Unexpected Country

Prague (CZ), Laterna Magika, Tina-B Contemporary Art Festival
October-November 2010

Un paese che non diresti. Gli stereotipi che non si addicono all’Albania

Daniele Capra




Il primo decennio del XXI secolo si è chiuso con una delle più gravi crisi del mercato finanziario mai registrate, determinata da un sistema drogato da una crescita fasulla e dalla mancanza di opportuni strumenti di controllo sulle attività di credito. Ne è conseguita una forte recessione che a molti è sembrata la condanna a morte del capitalismo, cosa che invece puntualmente non è accaduta, dato che crisi e sviluppo sono due polarità che continuamente si alternano.


Questi eventi non hanno mancato di ricevere attenzioni da parte del mondo dell’arte, in maniera particolare nel 2010, quando – dopo mesi in cui i media non parlavano che di disavventure finanziarie – i curatori più engagé hanno scelto di realizzare mostre con punti di vista marcatamente di natura più ideologica, in maniera tale da porre l’attenzione degli spettatori sul sistema economico che governa il mondo e che produce enormi ingiustizie. La prima necessità, nata dall’urgenza di trovare cose reali, è stata così quella della verità: abbiamo bisogno di conoscere cose vere in cui credere, notizie e fatti che siano certi sopra ogni ragionevole dubbio. Siamo cioè così abituati a vivere in un mare di bugie, di fiction, che è necessario riportare la realtà al proprio posto, come spiega Kathrin Rhomberg nel saggio che correda il catalogo della VI edizione della Biennale di Berlino [1]. E ciò si dimostra ancor più necessario in tutti quei paesi in cui le persone non vivono in un sistema economico-culturale avanzato e in grado di interagire con il resto del mondo. Come sembrano suggerire anche le scelte curatoriali di Adam Budak per la mostra Human Condition, ospitata presso la Kunsthaus di Graz [2],  è necessario che l’arte si faccia strumento di critica dell’esistente, con modalità riconducibili all’approccio teorizzato da György Lukács [3].

Questa considerazione ci conduce però ad uno degli stereotipi più ricorrenti nel campo artistico. Non c’è niente infatti di più scontato che pensare che l’unica via critica dell’arte sia quella politico-ideologica. Tutt’altro. Un’opera può sviluppare altre modalità e funzioni di indagine e può esercitare il proprio ruolo corrosivo o avanzare delle proposizioni costruttive lavorando in altro modo, anche ad esempio nell’intimità dello spettatore. La percezione, le emozioni, i contenuti estetici non sono certo armi di distrazione di massa, ma strumenti in grado di mettere in atto processi cognitivi, stimolare idee o far cambiare opinione. Troppo spesso, in maniera ideologica, i curatori vedono nell’impegno civile o politico delle opere l’unica possibile dimensione critica e problematica.

Questo stereotipo non è l’unico che riguarda i paesi emergenti o che non appartengono a quello che noi chiamiamo l’Occidente sviluppato. È infatti assolutamente scorretto immaginare che gli artisti di quei luoghi (si pensi ad esempio all’Est Europa e ai Balcani, alla Turchia, all’Africa o all’America Latina) abbiano elaborato solo poetiche incentrate su temi politici. Questo modo di considerare il resto del mondo è più che altro figlio dei comodi pregiudizi che inquadrano i singoli paesi o le aree geografiche. Se è inevitabile cioè che artisti che provengono da contesti segnati da problemi economici o politici sviluppino una sensibilità a quei temi, poiché sono inevitabilmente l’urgenza di tutti i giorni con cui si confrontano, è vero anche che l’impegno politico può diventare agli occhi dei critici e dei curatori occidentali l’unico aspetto su cui facilmente buttare gli occhi. Diventa cioè un cliché che non ha bisogno di fatica per essere accettato e giustificato, che riscuote l’approvazione di chi vede rafforzando le sue idee precostituite sulla situazione di quei paesi esotici in cui al massimo si può andare da turista. E in questo modo, tra l’altro, lo spettatore occidentale attento tenderà anche ad autoassolversi per non fare nulla a favore della condizione di disagio delle persone di quei luoghi, dato che viene comunque a sapere che c’è già qualcuno che si oppone al sistema, che è critico.

Il pensiero che l’arte proponesse sempre una lettura strettamente politica è stata la condizione interpretativa che dai tardi anni Novanta ha caratterizzato anche l’Albania. Lo stato balcanico, a lungo chiuso in se stesso dalla storia e dalla feroce dittatura comunista, ha visto allora una prima generazione di artisti andare alla ribalta internazionale e fare arte raccontando molto spesso la condizione di un paese (si pensi ad esempio ad Adrian Paci o Sislej Xhafa). Pur con sensibilità differenti, la loro ricerca artistica non è stata cioè a prescindere dalla condizione della propria origine.

Benché siano rimasti molti interessati a dare forma prettamente politica alle loro opere, la situazione si è evoluta con la seconda generazione di artisti, con meno di trentacinque anni, che hanno scelto invece di sviluppare tematiche non necessariamente engagé, alla pari di qualsiasi altro collega europeo o americano. È il caso di Alban Hajdinaj e Driant Zeneli, artisti che hanno sviluppato un linguaggio internazionale, grazie anche al continuo rapporto con Francia, Regno Unito ed Italia.

