono dalla responsabilità di elaborare compiutamente un giudizio.

La necessità di protezione dagli altri, l’attenzione a non rientrare nelle aspettative delle (sovra)strutture sociali ed economiche mirate a controllare l’individuo – come la comunità, il capitalismo, la religione, i maschi, il pensiero tradizionalista – sono i temi anche di Superposition, il cui titolo fa riferimento al principio di sovrapposizione che in fisica stabilisce come, in un sistema dinamico lineare, l’effetto di una somma di perturbazioni sia uguale alla somma degli effetti prodotti da ciascuna perturbazione. Vestita con i guantoni da boxe l’artista combatte contro un nemico immaginario, che è insieme l’altro e se stessa, ma che non si materializza mai, quasi fosse un fantasma tenuto nascosto nella testa, nelle coscienza sua e degli spettatori. Con una scansione in riprese simile a quella del pugilato Selman danza e (si)colpisce, urlando continuamente «defend your body», come solitamente fanno gli allenatori di boxe. È una performance molto dura, in cui la carica cinetica del movimento, il rumore dei guantoni, il sudore del corpo che danza e colpisce, agitano emotivamente anche gli spettatori, che sono insieme astanti e, in modo inconsapevole, gli avversari che le hanno assestato i colpi da cui lei stessa ha dovuto proteggersi.

Le questioni della ricerca della propria identità, nei meandri inestricabili che costituiscono la storia personale di ciascun individuo, sono invece il punto di partenza di Self portrait, performance in cui l’artista distrugge con ad un’ascia degli elettrodomestici (essenzialmente aspirapolveri, lavatrici) riducendoli in minimi pezzi. Se da un lato la sua pare una ribellione luddista e femminista a quelli che sono stati tradizionalmente degli strumenti di lavoro femminile nelle case, dall’altro l’opera dichiara senza pudore come la vita della sua famiglia (che si occupa tradizionalmente di rottami) dipenda dal riciclo delle parti metalliche degli elettrodomestici, dall’impiego e dalla distruzione delle merci che sono anche strumenti di controllo e dominio degli uomini e del consumismo capitalista. La performance evidenzia quindi come la realtà sia così complessa da rendere le azioni degli uomini interdipendenti, ben oltre le possibilità di controllo di ciascun individuo. Nel nostro mondo, in forma inconsapevole, mai come ora l’assunto opportunista mors tua vita mea va declinato geograficamente ed antropologicamente a migliaia di chilometri di distanza.


You have no idea
Notes on the performances of Selma(n)

Daniele Capra




Selma Selman’s work raises more questions than the answers it appears to offer, both because of the scope of issues it tackles and for its multifaceted and open style. Central to her artistic research are the issues that arise from her geographical and ethnic origins (she was born in Bosnia, from a Roma family), from her being a woman in a field still prevalently controlled by males, as well as, more generally, from the problems arising from prejudice towards people who come from economically and culturally disadvantaged backgrounds. Hers, however, is not simply theoretical analysis, based on a previous awareness of an issue, but an all-too-real situation she passionately fights with in the first person, experiencing it and being subjected to it on a daily basis, like wounds that constantly sting because they cannot heal.

Although Selman’s artistic production is quite varied, ranging from painting to video, from drawing to more conceptual work, it could be argued that performance is the medium that can best analyse the form in which cultural differences influence individual and social behaviour, highlighting the intrinsic contradictions and the most hidden fears. You have no idea is a good example of this: the artist, dressed in an evening gown repeats “you have no idea” in a different tone each time, until she loses her voice, in a sort of dialogue with the viewer that cannot even begin. It represents an intimate act of rebellion against the reading that a stranger, the generic viewer, can make of her, or of any other person, be it sociological, anthropological, economic, ethnic or emotional. Selman wants to escape prejudice, the pre-formed ideas one can have before actually meeting and having direct interaction with a person, sharing time and words with them. The artist is not the only one in this predicament: this performance highlights how people and their actions are always given an a-priori interpretation that reinforces preconceptions and stereotypes, reassuring the person that has such preconceived notions and allowing them to avoid the responsibility of making a judgement.

The work Superposition explores the need to protect others and the will not to conform to the expectations of social and economic (super)structures that are built to keep individuals in check, such as community, capitalism, religion, male dominance, or traditional thought. The title of the work refers to the physical principle of Superposition, that states that for all linear systems, the net response caused by two or more stimuli is the sum of the responses that would have been caused by each stimulus individually. Wearing boxing gloves, the artist fights an imaginary enemy, which is at once the other and herself. This enemy never materializes, a ghost in the head or conscience of the artist and the viewers. Breaking up into rounds, like in boxing, Selman dances and punches, shouting “defend your body” like coaches normally would. It’s a very powerful performance, in which the kinetic energy of the movement, the sound of the gloves, the sweat of the dancing and punching body emotionally stir the viewers too. They are spectators, but they are also unconsciously the opponents that throw the punches she had to defend herself from.

In the performance Self Portrait, the artist explores the issues of finding one’s identity in the meanderings of one’s individual story. The artist destroys domestic appliances (mainly vacuum cleaners, washing machines, etc.) shattering them with an axe. If on the one hand this appears to be a luddite and feminist protest against what were considered traditionally feminine tools for housework, on the other hand it also refers with no shame to the fact that the livelihood of her family depends on the recycling of the metal parts of electrical appliances, the use and destruction of the goods that are also the means of control and dominion by the patriarchy and capitalist consumerism. This is almost saying that reality is so complex that human actions are interdependent, even unconsciously and at a distance of thousands of miles, and are beyond any individual’s control. The artist shows us that in our world the opportunist Latin expression mors tua vita mea (your death (is) my life) has a geographical and anthropological relevance perhaps at an unconscious level, and over great distance.