Alberto Tadiello
20khz

Trieste (I), Studio Tommaseo
December 2008-February 2009

Concetti per ograni caldi

Daniele Capra




Parliamo poco, sottovoce: ciascuno è già in compagnia dei propri pensieri, e soprattutto non ritiene di dover interferire nei pensieri dell’altro. Qualcosa comunque ci diciamo perché il silenzio, come il vuoto, non possiamo sentirlo o toccarlo senza metterlo alla prova: per osservarlo, ascoltarlo e riuscire a distinguere i sommessi ma nitidi segnali. [1]


Prendete una qualsiasi opera di Bach in cui vi sia una fuga e del contrappunto; o se amate le sfide scegliete L’Arte della Fuga [2]. Non abbiate timori reverenziali di nessuna sorta, fermatevi dieci minuti, isolandovi dal mondo. Fatelo pure mentre siete in tram, in auto immersi nel traffico, o davanti al computer, l’importante è sentirsi isolati dal mondo. Prestate solo attenzione e riascoltate quattro/cinque volte, quanto meno fino a quando comincerà a dipanarsi – o ad aggrovigliarsi, se ne rimarrete invischiati – l’universo sonoro programmato ed immaginato dall’autore tedesco. Passate cioè del tempo, un pezzo anche minimo di giornata, quello necessario per non sentirsi stranieri in un paese di cui non si conosce la lingua.

Sentirete che la musica si parla, si cita, con una ferrea necessità che la fa assomigliare senza mai essere identica. C’è una logica a sottenderla, fortissima, una tecnica seriale e matematica. C’è sotto, forse, la necessità di spiegare che nulla si crea e nulla si distrugge, e tutto è sottoposto al cambiamento. E, un po’ come immaginava Galilei, che il mondo è scritto in caratteri matematici.

Ma soprattutto sentirete – che vi incuriosisca o vi piaccia, vi nausei o vi ecciti – che è in grado di influenzare il battito cardiaco, la pressione arteriosa. Di produrre reazioni, spesso forti. Più attenzione e tempo presterete più sarete in grado di emozionarvi, anche negativamente: è una banale legge sperimentale. E Bach, con maestria immensa, sa bene fare i conti. La sue immense cattedrali di note sono infatti ispirate e sostenute da una ratio che dischiude e precorre la modernità del pensiero logico-razionale, ma che sa parimenti fare i conti con la dinamica che potremmo definire degli affetti o patetica. Un insieme di note piegate alla feroce legge combinatoria del contrappunto e che è in grado di trasmettere informazioni (docere), ma anche movere e delectare, secondo la categorie della retorica codificate dall’oratoria latina.

È esattamente ciò che accade anche con le opere di Alberto Tadiello. E come con la musica di Bach, forse solo chi ha la calma per risentire, riascoltare, riesce ad avvertirlo. Sono due infatti i piani in cui lavora l’artista vicentino, sin dai suoi esordi. Uno fortemente strutturato, caratterizzato da una dinamica di causa-effetto di matrice scientifica, in un progetto che si nutre delle suggestioni che derivano dagli oggetti dell’elettronica di consumo e dagli attrezzi da lavoro piegati ad un uso improprio (pensiamo alle casse acustiche sovralimentate oppure ai disegni realizzati con il trapano). Un altro, più sottile, talvolta abilmente nascosto, che fa ricorso alla parte più complessa e meno visibile, quella emozionale, difficilmente riscontrabile in coloro che praticano l’arte concettuale più spinta. Uno sviluppo imprevisto, quasi riservato solo a chi abbia orecchie per intendere.

