Michele Tajariol
In_vano

Udine (I), Business Meets Art
February 2014

Il caffè alle machinette

Daniele Capra




È una tendenza spontanea e naturale al fare che spinge Michele Tajariol ad essere artista. Una spinta innata ad agire in forma libera e a-progettuale. Un’ansia a ricondurre in forma compositiva additiva sollecitazioni di ordine formale e psicologico. È come se l’artista percepisse la malinconica pochezza di quello che già esiste – l’inesausta necessità di compiutezza del mondo? – e rispondesse a tale sensazione con una propria opera, in un’azione energetica di concentrazione/compressione. L’opera è cioè frutto di un atto di smarcamento rispetto allo status quo, alimentato dal piacere personale di assemblare pezzi di cose ricreando ogni volta una grammatica combinatoria differente.

Alla base di questo istinto si coglie il primordiale piacere dell’homo faber di costruire quello che ancora non c’è, di erigere verticalmente strutture significative, di creare oggetti che abbiano forma solida, occupino un volume e siano persistenti dal punto di vista temporale (ignorando in tutti i modi la retorica dell’effimero). Tajariol ci consegna infatti opere che agiscono concettualmente come dei menhir, pietre di dimensione extra-ordinaria la cui prima funzione è segnalare il proprio esistere attraverso una discontinuità rispetto al tessuto (topografico e visivo) esistente. L’esito dell’azione dell’artista è, a tutti gli effetti, un manufatto; ma è nelle sue ragioni intime, nello sviluppo creativo innescato e portato a termine, che l’assemblaggio acquisisce il proprio senso nelle fattezze che ricordano quelle di un mobile. La scultura è infatti per l’artista un modo per fissare processualmente elementi spaziali con la medesima logica compositiva con la quale agisce un falegname, ossia attraverso combinazioni di materiali dissimili (in primis il legno, nelle sue svariate fogge), disposti in strutture paratattiche.

Ma c’è uno scarto marcato tra la progettualità sottesa ad un pezzo di arredamento e la libertà che Tajariol si prende nel costruire una scultura che è nel contempo un mobile. Il primo elemento di differenza è la funzionalità: benché le sue opere possano essere usate, in forma ludica, non vengono realizzate per avere una funzione predefinita e non sono immaginate per alcun utilizzo preordinato. Anzi, ogni forma divergente di fruizione è perseguita dall’artista spingendo l’osservatore all’interazione e al contatto. Il secondo aspetto di diversità è la modalità costruttiva: distante dall’avere uno sviluppo costruttivo prefissato e stabilito (come accade con i mobili ordinari), l’opera è realizzata per una serie successiva di emendazioni, rinegoziando in ogni modifica/aggiunta la propria forma, il volume, il colore. È cioè come se sul palcoscenico di un teatro Tajariol si prendesse fino all’ultimo secondo la libertà di cambiare il copione che deve essere recitato dagli attori, adattandolo istantaneamente all’ambiente, alle scene e agli umori della compagnia. La forma finale è quindi la somma di successivi micro-aggiustamenti assecondati ed indirizzati dall’artista, senza stravolgimenti, ma con la possibilità di condurre il lavoro apertamente fino all’ultimo istante prima di alzare il sipario.

Tale modalità operativa ricorda quello comune alla pittura, pratica, ora abbandonata, cui Tajariol ha dedicato però molti anni di lavoro, e alla quale in qualche modo è debitorio nel metodo di operare. Anzi potremmo dire che l’approccio alla scultura dell’artista pordenonese è quello del pittore che ha accantonato tele e colori ad olio per scegliere altri strumenti espressivi. Tanto quanto per un pittore la pittura è azione del proprio braccio che conduce il pennello sulla superficie (arte ed arto condividono etimologicamente la medesima radice), quanto per Tajariol la scultura è dilatazione del proprio corpo, esercizio di contiguità spaziale, di prossimità volumetrica. L’opera quindi si trova ed essere creata e avvertita simbolicamente come una protesi, un’estensione che è di ausilio all’artista poiché permette al suo utilizzatore di colmare la distanza che esiste tra egli stesso e lo spettatore: è una sorta di spazio transizionale, in cui avviene la mediazione artista‹–›mondo, e grazie al quale avviene uno scambio percettivo ed emotivo, non prevedibile ed inaspettatamente intimo.

Per traslazione, per successive eterogenesi dei fini, le opere di Tajariol sono dispositivi di senso in grado di creare zone di confidenza con l’osservatore in un luogo di transito dove convenzioni e rapporti gerarchici non sempre sono rispettati ed è sovente interesse delle persone rinegoziarli. Come accade casualmente quando – con un brioche o dei wafer in mano e facendo attenzione a non macchiarsi – capita di incontrarsi e scambiarsi confidenza tra colleghi di fronte alle macchinette automatiche del caffè. E tu quanto zucchero vuoi?


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