I lavori di entrambi, indifferentemente dal tipo di supporto (fotografia, video, scultura, disegno), mostrano tutto quello che ancora non sappiamo o non vogliamo vedere di quel paese. Il fatto innanzitutto che vi siano delle eccellenze che operano con modalità assolutamente equivalenti a quelle dei paesi cosiddetti sviluppati. Ma poi, soprattutto quanto in realtà i pregiudizi siano deleteri, nefasti e stupidi anche nel campo delle arti visive: le formule matematiche con cui  risolvere delle equazioni, che scopriamo poi essere, in realtà, molto differenti da quanto avessimo immaginato. Non basta cioè fare mondi, come suggeriva Daniel Birnbaum alla Biennale di Venezia del 2009, ma bisogna essere in grado di scoprire realmente i mondi che ci pare di conoscere, con uno spirito neutrale e bandendo ogni forma di facile esotismo. L’Albania – ma discorso analogo si potrebbe fare per tutti gli altri artisti emergenti di aree geografiche similari – mai come ora è un paese da scoprire.


[1] K. Rhomberg, What is waiting out there, DuMont Buchverlag, Koln, p. 32.
[2] Human Condition. Empathy and Emancipation in Precarious Times, Kunsthaus Graz, Juin-Semptember 2010.
[3] Mi riferisco in particole a G. Lukács, La distruzione della ragione, Einaudi, Torino, 1974.


Unexpected Country. Stereotypes Don’t Fit Albania

Daniele Capra




The first decade of the 21st century ended with one of the most serious financial market crises ever recorded, created by a system doped with fake growth and the lack of suitable instruments for monitoring credit activities. The result was a deep recession, which for many years seemed to signal the death sentence of capitalism, but that has not happened since crisis and development are two constantly alternating polarities.

These events have not failed to receive attention from the world of art, particularly in 2010, when – after months during which the media were generally speaking of financial mishaps – more engagé curators chose to make exhibitions with markedly more ideological viewpoints, in such a way as to ask viewers about the economic system that governs the world and produces huge injustices. The first requirement, born of the urgency of finding real things, was the truth: we need to know real things to believe in, news and facts that are certain above all reasonable doubt. We used to live in a sea of lies, of fiction, that you must bring back reality to its place, as Kathrin Rhomberg explains in an essay accompanying the catalogue of the 6th Edition of the Biennale of Berlin. [I] And this proves to be even more necessary in any country where people don’t live in an advanced economic system and are not able to interact with the rest of the world. As seemingly suggested even by Adam Budak’s curatorial choices for the exhibition Human Condition, hosted at the Kunsthaus in Graz,[II] art must be a critical tool of existence, in a manner like that theorized by György Lukács.[III]

However, this consideration leads us to one of the most common stereotypes in the artistic field. There is nothing more taken for granted than the idea that the only possible art criticism is political-ideological. Far from it. A work can pursue other approaches and investigative functions and can become corrosive or advance constructive propositions working in any other way, even, for example, in a way intimate to the spectator. Perception, emotions, aesthetics are not weapons of mass distraction, but tools that implement cognitive processes, stimulate ideas or change opinion.

Too often, in an ideological way curators see the only possible critical and questioning dimension of a work as lying in its civil or political statement. This is not the only stereotype about artists in what the West calls developing countries. It is absolutely wrong to imagine that the artists in those places (e.g. in Eastern Europe and the Balkans, Turkey, Africa or Latin America) have elaborated only the poetic that focuses on political topics. This way of regarding the rest of the world is the comfortable bias of dominant countries looking other geographical areas. If it is inevitable that artists who come from contexts marked by economic or political issues develop a sensitivity to those themes given the urgency of daily confrontation, it is also true that in the eyes of Western curators and critics political commitment can then become the only area easily seen. So it becomes a cliché that needs no help in becoming accepted and justified, approved by those who see it as the enhancement of pre-formed ideas about the situation in those ‘exotic’ countries usual experienced as a tourists. And in this way, Western viewers tend also to absolve themselves even if they do anything to improve the condition and discomfort of the people in those places, since it is anyway known that there is already someone who is opposing the system, in a critical way.

The thought that art always urges a close reading of politics was the interpretative condition that by the late 1990s also characterised Albania. This Balkan state, long closed off by history and by the Communist dictatorship, then saw a first generation of artists moving into the international limelight and making art that also told of the condition of the country. Think, for example, of Adrian Paci or Sislej Xhafa. Although with different sensitivity, their artistic research has not ignored the condition of their place of origin. Although many have remained interested in giving their works a highly political form, the situation has evolved with the second generation of artists, the under thirty-fives, who have chosen instead to develop themes that are no longer politically engaged, just like any other European or American peer. This is the case of Alban Hajdinaj and Driant Zeneli, artists who have developed an international language, thanks to the continuing relationship with France, the UK and Italy.

The work of both, regardless of the type of media (photo, video, sculpture, drawing), still shows things you do not know or do not want to see in that country. There are qualities of equivalence to those in the so-called developed countries. Prejudices are deleterious and damaging in the field of visual arts: it’s like applying mathematical formulas to solve equations that are actually very different from what we imagined. It is not enough to ‘do worlds’, as Daniel Birnbaum suggested at the Venice Biennale in 2009. You have to be able to truly discover worlds. And to do so with a neutral spirit while banning all forms of easy exoticism. Albania – and also similar geographical areas of other emerging artists – more than ever, is a country to discover.


[I] K. Rhomberg, What Is Waiting out There, DuMont Buchverlag, Koln, p. 32.
[II] Human Condition. Empathy and Emancipation in Precarious Times, Kunsthaus Graz, Juin-Semptember 2010.
[III] See G. Lukács, The Destruction of Reason, 1954.