La sua è una poetica asciutta fino al punto di essere secca e tagliente, calcolata negli effetti, che non concede mai nulla allo spettacolo visivo. Ma sarebbe del tutto superficiale non prestare attenzione a quegli elementi che ci permettono di capire come le sue suggestioni concettuali non siano veicolate all’osservatore nella crudezza del gelo emozionale. La calma, la lentezza, infatti, permettono di svelare una cifra stilistica che gli è propria: il calore. Consideriamo ad esempio l’installazione realizzata per la residenza di Viafarini, costituita da due altoparlanti affiancati alimentati con un sovra voltaggio ad hoc ed un circuito che alternativamente blocca ed eroga il flusso della corrente. L’effetto è quello di un piccolo scoppio e le casse, a causa del picco di corrente che le colpisce, sono destinate a rompersi. Eppure, dopo qualche minuto nella stanza in cui l’opera è installata, ci si accorge che quel rumore ci appartiene e non è estraneo al nostro quotidiano: è il battito cardiaco. Similmente Eprom, presentata per la personale di Napoli e costituita da carillon messi in moto da motori elettrici ad alta velocità (che causeranno nel tempo la progressiva cancellazione della traccia sonora), ricorda nel disegno, vagamente liberty, le germinazioni di piante e lo sviluppo di elementi naturali.

L’osservatore che si limitasse quindi al semplice esprit de geometrie si perderebbe l’altra più abbondante parte dell’esprit de finesse. È infatti nella ricomposizione di questi due elementi pascaliani che i calcoli della ragione, gli sforzi per il perseguimento della forma, si combinano alla suggestione della natura, della semplicità che si rivela mostrandosi, anche in forma inconsueta. E progressivamente, come nel caso delle installazioni sonore basate sui movimenti delle maree di Venezia, del terremoto del Friuli, dei movimenti dei ghiacciai alpini e polari di 20kHz (presentato per il Premio Giovane Emergente Europeo di Trieste Contemporanea), la traduzione in rumore delle variazioni numeriche registrate produce reazioni emozionali, anche se non necessariamente in suoni che per consuetudine si possono ritenere gradevoli. Ma d’altronde Tadiello sembra, a modo suo, proseguire la tradizione secondo cui “lo scopo della scultura è testare i limiti – e i fallimenti – del controllo umano” [3]. Anche se l’interesse scultoreo degli oggetti utilizzati è però non banalmente nello sviluppo tridimensionale di un’opera, quanto nella ricerca di una dimensione ambientale ed installativa più complessa. E con una dinamica evolutiva che ricorda, seppure ancorata ad altre logiche, l’estensione in senso architettonico del lavoro di Vito Acconci. Non rimane che stare in silenzio, a scaldarci le orecchie [4].


[1] Giulio Paolini, Lo sguardo nel vuoto, in L’immagine del vuoto, Skira, 2006.
[2] Johann Sebastian Bach, L’Arte della Fuga, BWV 1080.
[3] Richard Nonas, in Maurizio Pellegrin, Innerscapes, edizioni Trieste Contemporanea, 1998.
[4] Il titolo del testo è ispirato alla raccolta di racconti Musica per organi caldi (Feltrinelli, 1978) di Charles Bukowski. Curiosamente, il titolo originale in inglese è Hot Water Music, molto più algido di quello italiano.


Hot Water Music

Daniele Capra




We speak little, in low voices; each of us already in the company of our own thoughts, and above all, we feel we should not interfere in others’ thoughts. But we do say something to each other because silence, like a vacuum, cannot be felt or touched without its being tested: to observe and listen to it and to manage to distinguish the subdued but clear signals. [1]


Take any work by Bach in which there be a fugue and counterpoint. Or if you love a challenge, pick The Art of Fugue.[2] Don’t have any reverential reservations. Stop for ten minutes and isolate yourself from the world. You may do this even in the bus, or in the car in the middle of traffic, or in front of the computer. The fondamental condition is to feel yourself cut off from the world. Just pay attention and listen four or five times to the universe of sound programmed and imagined by the German composer, or at least until it begins to unravel – or tangle itself if you have been snared by it. In other words, pass some time, even a short period of each day, as much as is needed so as not to feel foreign in a land whose language you do not speak.

You will hear that music is spoken, is quoted, with a firm necessity that makes it all alike without being identical. There is a strong logic subtending it, a serial and mathematical technique. Underlying it, perhaps, is the need to explain that the world is written in mathematical symbols (a little as Galileo imagined it). And that nothing is created and nothing destroyed, but everything is subject to change.
But above all, you will feel – whether the matter makes you curious, whether you like it, or it nauseates or excites you – that it is able to influence your heartbeat and your blood pressure. In other words, it produces sometimes strong reactions. The more time and the more attention you pay, the more you will be moved, in negative terms too: it is a commonplace experimental test. And Bach, with supreme skill, was well able to count. His immense cathedrals of sound are in fact inspired and supported by a ratio that unfolds in and anticipates the modernity of logical and rational thinking, but which is also likewise able to come to terms with the dynamic we might define of the affections or pathetic. A mass of notes bent to conform to the ferocious combinatory law of counterpoint, and which is able to transmit information (docere), but also movere and delectare, in accordance with the categories of codified rhetoric of Latin oratory.

This is exactly what also happens with the works of Alberto Tadiello. And as with Bach’s music, perhaps only someone who has the peace and quiet to listen over and over to it can succeed in sensing it. The young artist has worked on two levels since his early work. One that is strongly structured, characterised by a dynamic of cause-effect of the scientific language, from a project that nourishes itself from the suggestions deriving from consumer electronics and work tools put to improper use (for instance, over-powered speakers, or drawings made using an electric drill). The other is more subtle, at times skilfully hidden, which resorts to the more complex and less visible part, the emotion side that is hard to find in those practising extreme conceptual art. This is an unexpected development, almost reserved solely for those who listen carefully.His works are characterized by a dry poetic form, sometimes sharp and cutting, of calculated effect, that never concedes anything to the visual spectacle. But it would be totally superficial if we were not to pay attention to those elements enabling us to understand how his conceptual suggestions are conveyed to the observer in the crudity of their emotional chill. Calm and slowness, indeed, make it possible to unveil a stylistic key that is all his: warmth. For example, we may consider the installation realised for the Viafarini residence, comprising two flanked speakers fed by an overly ad hoc voltage and a circuit that alternately blocks and supplies the electricity. The effect is that of a small explosion and the speakers, because of the surges of current running through them, are destined to break. And yet, after a few moments in the room in which the work is installed, one notices that that noise belongs to us and is not alien to our daily existence: it is our heartbeat. Similarly, Eprom, presented at the one-man show in Naples and comprising a carillon operated by high-speed electric motors (which over time will cause the progressive cancellation of the sound track), in its vaguely art nouveau design recalls the germination of plants and the development of natural elements.

Any observer limiting himself, therefore, to the simple esprit de geometrie, would lose himself the other and more abundant part of the esprit de finesse. For it is in the recomposition of these two Pascalian elements that the calculations of reason, the efforts made to perceive the form, combine with the appeal of nature and simplicity that reveals itself, even in unusual form. And progressively, as in the case of the sound-based installations using the movement of the tides of Venice, the earthquake of Friuli, the movement of the Alpine and polar glaciers of 20 kHz (presented for the Premio Giovane Emergente Europeo at Trieste Contemporanea), the translation in noise of the digital variations recorded produces emotional reactions, although not necessarily in sounds that we might customarily find appealing. But anyway, in his own way, Tadiello seems to continue the tradition which states that “the aim of sculpture is to test the limits – and failures – of human control”. [3] Even though the sculptural interest of the objects used is not the commonplace three-dimensional development of a work, so much as a research into a more complex environmental and installational dimension. And with an evolutionary dynamic that recalls, albeit anchored to other forms of logic, the extension in an architectural sense of Vito Acconci’s work. It only remains for us to be silent and to warm our ears. [4]


[1] Giulio Paolini, Lo sguardo nel vuoto, in L’immagine del vuoto, Skira, 2006.
[2] Johann Sebastian Bach, The Art of Fugue, BWV 1080.
[3] See Richard Nonas, in Maurizio Pellegrin, Innerscapes, Trieste Contemporanea, 1998.
[4] The title of the text is a tribute to Charles Bukowski Hot Water Music.